Tra il 29 ottobre 2025 e i primi giorni di novembre, la Tanzania è entrata in una situzione drammatica. Secondo stime locali oltre 1000 civili sono stati uccisi in pochi giorni dalle forze armate governative.
Le protest, esplose il giorno delle elezioni, dopo l’esclusione dei principali candidati dell’opposizione, hanno lasciato dietro di sé una scia di sangue: secondo fonti interne del principale partito d’opposizione almeno 700 persone sarebbero state uccise, mentre organizzazioni per i diritti umani confermano l’uso sistematico della forza letale, blackout digitali e la rimozione dei corpi dalle strade durante le ore di coprifuoco da parte del governo.
Su X, nei giorni scorsi diversi post hanno puntato il dito verso gli Emirati Arabi Uniti, indicandoli come responsabili degli oltre 1000 morti in Tanzania, dove sarebbero oltre 6500 i civili scomparsi dall’inizio delle proteste. Proviamo a capire insieme perchè.
La repressione, quindi, secondo l’accusa verso UAE, non è solo il simbolo di un potere domestico che si consolida in senso autoritario: è anche il riflesso di un legame geopolitico crescente tra Tanzania e Emirati Arabi Uniti.
Abbiamo fatto alcune ricerche. E quello tra Tanzania e UAE è un legame che negli ultimi anni sopratutto si è solidificato sempre di più.
Nel 2022 la Tanzania ha siglato un accordo che concede a DP World, conglomerato portuale controllato dall’élite governativa di Dubai, un ruolo centrale nella gestione del porto di Dar es Salaam e di altre infrastrutture logistiche correlate. Il Parlamento tanzaniano ha ratificato l’intesa nel giugno 2023, nonostante le proteste e la denuncia pubblica di attivisti, giuristi e membri dell’opposizione che la consideravano una cessione totale della sovranità.
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