“Vaglielo a spiegare il mare a chi non c’è nato“. Ecco, vaglielo a spiegare cosa vuol dire essere tarantini a chi non lo è, ma soprattutto, cosa voglia dire vivere a Taranto. Due mari, tre ponti, più o meno centonovantamila abitanti. Una storia secolare, un porto di mare. Una bellezza rugosa, che oggi combatte per il futuro.
Il dilemma di Taranto è il respiro corto di chi vive tra il fuoco e il mare. È il fumo denso che si mescola alla brezza salmastra, il suono del vento che porta con sé sia il canto delle onde sia il lamento delle ciminiere. Ma le ciminiere non sono l’unico male di questa Bella Addormentata di Puglia: l’acciaieria, che nel corso dei decenni cambia perennemente nome ma non la sostanza, è solo il simbolo più evidente di un problema più profondo. Taranto è una città bellissima con ferite stratificate, in cui l’industria pesante ha amplificato fragilità già esistenti, ma non le ha create da sola.

L’inquinamento non è solo siderurgico: c’è l’arsenale militare, c’è la raffineria Eni, una gestione dei rifiuti inadeguata. Il mare, che dovrebbe essere risorsa e bellezza, è stato per anni sfruttato e contaminato, con danni enormi alla pesca e alla mitilicoltura, attività storiche della città.
Taranto vive un paradosso economico: ha il più grande polo siderurgico d’Europa, ma resta tra le città più povere d’Italia. Quando l’industria non è stata capace di creare sviluppo diffuso, il commercio ha sofferto, il turismo è rimasto marginale, le nuove generazioni sono emigrate. Il tasso di disoccupazione giovanile è tra i più alti del Paese, e il lavoro spesso significa accettare precarietà e sacrifici.
Le promesse che non si concretizzano
L’inquinamento ha reso drammatica la situazione sanitaria: Taranto ha tassi di malattie respiratorie e oncologiche superiori alla media nazionale. Ma il problema non è solo l’inquinamento. Gli ospedali sono sotto pressione, le liste d’attesa lunghe, e la sensazione diffusa è che la città sia lasciata a sé stessa. Taranto è una città che aspetta. Aspetta bonifiche che tardano, riconversioni industriali che restano sulla carta, promesse che non si concretizzano. Il porto, che potrebbe essere una risorsa strategica, è sottoutilizzato. Il turismo fatica a decollare. Ogni tanto si accende una speranza – la città candidata a Capitale della cultura, eventi e investimenti promessi – ma il rischio è che restino lampi in una notte troppo lunga come testimonia la bagarre scaturita dalla fallimentare gestione dei Giochi del Mediterraneo. A questo si aggiunge una classe politica che non è mai stata né classe né politica, ove si sono alternati sceriffi e cialtroni, improvvisati e notabili innocenti ma senza polso.

Nel 2024, secondo l’indagine sulla qualità della vita del Sole 24 Ore, Taranto si è posizionata al 94º posto su 107 province italiane, guadagnando tre posizioni rispetto all’anno precedente. “Che peccato” è la frase che ripetono come un mantra i sognatori che restano e gli stanchi che se ne vanno. Nel secondo dopoguerra, Taranto era ancora una città legata alla tradizione marinara. La pesca e la mitilicoltura rappresentavano settori fondamentali dell’economia locale. Inoltre, la città ospitava una delle principali basi della Marina Militare italiana, che garantiva occupazione diretta e indiretta. Tuttavia, il Sud Italia soffriva per il ritardo economico rispetto al Nord, e Taranto non faceva eccezione. In questo contesto, lo Stato avviò una serie di interventi per industrializzare il Mezzogiorno, e Taranto divenne uno dei punti chiave di questa strategia.
Il vero punto di svolta arrivò nel 1961, quando lo Stato decise di costruire a Taranto il più grande impianto siderurgico d’Europa, l’Italsider. L’obiettivo era creare posti di lavoro e sviluppare l’economia locale, riducendo la dipendenza dalle attività tradizionali. “Il mio papà lavora all’Italsider”, era la frase che si sentiva pronunciare ad almeno la metà degli studenti di una qualsiasi classe di qualsiasi scuola tarantina almeno fino alla fine degli anni Novanta. L’industria siderurgica portò benessere economico e crescita demografica. Migliaia di persone trovarono impiego nello stabilimento e nell’indotto, attirando lavoratori anche dalle province vicine. Il Pil della città crebbe rapidamente, e Taranto divenne un simbolo del miracolo economico italiano mentre il resto della Puglia sceglieva altri percorsi. Così quando ancora quel nero ferro non rappresentava ancora il dramma che è oggi, Taranto venne condannata ad un’economia cittadina monosettoriale, dipendente quasi esclusivamente dalla grande industria.

La bomba ambientale
I primi scricchiolii arrivarono negli anni Ottanta: la crisi dell’industria pesante colpì duramente anche Taranto. La siderurgia, fino a quel momento fiore all’occhiello dello sviluppo del Sud, entrò in difficoltà a causa della concorrenza internazionale e delle mutate esigenze di mercato. Il settore della pesca entrò in crisi per via dell’inquinamento crescente nel “Mar Piccolo”. Ma l’Industria non è stata l’unica “droga” della città: anche la Marina Militare ha rappresentato a lungo una delle due mamme della città dei due Mari: negli anni Novanta, con la fine della Guerra Fredda, l’Italia avviò una serie di ridimensionamenti delle spese militari. Anche Taranto ne risentì: l’Arsenale subì una graduale riduzione del personale, molte attività di manutenzione vennero esternalizzate. La città perse progressivamente l’importanza strategica con un conseguente calo dei posti di lavoro legati alla Marina e a una crisi del settore artigianale e commerciale che ruotava attorno alle esigenze dei militari e delle loro famiglie.
Poi, la bomba ambientale. A Taranto si muore. A Taranto l’acqua, la terra, perfino il bestiame sono contaminati. L’inchiesta “Ambiente svenduto” sull’ex Ilva di Taranto esplode nel lontano 2012 quando viene disposto il sequestro senza facoltà d’uso dei sei impianti dell’area a caldo che, secondo quanto accertato in due maxi-perizie, una ambientale e una epidemiologica, attraverso le emissioni generavano nella popolazione “eventi di malattie e morte”. Intanto, gli abitanti di Taranto e quelli del famigerato quartiere Tamburi, apprendono la parola “wind days”: quelli in cui, in assenza di precipitazione e con il vento che soffia da Nord e Ovest, nubi nere si addensano così minacciose da impedire di respirare, le finestre vanno tenute chiuse, i bambini smettono di giocare in strada.

La Taranto che resiste
Ma dai diamanti non nasce niente, diceva De Andrè. E il dipinto va osservato tutto. C’è una Taranto che resiste: nelle reti dei pescatori che animano ancora oggi quell’olio su tela che è via Garibaldi; negli studenti universitari che pian piano scelgono di studiare qui: camminano coi libri sottobraccio e siedono al sole con i loro panini nella pausa pranzo; nei giovani musicisti del Conservatorio Paisiello le cui note ingentiliscono ancora i vicoli dell’isola antica; nei tanti piccoli imprenditori che hanno dato una svolta alla loro vita anche con piccole attività: b&b, ristorantini, bottegucce; nei riti ancestrali della Settimana Santa che si tramandano da secoli; negli irriducibili che si danno ancora alla politica cittadina nonostante le batoste; nei delfini e nelle balenottere che vengono a salutare la città dal mare; nella forza di centinaia di giovani e meno giovani che sono rimasti o che hanno scelto di tornare: li chiamano pazzi ma sono medici, insegnanti, operatori culturali, artigiani, scienziati che avrebbero potuto diventare strapagate stelle del firmamento di altri cieli ma che hanno scelto di fare di questo groviglio di mare e di ferro una scommessa e una missione. Un incastro tipicamente da Sud Italia, da “Nuovo Cinema Paradiso”: sospesa tra il “non farsi fottere dalla nostalgia” e l’amore per le origini di chi ha avuto così tante ali da poter scegliere di curare le radici.

