ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI

Milano, la città che corre; Milano, la capitale degli affari; Milano, la metropoli dove si può essere valorizzati puntando sul proprio nome e non necessariamente sul proprio cognome. Ma anche Milano la diseguale, la campionessa solitaria che assorbe risorse dal resto del Paese ed è accusata di restituire poco, la città che ha creato una bolla liberal, ambientalista e da Ztl al centro dimenticando le periferie. In un concetto: Milano, la città che è più città.

Milano, sempre fedele a se stessa

C’è tutto il dinamismo dello sviluppo contemporaneo nell’ascesa di una città che nel XXI secolo sta vivendo una fase inedita della sua storia. L’antica Mediolanum è stata nel suo vissuto capitale d’Impero (dopo la divisione della Res Publica romana), ducato (Sforza e Visconti), della Repubblica Cisalpina e del Regno d’Italia napoleonici, gioiello della corona di aspiranti dominatori stranieri, epicentro economico-finanziario, per qualcuno di recente addirittura “capitale morale”. Ma è stata, al passare dei tempi, fedele a sé stessa. Città inclusiva, di valori, che faceva crescere il sistema oltre a sé stessa.

Unica città italiana a avere l’aggettivo caratterizzante legato al proprio vescovo patrono, “ambrosiana” perché caritatevole e umana verso gli scartati. Città di affari e di chiese, di botteghe e monti di pietà, di sviluppo e assistenza, al centro della Lombardia, dell’Italia e dell’Europa, Milano è sempre stata in un “qui” e in un “ora”, mai spinta a far corsa a sé. E nell’ultimo periodo, specificatamente dopo la ribalta mondiale dell’Expo 2015, la corsa del capoluogo lombardo è stata senza freni. Tanto che si fatica a comprendere la destinazione verso cui conduce sé stessa e i suoi abitanti.

Mettiamo in fila, innanzitutto, i risvolti costruttivi e indubbiamente positivi di questo volo di Milano al ruolo di unica metropoli unicamente mondiale dell’Italia uscita vincitrice materiale (parlano i dati dell’export) e perdente culturale e politica della globalizzazione. Milano, secondo i dati Assolombarda, raccoglieva nel 2022 il 44,4% degli investimenti aziendali programmati su scala nazionale, 5,2 miliardi di euro e la proiezione degli investimenti immobiliari dell’anno scorso è calcolabile in circa 1,2 miliardi di euro, rendendo la città paragonabile a metropoli globali come Amsterdam, Barcellona e San Francisco come attrattività.

Una città che fa corsa a sé col resto del mondo

Nel nuovo millennio Milano ha aggiunto alla sua area urbana il quartiere direzionale di Porta Nuova e l’analoga zona delle Tre Torri/City Life, oltre al Milano Innovation District in area ex Expo. Ora i grandi fondi immobiliari (Prelios, Hines, Coima, Redo e via dicendo) lavorano a grandi progetti di espansione in città e non solo: Bovisa-Goccia, MilanoSesto e, in prospettiva, il Villaggio Olimpico.

I Giochi invernali del 2026 potranno spingere le presenze in città: la città ha superato i 9 milioni di turisti nel 2024, un aumento esponenziale se si pensa che nel 2022 i turisti erano stati, nell’anno della ripresa post-Covid, 6,7 milioni. Sono lontani i tempi in cui si scherzava che a Milano da vedere ci fosse solo il treno per Roma: ora, dopo la Capitale, Venezia e Firenze la città ambrosiana è la quarta meta per attrazione del turismo.

Nel frattempo, Milano resta viva. Mantiene le uniche due università italiane capace di competere su scala mondiale con le analoghe straniere, il Politecnico e la Bocconi, i poli d’eccellenza dell’innovazione e della tecnologia, la Borsa divenuta nel gruppo Euronext centrale nel quadro continentale dopo la Brexit, l’epicentro operativo di Unicredit e Intesa San Paolo, le prime banche nazionali. Gae Aulenti si espande su scala continentale come dinamico player europeo, mentre le azioni di Intesa sono ben guardate alle spalle dalle fondazioni bancarie rappresentanti il sistema produttivo e le dinamiche di sistema.

Il dinamismo genera un continuo rimescolamento dei poteri e delle centrali d’influenza, in cui i nuovi atenei e i nuovi arrivati dell’economia digitale rappresentano voci attive, in attesa che la città diventi ricettiva per i grandi investimenti in data center annunciati dalle major americane e che potrebbero ulteriormente modificare gli assetti economici della città. Anche l’anima di Milano segue il segno dei tempi della modernità. La città la cui Chiesa fu di San Carlo Borromeo manca, nell’era dell’arcivescovo Mario Delpini, della porpora cardinalizia ma è oggi la terra che ha dato all’Italia e alla cristianità il beato e prossimo santo Carlo Acutis, giovane “apostolo digitale” divenuto il primo millennial elevato agli onori degli altari.

Milano e le sue fragilità

Una città autenticamente mondiale, dunque, e in cui ogni fibra muscolare tende a crescere sulla scia di una continua modernizzazione, ma che deve capire come essere al servizio di sé stessa e delle sue persone. Dal 2015, anno di Expo, forse Milano è decollata. Ma i milanesi hanno potuto dire lo stesso? O forse, nel distacco da terra, la città ha lasciato dietro i suoi propulsori maggiori, ovvero il suo popolo e la sua gente?

La domanda è d’obbligo se si pensa a quanto la città che più corre in Italia abbia finito per seminare i suoi compagni di marcia. A Milano, per fare un esempio, a fine 2024 un appartamento costava mediamente 7.250 euro al metro quadro, che vuol dire mediamente oltre 700mila euro per una casa di un centinaio di metri quadrati, minimo sindacale per una famiglia di quattro persone. Un +45% rispetto al pre-Covid-19 (dati 2019), che va di pari passo col boom degli affitti: la privacy si paga, soprattutto se il prezzo di un monolocale al mese tocca gli 820 euro.

Parliamo dell’altra faccia della medaglia di una crescita degli investimenti immobiliari che – e possiamo dire: per fortuna! – non si trasformerà in speculazione pura grazie alla tardiva ma comprensibile presa di responsabilità del Comune nel fare dietrofront sul Salva Milano, un decreto che avrebbe aperto le gabbie dell’assalto alla città senza pianificazione chiara. E non solo di costo della vita bisogna parlare: Milano Tomorrow mesi fa segnalava che proprio per la sua esclusività, la città non riusciva ad attrarre i dipendenti aggiuntivi del settore dei trasporti, causando un calo nell’accessibilità della città e dei movimenti al suo interno.

Ne consegue l’emergere delle nuove povertà, delle disuguaglianze sempre più sentite soprattutto in periferia: Caritas Ambrosiana inoltre segnala il fenomeno dei working poors, dato che quasi un quarto di coloro che hanno chiesto assistenza alla Diocesi nel 2023 sono stati cittadini e stranieri dotati di regolare contratto di lavoro che non riuscivano a garantirsi condizioni di vita sicure nella città. Un’indagine della Società Italiana di Economia Pubblica sottolineava che nel 2021 quasi il 15% delle famiglie e oltre il 12% dei cittadini fosse in condizione di povertà a Milano.

Milano, il Giano Bifronte

Milano è dunque un Giano Bifronte, in cui il sogno della crescita verticale di fatturati, ambizioni e grattacieli si scontra con una per fortuna non maggioritaria ma comunque ampia platea di scartati, sconfitti da un modello di crescita che non ha avuto adeguati contrappesi. La realtà, forse, è che ormai è diventato sempre più difficile capire chi abbia, davvero, la forza di pensare la città e le sue dinamiche. Certo, esistono fette di sistema ambrosiano ancora vivi e pulsanti: le università, le fondazioni, la Curia sono un esempio. Ma ciò che manca sono mondo politico e sfera culturale, entrambe profondamente appannate e conformiste quando, in una città globale e in mutamento, dovrebbero essere strateghi e pungolatori del suo modello.

Tramontata nel disastro del Covid-19 la Regione, dimostratasi impalpabile e incapace di esercitare leadership, si è eclissato nel nuovo millennio, con l’eccezione della fase strategica di programmazione del primo mandato di Gabriele Albertini e della parentesi di sincera attenzione alle periferie di Giuliano Pisapia, anche il potere d’indirizzo del Comune e delle amministrazioni della locomotiva d’Italia. Resta solo un ricordo la Milano di Aldo Aniasi, Carlo Tognoli e Paolo Pillitteri, che pur con grandi contraddizioni seppe assistere allo sviluppo di un moderno piano regolatore, all’espansione delle infrastrutture (metropolitana e passante) con l’obiettivo di una sempre più forte coesione tra la metropoli e le sue periferie, al recupero non speculativo alla città di vecchi poli industriali o ex scali ferroviari nell’ottica di una crescita armoniosa. Quella Milano gettò le basi per il decollo definitivo della città. Era forse meno scintillante ma più autentica. Perché prima di guardare al mondo, era attenta a rimanere sé stessa. Qualcosa che servirà quando in futuro si spegneranno le luci.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto