I numeri non mentono mai. E allora, per descrivere Prato meglio di qualsiasi altra parola, ha senso leggere alcuni dati. In questa città toscana di poco meno di 200.000 abitanti, quasi 32.000 sono di origine cinese. A conti fatti, si tratta del 16,3% della popolazione totale. I cognomi più diffusi? Chen (2.743 abitanti), Hu (2.291) e Lin (1.970). Gori, il “primo italiano”, è soltanto dodicesimo (923).
Sul fronte economico, invece, è emblematica una fotografia scattata nel 2013. Oltre dieci anni fa, a Prato, le imprese cinesi erano circa 4.803 sulle 7.139 con titolare straniero, ossia più o meno il 67% del totale. La maggior parte di esse era e rimane attiva nel business del tessile, tanto che il distretto tessile locale, sostenuto da 7.000 imprese, è il più grande d’Europa e fa registrare oltre 2 miliardi di euro di export all’anno (nel 2024 il 7,5% dell’intero export dei distretti toscani).
Inutile dire che, nel bene e nel male, il motore economico di Prato continua a girare a pieno ritmo grazie alla laboriosità della comunità cinese. La provincia pratese, tra l’altro, rappresenta circa il 4,5% del pil della Toscana. Si tratta di un risultato notevole, considerando che parliamo di un’area relativamente piccola sia in termini di popolazione che di superficie (365 chilometri quadrati).
ll Covid ha chiuso un’epoca
La comunità cinese, dicevamo, è ormai ben radicata nelle dinamiche che regolano la vita di Prato. Resta ancora invisibile agli occhi dei più, isolata dietro strani ideogrammi e una lingua incomprensibile, ma è ben visibile nei numeri appena elencati. Gli stessi numeri che consentono al distretto tessile pratese di rappresentare un polmone vitale per l’intera Toscana.
C’è però da dire che, in seguito alla pandemia di Covid, si è chiusa un’epoca. Molti imprenditori cinesi, infatti, non appena il loro Paese ha riaperto i confini, sono tornati nella loro terra natia per sfruttare un contesto economico migliore, o semplicemente per avvicinarsi ai familiari. Questo significa meno imprenditori, meno investimenti, meno lavoro, meno introiti per le casse comunali di Prato e più capannoni vuoti. Impossibile portare, in questo caso, cifre e numeri esatti. La tendenza sembra però chiara, e servirà un mezzo miracolo per evitare che il distretto tessile, gestito, coordinato, alimentato dai cinesi, possa perdere brillantezza.
Allo stesso tempo, sarebbe ipocrita non considerare anche il lato più oscuro della simbiosi tra Prato e la comunità cinese. Come in ogni altro luogo al mondo, le cronache cittadine hanno raccontato storie di imprenditori asiatici senza scrupoli che costringevano connazionali, o altri lavoratori stranieri, a lavorare seguendo ritmi infernali e in condizioni di schiavitù. Ci sono stati anche casi di criminalità organizzata, evasione fiscale e giri di prostituzione all’interno di ambigui centri massaggi…
La Cina è vicina
Lontano dal rumore incessante dei macchinari del Macrolotto, la zona industriale che sforna abiti e tessuti – che finiranno venduti chissà dove e comprati chissà da chi – c’è la Prato di Via Pistoiese. È attorno a questa strada, e le circostanti Via Firenze, Via del Serraglio e Via Santa Gonda, che ha preso forma la Chinatown.
Un quartiere cinese vivace, dinamico e laborioso, tuttavia troppo spesso tirato per la giacca: sia dagli esponenti di destra – che lo citano come esempio di “conquista culturale straniera” – sia da quelli di sinistra – che lo esaltano, invece, per essere un perfetto modello d’integrazione.
La verità sta nel mezzo. È vero che le attività asiatiche, come abbiamo visto, consentono al cuore economico di Prato di battere, ma al tempo stesso la comunità cinese sembra quasi vivere in un mondo tutto suo, separato a compartimenti stagni dal resto della cittadinanza. Questioni culturali, scelte di vita legittime, che però complicano un processo d’integrazione che potrebbe rendere l’intera città ancora più forte. Imparare a conoscersi a 360 gradi, più che limitarsi ad una semplice convivenza, è la chiave per superare ogni ostacolo. Vale per Prato e per ogni altra città multiculturale del mondo.

