La Firenze del Sud. La Capitale del Barocco. Lupiae. Questi sono solo alcuni dei molti modi e nomi con cui è chiamata Lecce, capoluogo dell’omonima provincia pugliese situata in quella che è la punta del tacco della penisola italiana. Città dalle indicibili bellezze e dall’animo duro ma friabile come la pietra leccese di cui sono fatti così tanti edifici nel suo centro storico, Lecce combatte oggi più che mai una battaglia silenziosa contro il tempo, cercando al contempo di non perdere le proprie radici e di stare al passo con un mondo che cambia, forse troppo in fretta.
Lecce ha sempre avuto questa tendenza, quella di essere un’isola felice e lontana, sempre restia al cambiamento e a tutto ciò che possa venire dall’esterno. Tanto da poter sembrare a tratti anche snob, mostrando un disinteresse verso il rapido incedere della modernità. Ciò ne ha costituito l’indomita forza e l’ultima debolezza, tanto da segnarne ancora oggi persone, luoghi e prospettive. Oggi come negli ultimi 30 anni la vita scorre lenta, rilassata, senza eccessivi mutamenti o sostanziali novità. Camminare per la centralissima Via Trinchese, attraversare i bastioni barocchi di Porta San Biagio o percorrere le vie principali della città mostra un panorama cittadino sostanzialmente invariato, al netto di qualche nuova attività commerciale o quale importante ristrutturazione.
Una fotografia preoccupante: servizi e lavoro
Considerando lo stesso arco temporale, non fanno eccezione i servizi di cui usufruiscono i leccesi. Guardando in prospettiva, Lecce dispone di un livello di servizi di discreta qualità se confrontato alla propria provincia, tra ospedali, strade e trasporti pubblici, i quali tuttavia sono decisamente insufficienti se invece li si raffronta con città distanti solamente qualche centinaio di chilometri più a Nord. Al di là della realizzazione della tangenziale un paio di decenni fa e della ristrutturazione di alcune strade cardine per il tessuto cittadino e provinciale, si assiste ad un lento e inesorabile depauperamento del bene pubblico in senso lato.
Nello specifico, la sanità risulta ancora oggi zoccolo duro che, nonostante alcuni importanti investimenti, non riesce ad essere efficiente nei confronti di una popolazione sempre più vecchia (Lecce è la provincia più anziana della Puglia, con un’età media di 47,2 anni). Ad aggiungersi a ciò va una rete di trasporti pubblici che non ha subito sostanziali incrementi o variazioni negli ultimi 20 anni, non aiutando i cittadini a far a meno dei propri mezzi di trasporto per muoversi in città e soprattutto non evitando una potenziale ghettizzazione dei quartieri periferici. A ciò si aggiunge la discreta distanza dall’aeroporto più vicino, situato a Brindisi, cosa che porta a far sentire la cittadinanza, specialmente quella più giovane, lontana e forse anche un pò isolata in un mondo invece che tende sempre più ad essere globalizzato.
Un altro tema in auge ormai da diversi decenni è lo sviluppo industriale e manifatturiero del leccese. A differenza delle restanti province pugliesi, Lecce è in ritardo sul tema degli investimenti e non dispone di un polo industriale propriamente detto. Ciò è dovuto in parte alla presenza nelle limitrofe province di Taranto e Brindisi di centri industriali di importanza nazionale, i quali nella seconda metà del secolo scorso hanno trainato il settore metalmeccanico della Puglia. Tuttavia la sensazione generale è che il mercato del lavoro nel leccese non sia la passo con i tempi, non solo per il settore industriale ma anche per quello del terziario.
Lecce è infatti molto nota dal punto di vista turistico, fiera di poter mostrare al mondo le proprie eccellenze in ambito artistico, naturalistico ed enogastronomico. La vera esplosione del turismo si è avuta circa 10-15 anni fa, con una confluenza nella sola provincia di Lecce di decine di migliaia di persone ogni estate. Unendo il conseguente ipersfruttamento che ne è derivato ad un’impreparazione generale dei comuni per una tale fiumana di gente insieme ad una scarsità di servizi ha portato la bolla turistica a ridimensionarsi nell’arco di pochi anni. A seguito di questa enorme richiesta del settore turistico, molti investimenti sono stati indirizzati verso questa direttrice, trascurando tuttavia altri settori cardine dell’economia e locale e quindi condannando molti di coloro i quali non fossero interessati a partecipare all’indotto turistico a vedere le proprie case allontanarsi fuori da un finestrino di un treno o di un aereo.
Al netto di tutto ciò, oggi Lecce mostra un rinnovato timido dinamismo nel settore privato, con nuove figure professionali che 20 anni fa nemmeno esistevano, sia per lavoratori dipendenti sia per liberi professionisti. Nonostante queste note positive, il mercato del lavoro deve ancora subire dei cambiamenti radicali se vuole evitare di vedersi sfuggire di mano tutto l’immenso capitale umano di cui dispone la città e la provincia.
La società, tra partenze ed arrivi
Parlando di capitale umano, se in Italia il cosiddetto “inverno demografico” sta iniziando a farsi sentire, a Lecce potrebbe condizionare il futuro prima che in altre città. Sottoposta ogni anno ad un elevato tasso di emigrazione da parte della popolazione più giovane, la città si sta configurando sempre più come un centro per persone in avanti con l’età. Un esempio fra tutti può essere la scuola primaria e secondaria, dove in alcuni istituti 20-30 anni fa si avevano 3-4 sezioni per ogni classe oggi si fa quasi fatica a formarne 2. La percezione del quotidiano è che banalmente passeggiando per i Giardini Pubblici Garibaldi o sotto gli alberi di Piazza Mazzini si vedano sempre meno bambini giocare. Ciò a testimonianza di quanto il problema demografico sia un tema attuale e totalmente irrisolto, specie se collegato alle tematiche del lavoro sopramenzionate. Le persone che emigrano in molti casi rimangono dove hanno trovato lavoro, facendo qui famiglia e generando figli che conosceranno Lecce spesso solo nei racconti o nelle settimane di ferie durante l’estate.
Lecce è sempre stata una città di grande emigrazione, soprattutto verso i grandi centri universitari e lavorativi. Negli ultimi decenni si è avuto un importante sviluppo del polo universitario leccese, il quale ha portato in parte ad arginare questa emorragia di giovani verso il resto d’Italia e d’Europa. Tuttavia mentre in passato quando si andava a studiare fuori una volta laureati in molti casi si assisteva ad un ritorno verso i propri luoghi d’origine per esercitare la propria professione, oggi non è più così. Molti giovani laureati e professionisti non hanno più la possibilità di tornare anche volendo per la mancanza di opportunità lavorative concrete o perchè non disposti ad accettare condizioni di lavoro precarie quando altrove, in Italia o all’estero, vi sono prospettive salariali e di carriera ben diverse. Ciò non toglie che si è sempre avuta e fortunatamente si continua ad avere un parziale rientro nel leccese di alcune categorie professionali, quali medici o insegnanti, o di coloro i quali accettano condizioni lavorative non così sicure e ben retribuite come invece troverebbero altrove pur di non rinunciare al proprio stile di vita, alle proprie origini, ai propri affetti.
Guardando l’altro lato della moneta, Lecce è stata da sempre oggetto oltre che di emigrazione anche di immigrazione. Infatti si è assistito nel corso degli anni a una progressiva migrazione di cittadini dalla provincia trasferitisi a Lecce città, per studio, lavoro o semplicemente per una maggiore centralità e disponibilità di servizi. A ciò si aggiunge l’ingresso nel contesto cittadino iniziato lentamente 30-40 anni fa di diverse comunità estere, provenienti soprattutto da Marocco, Senegal, Romania, India, Pakistan e Albania. Quest’ultima nello specifico è uno degli esempi, forse a livello nazionale, di integrazione maggiormente riuscita di una comunità straniera all’interno del tessuto sociale locale. Al netto di ciò, vi sono tuttavia ancora dei passi da gigante da compiere dal punto di vista normativo, il che rallenta di non poco una completa integrazione delle diverse comunità.
Il Leitmotiv leccese: la qualità della vita
Se si chiede ai leccesi come avvertono la qualità della vita della propria città, la risposta sarà quasi sempre su un livello medio-alto, specie se paragonata con città più grandi. Negli ultimi anni Lecce è stata eletta ad una delle capitali de facto di quella che oggi viene chiamata “vita lenta”. Un clima prettamente mediterraneo, una città piena d’arte, una tradizione enogastronomica che fa da padrona, un’ospitalità locale molto accentuata ed una disponibilità di località marittime tra le più belle della penisola italiana.
Nonostante questi fattori indiscutibilmente veri, Lecce vive anche di una contradditorietà di fondo mai del tutto risolta. Si ha infatti spesso e volentieri la sensazione di trovarsi in una città dalle grandi e smisurate potenzialità che però non vengono mai sfruttate a pieno. Troppo chiusa all’innovazione e senza il coraggio necessario per distinguersi adeguatamente, troppo attenta a mantenere quei sottili equilibri sociali e di potere che sono perdurati per gli scorsi decenni. Un esempio fra tutti può essere l’ormai ridimensionato polo delle nanotecnologie di Lecce, all’epoca coordinato da Roberto Cingolani ben prima di diventare ministro della Repubblica, il quale era destinato a diventare uno dei maggiori centri di ricerca a livello nazionale senza tuttavia mai raggiungere l’ambizioso obiettivo.
Estendendo questo equilibrismo ad un ambito più ampio, molte volte si ha la sensazione che Lecce si trovi in una bolla ovattata fuori dal tempo, come se il resto del mondo non la influenzi completamente. Ciò ovviamente non corrisponde al vero e lo dimostra come molte famiglie leccesi abbiano visto negli ultimi anni il proprio potere d’acquisto erodersi a causa delle conseguenze del Covd prima e della guerra d’Ucraina poi. Per quanto ciò possa essere solo una sensazione, è quanto molti leccesi avvertono nel loro quotidiano: per quanto epocale sia il cambiamento nel mondo esterno, esso è sempre secondario, marginale, lontano,
Un passo in avanti verso il futuro
Al netto di tutti i fattori descritti qui sopra, negli ultimi 30 anni Lecce può tranquillamente affermare di essere andata avanti seppur timidamente verso un miglioramento delle proprie condizioni sociali. Dovendo affrontare quotidianamente difficoltà strutturali di difficile risoluzione il cambiamento in questa lontana provincia pugliese c’è stato, anche se spesso viene avvertito dalla popolazione così lentamente che è come sembrare di star fermi anche muovendosi. Ciò che non si ha dal punto di vista infrastrutturale, economico e lavorativo lo si compensa in qualità della vita, e per chi rimane o decide/riesce a tornare è un compromesso più che accettabile da pagare. Nonostante ciò, verrà presto il tempo in cui probabilmente Lecce dovrà fare i conti con questa sensazione di progresso eccessivamente lento, soprattutto se non vorrà perdere tutte le nuove generazioni che giustamente aspirano sempre di più ad una maggiore offerta di cultura, istruzione ed intrattenimento. Riprendendo l’opera di Beckett, sembra come se Lecce fosse in un’eterna attesa di qualcosa. Qualcosa che non riesce neanche ad avvertire cosa sia e soprattutto se lo vuole davvero. Alcuni lo chiamerebbero Godot, Lecce forse lo chiamerebbe futuro.
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