Mercati e politica, cosa ci sta dicendo l’oro?

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

L’oro è qualcosa di più di una semplice commodity. In un’ottica di mercato, il metallo giallo è uno strumento di misurazione della fiducia nel sistema. Uno strumento che oggi segna ‘tempesta’. Fabio Tanevini, editorialista di LombardReport.com, in un articolo di sabato 31 gennaio 2026 cerca di comprendere i segnali lanciati dall’oro.

Oro e disordini geopolitici

“Durante la Prima guerra mondiale – scrive Tanevini -, il sistema monetario internazionale era ancora ancorato all’oro. Le nazioni belligeranti, per finanziare lo sforzo bellico, stampavano moneta in eccesso, seminando i germi dell’inflazione. Il risultato? Una corsa all’oro come bene fisico, tangibile, che manteneva il proprio potere d’acquisto mentre le valute cartacee si svalutavano. Il metallo divenne lo strumento di ultima istanza per proteggere la ricchezza, sia per gli stati che per i privati. La Seconda guerra mondiale scolpì questo ruolo a fuoco. Con il mondo in fiamme, l’oro fu il pilastro su cui si ricostruirono le riserve delle banche centrali, nel tentativo di garantire stabilità nel dopoguerra. L’apice di questa logica fu il sistema di Bretton Woods, che legava il dollaro all’oro. Un sistema che collassò nel 1971 perché anche il più forte dei pilastri può cedere quando la fiducia viene meno”.

Anche oggi in un’era di valute fiat, scollegate da qualsiasi bene fisico, i meccanismi scatenati dalla guerra sono identici: aumento della domanda di protezione, interruzione delle catene di approvvigionamento, timore di un’inflazione fuori controllo. Oggi però – osserva Tanevini – non c’è lo standard aureo a frenare la stampante monetaria. “L’attuale rialzo dell’oro non è solo una reazione a conflitti geopolitici – scrive l’editorialista di LombardReport.com -. È la risposta di mercato a un conflitto più profondo e insidioso: quello tra politica e istituzioni monetarie”.


CLICCA QUI PER APPROFONDIRE

Fed e indipendenza dalla politica

Tanevini sottolinea che “il dogma più sacro” dell’economia occidentale per decenni è stato che le banche centrali devono operare libere dell’influenza politica diretta, per evitare strumentalizzazioni. “Quando i politici controllano la stampante, la usano”, scrive Tanevini.

L’editorialista di LombardReport parla poi di un “assedio sistematico e senza precedenti” da parte dell’amministrazione Trump alla Federal Reserve. “L’obiettivo dichiarato è piegare la banca centrale alle esigenze politiche, costringendola a tagli aggressivi dei tassi per stimolare l’economia a qualsiasi costo – scrive ancora Tanevini -. Jerome Powell è sotto un’indagine penale pretestuosa, chiaramente orchestrata per intimidire e rimuovere. Lo stesso Powell ha recentemente dichiarato, in un raro messaggio di allarme, che l’indipendenza è cruciale per evitare che la politica monetaria venga “usata per influenzare le elezioni”. È esattamente ciò che sta accadendo”.

Tanevini cita poi l’FPPI (Fed-President Pressure Index), un indicatore accademico che misura la pressione politica sulla Fed, che mostra che l’attuale presidente Trump ha esercitato quasi il doppio della pressione di Biden e sette volte quella di Reagan. “Stiamo vivendo l’erosione programmata del più importante contrappeso alla demagogia finanziaria – sostiene Tanevini -. Non è una teoria: è un dato di fatto”.

CLICCA QUI PER APPROFONDIRE

Le conseguenze di una Fed meno indipendente

Tanevini analizza poi le conseguenze di questa erosione. A partire dal tema della fiducia nel debito sovrano USA. Una Fed che non è più indipendente perde credibilità nella lotta all’inflazione. “Gli investitori istituzionali globali, che detengono migliaia di miliardi in T-Bond, cominceranno a chiedere un premio per il rischio più alto – scrive Tanevini -. Ciò significa rendimenti obbligazionari in salita (e quindi prezzi in discesa) per compensare il rischio di una futura svalutazione monetaria. La curva dei rendimenti diventerà un campo di battaglia”.

In uno scenario in cui vacilla la fiducia verso il dollaro e la Fed, l’oro riassume il suo ruolo millenario. “Non paga interessi, ma non può essere stampato da un politico in cerca di voti. La sua impennata attuale non è speculativa; è difensiva. Riflette una migrazione di capitale dall’asset fiduciario (valuta e bond) all’asset fisico e scarso. Finché la pressione politica persisterà, il vento sarà in poppa per l’oro”.

Sulle borse, storicamente, la pressione politica sulla Fed ha un effetto ambiguo. Con l’arrivo di tassi più bassi, ci potrebbe essere una reazione rialzista nel brevissimo termine. “Quell’effetto positivo è volatile e si concentra su società piccole e sensibili ai tassi – sottolinea Tanevini -. La volatilità aumenta, e nel medio-lungo periodo, l’incertezza istituzionale e il rischio di inflazione fuori controllo diventano un peso insostenibile per le valutazioni. È un gioco pericoloso”.

CLICCA QUI PER APPROFONDIRE