Allarme alla Banca d’Inghilterra: l’oro è in fuga. La Banca centrale del Regno Unito e la City di Londra notano da settimane un aumento considerevole dei ritiri di lingotti e altre forme di oro fisico destinati ad essere inviati poi a New York. Secondo il Financial Times, è di 82 miliardi di dollari il controvalore dell’oro drenato da novembre ad oggi dai forzieri londinesi per prendere le rotte atlantiche verso New York. C’entra, sicuramente, l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, con le annesse minacce di dazi e ritorsioni commerciali. Ma c’entra soprattutto la percezione del fatto che la vecchia Inghilterra sta gradualmente perdendo posizioni nella gerarchia delle potenze globali, e la riduzione del peso di Londra passa anche per il ridimensionamento della City.
Il fallimento della Brexit
A cinque anni di distanza possiamo dire, senza timori di smentita, che è sostanzialmente fallita la grande scommessa dei fautori della Brexit: separare i destini del Regno Unito da quelli in declino dell’Unione Europea, liberare le energie vive dell’economia e della finanza del Paese, fare della City la “Singapore sul Tamigi” libera da vincoli e capace di giocare da grande attore globale. Londra è nello stesso gruppo di Bruxelles, costretta a osservare l’emergere di un mondo definitivamente “post-europeo” come scritto sul Wall Street Journal dal politologo Walter Russel Mead parlando delle conseguenze della vittoria di Trump.
Ne deriva che anche il simbolo globale della potenza britannica, la finanza londinese, si trova in una fase di appannamento. E se poche settimane fa segnalavamo come fosse in atto la grande fuga delle aziende quotate dalla City, che prendono la via di Wall Street, ora nel quinto anniversario della Brexit è la continua diaspora dei lingotti da Londra a New York a simbolizzare quel declino cui Londra non ha saputo sottrarsi. Non per meriti europei ma per limiti propri il Regno Unito non ha saputo, con la Brexit, sottrarsi al destino comune del Vecchio Continente.
Da novembre, nota il Ft, “i commercianti di oro e le istituzioni finanziarie hanno spostato 393 tonnellate nei caveau della borsa merci Comex di New York, facendo aumentare i livelli delle scorte di quasi il 75%, arrivando a 926 tonnellate, il livello più alto da agosto 2022″. In due mesi, “i flussi totali di oro negli Stati Uniti potrebbero essere molto più alti di quanto riflettano i numeri del Comex, secondo i partecipanti al mercato, perché è probabile che ci siano state spedizioni aggiuntive verso caveau privati a New York di proprietà di HSBC e JPMorgan. Le due banche hanno rifiutato di commentare”.
Il declino del Regno Unito
Il Regno Unito guidato da Keir Starmer, che ha riportato al potere a luglio il Partito Laburista dopo quattordici anni di governi conservatori, subisce il simbolico voto di sfiducia che la fuga dell’oro da Londra esemplifica. A oggi il metallo nobile non garantisce più per monete e posizioni finanziarie dei Paesi, ma è comunque un sostanziale metro della fiducia verso un sistema economico.
Avere grandi riserve d’oro accumulate faceva della City un attore importante capace di potersi garantire in caso di crisi, secondo una dinamica paragonabile a quella cavalcata dai Paesi Brics, che stanno tesaurizzando grandi quantità del nobile metallo. La scelta di attraversare l’Atlantico è un messaggio di sfiducia che si somma al crollo del valore delle aziende in lista nella City nel sottolineare come tra Londra e New York, così come tra l’Europa e gli Usa, il divario di potenza economica, finanziaria e geopolitica sia destinato a diventare, mese dopo mese, sempre più incolmabile.