Sull’operazione Mps-Mediobanca cala la scure di Intesa San Paolo. Il primo gruppo bancario italiano ha infatti letto criticamente l’ambizione della banca più antica del mondo di scalare Piazzetta Cuccia, sottolineando l’azzardo di Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, ispiratori della mossa, e l’assenza di sinergie operative tra i due gruppi. Si potrebbe pensare che nel quartier generale torinese di Intesa San Paolo si veda con sospetto all’ambizione da “terzo polo” dei fautori della saldatura Mps-Mediobanca, tra cui il governo di Giorgia Meloni, ma entrando nel merito le critiche provenienti da Corso Inghilterra sembrano sostanzialmente basate sui fatti più che sulle percezioni.
A Intesa non spaventa la concorrenza: anche Andrea Orcel, Ceo della rivale Unicredit, nonostante l’attivismo degli ultimi anni ha con grande cavalleria di recente ricordato che il gruppo di Carlo Messina resta la prima banca italiana. Quel che gli analisti di Intesa segnalano, nel deal Mps-Mediobanca, è piuttosto la prospettiva di un trasferimento di valore dalla banca acquirente a quella acquisita, Mediobanca, che drenerebbe denaro creato con attività ordinaria di raccolta verso il sistema delle banche d’affari.
Come e perché Intesa boccia Mps-Mediobanca
Il Sole 24 Ore ha segnalato un report interno di Intesa scettico dell’operazione perché “punta a creare il terzo gruppo bancario italiano mettendo insieme modelli e attività di business differenti”, con effetti potenzialmente distorsivi dell’ordinaria attività dei mercati. Tra le righe si legge la preoccupazione di Intesa che la scalata di Mps a Mediobanca distrugga valore nel contesto della finanza di raccolta (e il Monte ha ottenuto utili e stabilità grazie al margine d’interesse trainato dagli alti tassi del 2022-2024) e in quella d’affari, presidiata da Mediobanca. In sostanza, una bocciatura di mercato che riflette quanto detto da Piazzetta Cuccia dopo la riunione del cda presieduto da Alberto Nagel, che ha accusato Monte dei Paschi di “distruggere valore” con la sua operazione.
Siamo, nuovamente, alla sfida tra mercato e salotto. Da un lato, la finanza che prova a costruire stabilità e continuità operativa e il mondo costituito da Intesa, la rivale Unicredit e il management di Mediobanca, la cui proiezione è quello di Generali. Dall’altro, il duo Caltagirone-Delfin sostenuto dal governo Meloni, che propone un’operazione kafkiana in cui col sostegno del socio pubblico di Mps (lo Stato ha l’11% del capitale residuo in mano) due operatori privati (col 3,5% ciascuno nel Monte) scalano una banca di cui sono primi azionisti senza però avere il controllo (nel 2023 Delfin e Caltagirone non sono riusciti a disarcionare Nagel) con l’obiettivo di conquistare Generali, dove nuovamente detengono quote ma non la governance.
Lo Stato paga per le scommesse private?
Una situazione che, se concretizzata, penalizzerebbe l’immagine dell’Italia come attore dinamico nel mercato europeo dei capitali dove le nostre istituzioni private si stanno muovendo dinamicamente. Ultimo dato, nel breve periodo chi ci sta rimettendo è lo Stato, cioè la collettività: Delfin e Caltagirone dall’annuncio della scalata hanno guadagnato per le plusvalenze delle azioni detenute a Piazzetta Cuccia e nel Leone di Trieste, compensando ampiamente le minusvalenze di Mps. La prospettiva, nota La Voce, è che “paradossalmente più è alto il prezzo pagato per ottenere Mediobanca e più Caltagirone e Delfin guadagnano, dato che la loro partecipazione in Mediobanca è superiore a quella in Mps”.
A perdere sarebbe chi ha quote in Mps ma non nelle altre istituzioni, come Bpm, Anima e, soprattutto, il Tesoro. Insomma, una scommessa privata con ricadute sulle casse statali: difficile definire mercato tutto questo. E ancor più notevole il fatto che a rendersene conto siano i giganti della finanza italiana e non i decisori pubblici.