Il Trump-pensiero 2.0 tra politica, borsa ed economia reale

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Per provare a capire quali sono i piani di Donald Trump per il suo secondo mandato da presidente degli Stati Uniti d’America, dobbiamo capire in quale contesto è maturata la sua rielezione dello scorso novembre. Virginio Frigieri di LombardReport.com, nel corso di un convegno, per cercare di comprendere questo contesto ha presentato un’analisi della situazione demografica degli USA rapportata alla distribuzione di ricchezza.

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Frigieri sottolinea come nella società statunitense ci sia un problema di divario di ricchezza intergenerazionale. “Il 3 dicembre 2019 sul Washington Post uscì un grafico (riportato sotto, ndr) nel quale si vedeva la quota di ricchezza nazionale posseduta da ciascuna generazione in base all’età media – spiega Virginio Frigieri -. Quando la generazione dei baby boomers raggiunse l’età media di 35 anni nel 1990 possedeva collettivamente il 21% della ricchezza nazionale. La generazione X ha raggiunto l’età media dei 35 anni nel 2008 con una quota del 9%. Nel 2019 (facendo ancora riferimento al grafico già citato, ndr) i millennial non avevano ancora raggiunto l’età media di 35 anni, ma con una quota di ricchezza di appena il 3,2% in quattro anni scarsi dovrebbero triplicare la loro ricchezza solamente per raggiungere la quota della generazione X”.

Virginio Frigieri si domanda poi cosa è cambiato rispetto al primo mandato del presidente statunitense Donald Trump. Frigieri evidenzia: “sulla borsa statunitense il grosso degli investimenti viene da quel 10% di boomers (generazione uscente) che per altro rappresenta un elettorato in larga parte democratico, che non vota Trump, mentre la gran parte della generazione X e buona parte dei millennial questa volta ha votato Trump. E se nel suo precedente mandato il presidente statunitense si era guardato bene dal prendere decisioni che potessero in qualche modo penalizzare o non far piacere ai mercati finanziari, questa volta cambia la musica…Gli elettori di Trump – continua Frigieri – negli ultimi 30 anni hanno visto diminuire il loro potere di acquisto, pressati da un lato dalla concorrenza cinese e dall’altra dall’immigrazione messicana, disposta a lavorare per stipendi più bassi. Queste persone sostanzialmente chiedono: un lavoro che gli permetta di comprarsi una casa invece di pagare l’affitto tutta la vita, di poter mantenere la famiglia senza dover fare, come accade oggi, due, a volte tre, lavori. Quindi a differenza di quanto era accaduto nella sua prima presidenza, stavolta a Trump interessa relativamente poco della borsa e l’obiettivo diventa: “non voglio tutelare Wall Street, ma voglio tutelare Main Street”. Tradotto, vuol dire tutelare l’economia reale: creare posti di lavoro, portare nuove aziende straniere a investire negli Stati Uniti, ricostruire l’infrastruttura produttiva americana che, è bene ricordarlo, ai tempi di Bretton Woods era la più importante e potente del mondo”.

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“Quando la borsa scende per gli elettori di Trump non è assolutamente uno svantaggio, anzi è un elemento positivo, perché ha portato un’ondata di deflazione aiutata anche dall’indebolimento del dollaro. L’inflazione media sotto la presidenza Biden era del 5%, nei primi tre mesi di Trump è crollata all’1. I prezzi delle case, ad esempio, hanno iniziato a scendere e anche questo era uno degli obiettivi importanti per la presidenza Trump”.

“Nelle righe precedenti ho detto che gli Stati Uniti alla fine della Seconda guerra mondiale erano la potenza produttiva più forte del mondo – ancora Frigieri -. Oggi l’economia degli Stati Uniti è un’economia fatta prevalentemente di servizi, che rappresentano più del 75% del PIL e la crescita è trainata da settori come la tecnologia, la finanza e la sanità. Ovviamente ci sono ancora molte aziende produttrici, ma nulla in confronto ad 80 anni fa, per cui riportare le industrie manifatturiere negli Stati Uniti serve ovviamente a creare posti di lavoro per gli americani e fornire risposte concrete al suo elettorato”.

Un passaggio anche sul tema della difesa: “In secondo luogo c’è la necessità di ristrutturare l’industria della difesa, che durante la guerra in Ucraina non si è dimostrata all’altezza, soprattutto per renderla indipendente dalle forniture estere e in particolare dalla Cina. Oggi molte forniture militari statunitensi dipendono da componentistica cinese e uno studio del Pentagono del 2014 stimava che entro il 2030 la quasi totalità dei sistemi d’arma americani sarebbero dipesi da componentistica cinese o taiwanese”.

Per Frigieri: “con il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca si entra in quella che viene definita la Statecraft economy. Quando Trump il 2 aprile ha sbandierato il “Liberation Day”, intendeva proprio questo. Negli ultimi decenni si è visto la politica arretrare moltissimo fino a diventare subalterna e al traino dell’economia. Trump vuole invertire questa tendenza e riportare la politica al centro delle decisioni economiche. Ci riuscirà? Non ci riuscirà? È difficile dirlo, perché per fare questo occorre far crescere una generazione di politici che possiedano solide basi economiche e che siano quindi in grado di comprendere ed utilizzare strumenti economici in modo consapevole per promuovere obiettivi di lungo termine. Come la stabilità e il progresso sociale, il benessere collettivo, senza lasciarsi trascinare esclusivamente dalle pressioni del mercato e da interessi immediati. Per altro, se questo accadesse verrebbe messa una pietra tombale sul globalismo e le teorie neo liberiste degli anni ’70, dove si portavano avanti tesi opposte nelle quali si diceva che solo quando il mercato fosse diventato l’unico regolatore (eliminando i confini nazionali, le barriere doganali, le barriere burocratiche, i diritti dei lavoratori, ecc.) si sarebbe potuto creare benessere per tutti”.

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