Si capisce bene che Mark Rutte, da pochi mesi segretario generale della Nato al posto di Jens Stoltenberg, non possa recitare altro ruolo in commedia. Però sentirlo dire, come ha fatto ieri a Rammstein durante la periodica riunione del Gruppo di contatto che sostiene l’Ucraina, che bisogna fornire a Kiev “ciò che le serve in termini di equipaggiamento e addestramento per prolungare la battaglia e prevalere”, è stato come vedere quei giapponesi che uscivano dalla giungla vent’anni dopo la fine della guerra. Perché se c’è una cosa che tutti, ma proprio tutti, hanno capito, è che il prolungarsi della guerra volge a favore della Russia e genera maggiori disgrazie per l’Ucraina, che tutto potrà fare tranne che prevalere sul campo di battaglia. Tant’è vero che durante la stessa riunione il presidente ucraino Zelensky ha detto: “Sto facendo del mio meglio per porre fine a questa guerra con dignità per l’Ucraina e per tutta l’Europa quest’anno”. Tradotto: speriamo di finirla presto e, appunto, “con dignità”. Altro che prolungare la guerra per vincerla…
Che Rutte sia sfasato rispetto alla realtà, o che (assai più probabilmente) dica le cose che il ruolo gli impone, lo si capisce bene da un altro fatto. Per tre anni, dall’invasione russa del 24 febbraio del 2022, chiunque abbia provato a dire che sarebbe stato meglio provare a negoziare pur di interrompere il disastro della guerra è stato trattato come un agente di Vladimir Putin, un vigliacco, un traditore, un pennivendolo prezzolato, nella migliore delle ipotesi un imbecille. Decine e decine di fanatici o di piccoli carrieristi che fino al 23 febbraio del 2022 nemmeno sapevano dove fosse l’Ucraina, fiutata l’aria, si sono spesi per incitare alla guerra “finché sarà necessaria”. Sostenuti e spesso incitati dai loro corrispettivi in politica.
Poi la bolla bellicista è scoppiata e oggi tutti, ma proprio tutti, parlano di negoziato. Persino Zelensky. Lo stesso negoziato che era stato avviato già nel 2022 in Bielorussia, quattro giorni dopo l’inizio dell’invasione, e che proseguì invano poche settimane dopo in Turchia. Il negoziato che, come infinite fonti hanno poi confermato, dal presidente turco Erdogan ai diplomatici di diversi Paesi fino a David Arakhamia, il capo della delegazione ucraina, fu mandato a monte dalle reciproche diffidenze e, ancor più, dall’intervento di alcune potenze occidentali, Regno Unito e Usa in testa, che convinsero l’Ucraina di una possibile e rapida vittoria. In conclusione, tre anni di guerra, morti e distruzioni che con ogni probabilità si potevano evitare.
La bolla è scoppiata perché dalla scena della politica internazionale sono scomparsi alcuni dei bellicisti più importanti (il britannico Boris Johnson, Joe Biden, Justin Trudeau) e altri sono stati bruscamente ridimensionati (Macron in Francia, la componente verde del Governo tedesco). Ma soprattutto perché sulla scena ha fatto ritorno Donald Trump, da sempre convinto sostenitore del fatto che la guerra in Ucraina non avrebbe mai dovuto cominciare e che quindi vada chiusa il più in fretta possibile. E il perché lo ha spiegato bene Keith Kellogg, nominato da Trump inviato speciale per il conflitto, in un’intervista a Fox Tv dei giorni scorsi: “Trump non vuole concedere cose alla Russia ma salvare l’Ucraina”. Rieletto Trump, tutti zitti e buoni: di colpo è diventato lecito parlare di negoziati, all’improvviso parole come negoziato o addirittura pace non sono più state equiparate a bestemmie. Eletto Trump lo stesso presidente Zelensky ha riconosciuto ciò che tutti avevano capito benissimo da tempo: ovvero, che l’Ucraina non sarebbe mai stata in grado di riprendersi con le armi i territori che la Russia ha finora occupato, Crimea compresa. Adesso tutt’al più si biascica qualcosa su quella “pace giusta” che è l’obiettivo di Zelensky, anche se non si capisce bene di che cosa si tratti, se i territori conquistati a cannonate dai russi non potranno essere recuperati.
Tutto questo ci dice qualcosa sulla miopia dei politici (soprattutto europei) e sulla fragilità del sistema informativo. Ma ci dice molto sul fatto che la politica internazionale st guardando al ritorno alla Casa Bianca di Trump con un atteggiamento ben diverso da quello tenuto otto anni fa al momento del suo primo sbarco alla presidenza degli Usa. Allora Trump era considerato poco più di un clown e la convinzione diffusa era che avrebbe combinato solo pasticci e che, in ogni caso, le forze “sane” all’interno del sistema gli avrebbero impedito di fare troppi danni. Pensate se otto anni fa Trump avesse detto che voleva prendersi la Groenlandia e Panama, in caso di necessità anche con le armi… Lo avrebbero coperto di pernacchie e contumelie. Oggi, di nuovo, tutti zitti e buoni. Ed è solo un esempio. O meglio: un altro dopo quello dell’Ucraina. O dopo le minacce di dazi pesanti alle esportazioni europee. O dopo l’intimazione a investire il 5% del Pil nella difesa, E sempre, tutti zitti e buoni. Il che fa capire che questa presidenza Trump, piaccia o non piaccia, è considerata più “forte” della prima. E che tutti stanno ormai allacciando vie cinture di sicurezza.
Fulvio Scaglione