Evitare un eccessivo approccio forcaiolo nella lotta alla corruzione, non sguarnire i servizi segreti privandoli della guida sagace di Kyrylo Budanov, evitare il commissariamento totale da parte della Nato: per questi tre motivi la decisione annunciata ai quattro venti dal potere ucraino sulla sostituzione di Oleksej Reznikov da ministro della Difesa è stata annullata da Volodymyr Zelensky.

Il presidente ucraino ha cambiato la rotta annunciata dai vertici del suo partito, Servitore del Popolo, che prevedeva la retrocessione di Reznikov al ruolo di ministro dell’Industria e la sua sostituzione con Budanov. Una manovra che avrebbe portato alla fine del controllo sulla Difesa dell’uomo delle richieste di armi all’Occidente e del governo politico della difesa contro la Russia spostando il “principe” delle spie di Kiev e comandante del Gur, servizio militare ucraino, al suo posto. Ma la manovra sarebbe stata troppo spericolata.



Zelensky teme l’effetto-domino sulla corruzione

In primo luogo Reznikov non risulta direttamente indagato nell’ondata di scandali giudiziari che stanno travolgendo il sottogoverno ucraino. Il vice di Reznikov, Vyacheslav Shapovalov, è stato licenziato da Zelensky dal ministero della Difesa il 24 gennaio dopo che era emerso uno scandalo giudiziario sull’acquisto di partite di rifornimenti alimentari per le forze armate a prezzi gonfiati. Reznikov era finito nella bufera per l’omessa vigilanza sul numero due della Difesa. Ma nessun addebito giudiziario gli è stato mosso.

Passata la prima ondata di indignazione, Zelensky non ha voluto assecondare un effetto-domino sul governo proprio mentre ci sono precise indicazioni sul fatto che la Russia stia riprendendo la sua offensiva. Sostituire Reznikov con Budanov avrebbe lanciato una serie di partite per le nomine che difficilmente Kiev ora si può permettere.

Budanov è troppo centrale nei servizi segreti

C’è poi il tema della centralità di Budanov nel quadro dei servizi segreti. “Falco” anti-russo, Budanov nonostante la giovane età, 36 anni, è già un veterano della guerra ai separatisti del Donbass prima e all’invasore russo poi.

In sinergia con lo stratega Mykhailo Podolyak, braccio destro di Zelensky, Budanov ha orchestrato molte delle più ardite operazioni di intelligence militare, come l’attacco autunnale al ponte di Kerch e il coordinamento coi servizi segreti Usa, britannici e del resto dell’Occidente nella gestione da terra delle operazioni militari durante l’offensiva d’autunno. Conosce a menadito i gangli dell’intelligence ucraina e difficilmente avrebbe potuto trovare un sostituto all’altezza.

Evitare il commissariamento della Difesa

Last but not least, Zelensky vuole evitare che con la fine del regno di Reznikov sulla Difesa si avvii il definitivo commissariamento atlantico dell’Ucraina. Certo, Reznikov rispetto a Budanov non ha la stessa focalizzazione sull’obiettivo della vittoria militare totale contro i russi e come Olekseij Arestovych, dimessosi da poco da consigliere, ha paventato l’ipotesi di una soluzione diplomatica.

Zelensky vuole la guerra a oltranza fino alla vittoria militare con il sostegno degli aiuti occidentali. Ma soprattutto a Washington questo fatto inizia a far storcere il naso, dato che tra la guerra per procura all’Ucraina condotta con i soldati di Kiev e le armi occidentali e il coinvolgimento diretto di Washington passa una sottile differenza su cui può emergere però la ricetta per un disastro. Da inizio 2023 l’amministrazione Biden, vinta la battaglia del ricompattamento del campo occidentale, ha iniziato a condizionare l’ex comico diventato Presidente per evitare di tirare troppo la corda. “Tanti, a iniziare da Isaac Tharoor, che ne ha scritto per primo sul Washington Post, hanno descritto la visita del Capo della Cia a Kiev di inizi gennaio come burrascosa per Zelensky”, nota Piccole Note, che prosegue: “William Burns avrebbe avvertito il presidente ucraino di non tirare troppo la corda, avvertendo che gli aiuti Usa erano in esaurimento” o non garantiti con la stessa intensità.

Budanov a capo della Difesa avrebbe significato un dialogo diretto d’intelligence a garanzia della resistenza ucraina. Scavalcando di fatto il capo di Stato di Kiev, che non ha voluto correre questo rischio. E anzi forse nel timore di un commissariamento totale ha, dopo aver ricevuto la garanzia dell’assoluto sostegno a Londra e aver invece concluso in maniera interlocutoria il passaggio a Parigi, ritrovato la volontà di non cambiare la sua squadra classica nel governo della guerra. A costo di non promuovere a cariche apicali un fautore della vittoria finale come Budanov, che l’avrebbe però marginalizzato.