La guerra in Ucraina e la Terza guerra del Golfo sono connesse da un filo sottile che non è solo la loro natura di conflitti capaci di assurgere a veri game-changer per l’ordine globale e di trasformare profondamente le dinamiche geopolitiche, economiche e, soprattutto, energetiche internazionali ma anche per la complessa interrelazione che in esse emergono per il coinvolgimento strutturale degli Stati Uniti. Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina che da oltre quattro anni fronteggia l’aggressione russa, è conscio che senza una risoluzione della crisi nel Golfo sarà difficile veder un prosieguo delle trattative di mediazione impantanate per il cambio di paradigma statunitense.
Il capo di Stato ucraino ha parlato con Christiane Amanpour della Cnn a valle di una giornata positiva per Kiev, quella di mercoledì 22 aprile che ha portato in dote per Kiev 90 miliardi di euro di prestiti europei, “dono” della caduta di Viktor Orban in Ungheria e garanzia di sopravvivenza finanziaria per le casse dello Stato ucraino, aggiungendo però che Washington “non vede l’opportunità di incontrarsi finché la questione, il caso dell’Iran, non sarà chiusa“.
Kiev chiama Washington
“L’Ucraina non è una questione da affrontare in un secondo momento; è già diventata una tragedia immane”, ha detto Zelensky, aggiungendo che “dobbiamo trovare un modo per gestire entrambe le cose contemporaneamente”. Il presidente affronta la continua pressione russa, prende atto del fatto che l’amministrazione di Donald Trump stia dedicando tutte le sue energie a gestire la coda di una guerra dove gli Usa sono parte in causa, quella all’Iran, e non abbia dunque ora il focus sulla mediazione tra Kiev e la Russia. Il motivo non è legato solo alla presenza di mediatori come Steve Witkoff e Jared Kushner su entrambi i versanti, che dunque ora vedono le energie drenate dal Golfo, ma anche all’alta politica. Ad oggi, infatti, Washington è col cerino in mano: in Iran non sta ottenendo soluzioni definitive, Trump alterna blandizie e minacce, evoca colloqui e negoziati salvo rafforzare il dispositivo militare mentre estende il cessate il fuoco, unilateralmente, in via indefinita. In Pakistan, ad oggi, le delegazioni non ci sono e non programmano di incontrarsi.
Il pantano nel Golfo non aiuta Trump in Ucraina, ove dopo l’incontro di Anchorage con Vladimir Putin del 15 agosto scorso la trattativa per porre fine al conflitto, intestatasi direttamente dalla Casa Bianca, non ha prodotto esiti definitivi. E non lo farà nel breve periodo, perché l’Ucraina è vista da Mosca, ma anche da Washington ormai, come una componente fondamentale da cui deve passare la distensione russo-americana di cui oggi non si vedono i contorni.
Il cortocircuito di Zelensky
Zelensky ha, per necessità, scelto Washington come sostegno alla mediazione mentre sperava nell’appoggio materiale di un’Europa ai ferri corti coi russi ma si è in un certo senso infilato in un cul-de-sac, dipendendo dalla volontà americana e russa di dialogare su una scacchiera in cui l’Ucraina è una, e forse nemmeno la più importante, delle pedine. L’assalto all’Iran, poi, ha reso meno credibile il ruolo americano come mediatore anche di fronte alla Russia e in questo contesto anche Mosca, ad oggi, viste le difficoltà interne del regime, i costi crescenti della guerra e l’ìnsoddisfacente bottino territoriale finora conquistato sembra essere più propensa a voler proseguire la guerra.
Paradossalmente, dunque, più il primo alleato dell’Ucraina e il suo mortale nemico sono disposti a parlarsi, più la guerra in Est Europa può raggiungere una fine. Ma oggi a Mosca sembra voler mancare la disponibilità a parlare, a Washington quella di ascoltare. Strumentalmente, poi, a Mosca la crisi creata dalla guerra in Iran, con gli effetti su prezzi energetici e volatilità, fornisce nel breve periodo una boccata d’ossigeno in termini di maggiori entrate da gas e petrolio. E le mosse di Washington e Israele creano cassa per alimentare la macchina bellica in Ucraina, in un contesto in cui anche l’Europa è messa sotto pressione e potrebbe tornare a rivolgersi a Mosca. Zelensky è preoccupato, legittimamente, di finire in secondo piano. Ma la realtà dei fatti è che forse, ad oggi, chiudere la guerra in Ucraina non sia la priorità di nessuna potenza. E per un capo di Stato che teme di essere messo da parte il giorno dopo la fine del conflitto, mancando la capacità russa di un successo militare definitivo forse va perfino bene così.
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