L’ha chiamato, enfaticamente, “Piano per la Vittoria” dell’Ucraina in guerra con la Federazione Russa ma assomiglia più apertamente a una richiesta d’aiuto di chi si sente gradualmente abbandonato. Il progetto presentato da Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca nella giornata di ieri, alla presenza del presidente Joe Biden e della vice Kamala Harris, presenta al tempo stesso il beneficio della chiarezza e la fragilità della nebulosità. Apparente paradosso che si spiega facilmente: la proposta di Zelensky segnala chiaramente di cosa l’Ucraina ha bisogno per resistere alla crescente pressione russa, ma spiega poco come Kiev dovrebbe farvi fronte e i passaggi per raggiungere la “pace giusta” di cui il capo di Stato ucraino ha parlato di recente alle Nazioni Unite.
La sfida di Zelensky
Kiev chiede il via libera all’uso delle armi a lungo raggio, garanzie certe sull’integrazione nella Nato, nuovo appoggio militare e finanziario. Somma in una sola volta tutte le richieste fatte nell’ultimo triennio, aggiungendovi un importante senso d’urgenza. Ora o mai più, e il sottotesto. Ma il “Piano per la Vittoria”, che a detta del presidente deve servire a riequilibrare la situazione per favorire una trattativa alle condizioni di Kiev, nasce tra ostacoli e dubbi.
Zelensky va a Washington e elenca i desiderata di Kiev partendo da un presupposto che non è quello americano: il capo di Stato del Paese invaso confidava nella gratitudine e nell’impegno esplicito della superpotenza alla resistenza ucraina per la sua utilità alla causa del contenimento della Russia. Per la Casa Bianca, tuttavia, è l’ora della cautela in una guerra che ha già consolidato molti obiettivi strategici di Washington: disaccoppiamento russo-europeo, indebolimento militare di Mosca, consolidamento geopolitico dell’unità transatlantica. Gli Usa vogliono la sopravvivenza di Kiev, non il tracollo della Russia. Zelensky questo non lo vuole ammettere esplicitamente, e per questo motivo si spiega l’ostilità del presidente a qualunque piano di pace, come quello sino-brasiliano, imponga la più chiara delle necessità in nome del realismo: per porre fine alla guerra servirà negoziare.
La guerra complicata dell’Ucraina
Tra un’amministrazione Biden verso la fine e una campagna elettorale ove incombe sull’Ucraina l’ombra di Donald Trump e del Partito Repubblicano, per il quale un missile dato all’Ucraina è un missile sottratto al contenimento di Cina e Iran, tra un campo di battaglia che dal Donbass a Kursk regala crescenti amarezze e un dibattito aperto sulle possibilità ucraine di colpire a lunga distanza Mosca Zelensky parla pensando a un concetto di vittoria tutto suo. Si può biasimare per questo? Certamente no. L’uomo ha indubbio coraggio e ancora più indubbia disinvoltura. Sa che la torsione a cui ha condotto il potere ucraino rischia di ritorcersi contro di lui una volta finita la guerra.
L’equazione di Zelensky si basa su assiomi ritenuti veri e non necessitanti dimostrazioni che vanno pesati alla prova dei fatti: innanzitutto, che l’Occidente continuerà a sostenere l’Ucraina con la medesima convinzione di ieri anche negli anni a venire; in secondo luogo, che la convinzione fosse e sia tuttora quella di condurre la guerra fino alla vittoria; terzo, che il garante di questo patto sia la sua figura. In nome di tutto ciò, Zelensky ha con tenacia perseguito l’accentramento del potere sulla sua figura e sul suo cerchio di fedelissimi legati all’ufficio di presidenza.
I dubbi sul successo ucraino
La “vittoria” per Zelensky sarebbe convincere tutti gli scettici che non è ancora tempo di negoziare con la Russia. Lo fa in patria, mostrandosi inflessibile nel rimuovere dalle posizioni di vertice chi dubiti di questo mantra. Lo conferma all’estero, presentandosi con forza alle cancellerie internazionali come leader privo di dubbi. I suoi fedelissimi, come il capo dell’Ufficio Presidenziale e suo braccio destro Andrij Yermak, gli danno manforte. Ma ormai da molte parti questa fiducia non è più tanto granitica.
Va segnalata, in quest’ottica, la pubblicazione sull’Economist, testata legata alle sfere di potere anglo-americane, di un invito all’Ucraina a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi della trattativa. Zelensky aveva risposto con rabbia quando Papa Francesco in primavera aveva invitato al “coraggio del negoziato” sull’Ucraina. Ora il peggioramento della situazione militare sul campo e il sostanziale disimpegno occidentale, non esplicitato ma condotto passo dopo passo tra dilazioni e non detti, preoccupano l’Ucraina. La cui definizione di vittoria probabilmente è ormai diversa, in termini strategici, da quella che pensa il suo presidente.

