Zelensky a Mar-a-Lago, i missili russi sull’Ucraina: la linea di Kiev per la pace

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Dopo una notte di pesanti bombardamenti con missili e droni da parte dei russi sulle principali città ucraine, compresa la capitale Kiev, e le infrastrutture energetiche del Paese, Volodymyr Zelensky si prepara a una due giorni decisiva per capire la fattibilità degli sforzi di pace per l’Ucraina: oggi, la chiamata con il presidente Usa Donald Trump e i leader europei per delineare un quadro comune sulla proposta di pace da consegnare alla Russia. Domani, il viaggio a Mar-a-Lago, la Camelot di The Donald, per provare a finalizzare i frutti di mesi di colloqui andati in scena tra Ginevra, Miami e Abu Dhabi tra esponenti americani, ucraini e, sullo sfondo russo.

Un negoziato a tutto campo tra Zelensky e gli alleati

Cosa rimane da definire? Lo ha ben spiegato lo stesso Zelensky in un’intervista a Axios. In parte, da un lato, vanno conclusi gli accordi sulla posizione da offrire alla Russia sul versante della possibile cessione ucraina del Donbass ancora non occupato da Mosca. Soprattutto, dall’altro, vanno capiti i possibili tempi e modi di attuazione di un accordo che si prevede complesso e che Kiev non vuole approvare senza prima aver incassato le precise garanzie di sicurezza sul futuro dell’Ucraina (contraltare alla rinuncia del Paese all’ingresso nella Nato), l’assicurazione preventiva di un cessate il fuoco e la possibilità di svolgere un referendum.

Cinque (forse saranno sei alla fine) documenti riassumeranno i venti punti del piano di pace che Zelensky intende strutturare in un accordo la cui durata, per Trump, dovrebbe essere di 15 anni e, scrive Axios, “il presidente ucraino ha affermato che vorrebbe ancora negoziare una posizione migliore sul territorio” e aggiunto che “se il piano richiedesse una decisione “molto difficile” su questo tema, ritiene che la strada migliore da seguire sia quella di sottoporre l’intero piano in 20 punti a un referendum”. In questo caso, Zelensky intende chiedere un referendum agli ucraini.

Le condizioni di Trump e Zelensky per la pace

Il negoziato condotto dagli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, e dal presidente del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Ucraina Rustem Umerov, ha prodotto una serie di capisaldi: gli Usa accettano di sentire la voce ucraina sulla fine del conflitto; l’idea della capitolazione di Kiev senza sé e senza ma è stata esclusa; l’Ucraina riconosce che la vera garanzia di ultima istanza sulla sua sicurezza è quella americana; Washington prende in carico la possibilità di negoziare direttamente con Mosca un piano concordato con Kiev, segno dell’inserimento del dialogo su Kiev nel più ampio progetto di distensione; l’Europa, dopo aver provato su alcuni dossier ad alzare il prezzo del negoziato, gioca di sponda con Kiev provando a puntellarne le richieste. E Trump, anche dopo l’appello in tal senso di Papa Leone XIV, non ha voluto escludere totalmente gli europei aprendo alla call odierna per preparare il vertice in Florida.

Chiaramente, da tutte le parti c’è tensione. Il discorso di Natale di Zelensky lo ha confermato, con una dichiarazione su Vladimir Putin, di cui è conscio che tutti gli ucraini “augurano la morte”, alternata a una presa di posizione speranzosa: “a Dio chiediamo la pace”. Il vero collo di bottiglia del negoziato non sarà a Kiev, a Bruxelles, a Washington (o Mar-a-Lago, in questo caso), ma a Mosca.

La scommessa della Russia

La Russia ha sempre detto che avrebbe negoziato alle condizioni del confronto con gli Usa e ha più volte paventato di disconoscere Zelensky come interlocutore. E al contempo, mentre sul campo di battaglia la guerra di logoramento mira al collasso delle riserve ucraine prima che della linea del fronte, Putin ha usato la mano pesante dei raid missilistici e di droni contro l’Ucraina per mostrare le capacità di colpire nel cuore del Paese invaso. Il Cremlino ha anche rifiutato l’offerta di Papa Leone XIV di una tregua di Natale, dimostrando di non aver intenzioni pacifiche sul breve periodo.

La scommessa della Russia è chiara: chiedere più di quanto l’Occidente e l’Ucraina siano disposti a offrire paventando la prospettiva di una guerra lunga che molti, soprattutto negli Usa e nelle opinioni pubbliche europee, non sarebbero disposti a sopportare.

Tutto questo serve a Putin per palesare le (fin troppo evidenti) vulnerabilità dello Stato ucraino, del suo sistema di potere farraginoso e assediato dagli scandali di corruzione, l’isolamento progressivo del presidente, la scarsa volontà dei Paesi Nato di “morire per Kiev” anche nel pieno dell’era del riarmo. E per coprire, al contempo, una serie di gap tutt’altro che secondari: la Russia ha crescenti difficoltà a finanziare la guerra con la rendita energetica, sta operando in modo tale da coprire i buchi di bilancio con l’aumento dell’Iva, che farà pagare dal 2026 il costo del conflitto ai cittadini, ha subito più volte colpi duri dai raid ucraini contro la sua flotta e i suoi impianti energetici e, soprattutto, ha palesato con i recenti attacchi a Mosca una carenza nella sicurezza interna e nell’intelligence a dir poco preoccupante.

Pace e guerra in mano a Putin

A Mar-a-Lago, dunque, Zelensky e Trump dovranno trovare un’idea comune di cosa significhi “pace” per l’Ucraina e gli Usa, dunque per l’asse tra l’Occidente e Kiev di cui Washington ha ancora il pallino del gioco. Non è detto, però, che questa idea di pace sia quella a cui Putin vorrà aderire o che gli garantirà i successi sperati.

E, soprattutto, che le garanzie per l’Ucraina postbellica siano digerite da una Russia che ha aneliti da grande potenza e si trova in aperta contrapposizione con un’Europa che sarà chiamata a fornire sostegno a Kiev e deterrenza postbellica. La quadratura del cerchio sarà complessa. E il fatto che la grande diplomazia tradizionale non sia stata chiamata in causa rende sicuramente più articolato e farraginoso il contesto. Ma se Zelensky e Trump troveranno un accordo, il pallone sarà nel campo di Putin. Ultimo a poter decidere, in ultima istanza, della pace e della guerra.

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