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I riti del politichese non scompaiono nemmeno nell’Ucraina devastata dall’invasione russa e da due anni impegnata in una resistenza tenace e sanguinosa. Il ministero degli Esteri ha annunciato che il presidente Volodymyr Zelensky ha concesso la sua approvazione alla nomina del generale Valery Zaluzhny, fino a poche settimane fa comandante in capo delle forze armate del Paese, al ruolo di ambasciatore ucraino nel Regno Unito. Come se non fosse noto e arcinoto che Zaluzhny è stato rimosso dalla sua funzione militare non tanto perché la controffensiva ucraina della primavera-estate scorsa è andata a sbattere contro difese russe assai più munite e organizzate del previsto, ma soprattutto perché la sua visione delle cose era ormai molto lontana da quella del Presidente e la sua popolarità presso gli ucraini ormai assai più alta di quella dello stesso Zelensky.

Vediamo un po’ più in particolare. Da tempo Zaluzhny, pur nella compostezza del suo alto incarico, aveva fatto capire di non condividere certe decisioni del suo Presidente. Per esempio, quella che Zelensky prese nell’agosto scorso, licenziando di botto tutti i responsabili regionali del reclutamento. Corruzione, come al solito. Il Generale commentò graffiante che così erano stati liquidati molti funzionari che sapevano fare il loro lavoro e che “non c’è bisogno di inventare un sistema nuovo, meglio far funzionare quello vecchio”. Ma il dissidio più importante venne quando Zaluzhny disse che l’offensiva era in stallo e che la cosa più saggia da farsi sarebbe stata quella di fermarsi, attestarsi su posizioni ben difendibili e raccogliere le forze per una controffensiva futura. Zelensky, che da due anni predica la riconquista di tutto il territorio occupato Crimea compresa, la prese molto a male. Lì, di fatto, andò in pezzi il patto che i due avevano siglato (si vedano anche le testimonianze del libro The showman di Simon Shuster) nel 2021, quando il Presidente aveva scelto il Generalone come massima guida delle sue truppe.

I due non sono mai stati davvero amici, si sono sempre chiamati per nome e patronimico (caro Valery Fiodorovich, caro Volodymyr Oleksandrovich), ma si stimano e, fino a qualche mese fa, hanno rispettato ill famoso patto: io Zelensky non mi immischio nelle questioni militari (di cui peraltro nulla so) e tu Zaluzhny non rompi le scatole in politica. Poi i contrasti, con Zaluzhny che faceva osservazioni politiche e Zelensky che s’improvvisava stratega, fino a nominare nuovo comandate in capo il generale Syrsky, un suo fedelissimo, l’uomo che aveva voluto difendere a tutti i costi Bakhmut, con il risultato di perdere un sacco di soldati e poi anche la città. Da notare, tra l’altro, che nei giorni scorsi il generale Pavljuk, nuovo comandante delle truppe di terra ucraine, ha detto che “il nostro compito ora è… raggrupparsi il più possibile per riportare nelle basi le unità che necessitano di rifornimento e rinforzo” per preparare, spiegabilmente, una nuova offensiva. Esattamente ciò che sosteneva il poi silurato Zaluzhny.

Tutto questo ci riporta alle ragioni profonde della rottura e alla nomina delle scorse ore. Quando la guerra ha preso una brutta piega per gli ucraini, la popolarità di Zelensky è andata in calando e quella di Zaluzhny, guida sul campo dell’eroica resistenza, in costante crescendo. Fino a che i sondaggi hanno certificato un umiliante sorpasso: l’istituto Socis ha registrato che, se si votasse per le presidenziali, Zaluzhny avrebbe una sensibile maggioranza al primo turno e vincerebbe al secondo staccando Zelensky di quasi trenta punti. Zaluzhny, tra l’altro, avrebbe l’appoggio di due politici di spicco che, nelle scorse settimane, hanno apertamente criticato la sua rimozione: il sindaco di Kiev Vitaly Klitschko, uno degli eroi dell’Euromaidan, e l’ex presidente Petro Poroshenko.

Cosicché la nomina ad ambasciatore a Londra in queste ore servita a Zaluzhny è un palese tentativo di allontanarlo il più possibile dall’Ucraina e da ogni tentazione di discesa nell’agone politico. Anche perché tra poco (a maggio) Zelensky sarà un presidente scaduto. Un vuoto di legittimità compensato dallo stato di guerra e dalla legge marziale. Ma ancora per quanto?

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