Qualcosa si muove sul fronte fra curdi e Turchia, ma certamente non come aveva preventivato Recep Tayyp Erdogan dopo gli incontri con Rex Tillerson. Secondo quanto dichiarato da Abu Omar al Idlebi, responsabile militare delle Syrian Democratic Forces, circa 1.700 miliziani delle Sdf saranno inviate dalla Siria orientale ad Afrin, lì dove è in corso l’operazione Ramoscello d’ulivo. L’obiettivo dell’invio di questo nutrito convoglio nel cantone curdo assediato da Erdogan, è proprio quello di sostenere le Unità di protezione del popolo (Ypg) contro l’offensiva avviata dalla Turchia. Secondo Al Idlebi, che ha reso alcune dichiarazioni alla stampa, “i nostri fratelli di Afrin rappresentano una priorità e la loro protezione è più importante delle decisioni prese dalla coalizione internazionale”.

La notizia ha mandato in fibrillazione il governo turco, dal momento che è stato proprio il sostegno americano ai curdi a rappresentare il punto di non ritorno fra la politica Usa e quella turca sul fronte siriano. Ed Erdogan ha tuonato contro la scelta dei curdi chiedendo agli Stati Uniti di fermare immediatamente il convoglio. Come riporta l’agenzia turca Anadolu, il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin, ha detto che la la Turchia si aspetta che gli Stati Uniti smettano di “spostare” i “terroristi delle Ypg/Pkk da Manbij ad  Afrin”.

Parlando con i giornalisti ad Ankara, Kalin ha dichiarato: “A tale riguardo, noi abbiamo preso i provvedimenti necessari attraverso i canali ufficiali, e continueremo a operare”. “È in particolare prevedibile [da parte della Turchia] che gli Stati Uniti debbano certamente intervenire e fermare lo spostamento delle forze Ypg/Pyd, che si muovono sotto il suo controllo, da Manbij verso Afrin. Questo è un nostro diritto naturale”.

Insomma, la situazione fra Turchia e Stati Uniti torna a farsi bollente. Fu proprio dopo la diffusione delle notizie sul dispiegamento di una guardia frontaliera delle Sdf al confine turco-siriano che la Turchia decise di intervenire contro le Ypg nel cantone di Afrin. L’iniziativa militare del governo di Ankara, passata con il nome di “Ramoscello d’ulivo“, ha come obiettivo quello di colpire le milizie curde creando una zona-cuscinetto che protegga il confine turco da ogni collegamento possibile tra le milizie e il Pkk.

Non è un caso che l’offensiva turca comprenda anche Manbij, la città da cui è partito il convoglio diretto ad Afrin e dove sono concentrate sia le Sdf, sia i reparti statunitensi delle forze speciali che supportano e monitorano le operazioni dei curdo-siriani. Per lo stato maggiore turco è lì il vero nodo strategico, forse anche più di Afrin. Perché mentre Afrin è un problema che riguarda Turchia, Siria e curdi, a Manbij c’è di mezzo il Pentagono. La Turchia ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare il proprio contingente ma ovviamente da Washington hanno risposto “no”.

L’operazione “Ramoscello d’ulivo”, che dall’inizio di marzo è entrata nella sua seconda fase, con l’intensificazione dell’assedio, rappresenta un nodo fondamentale per gli Stati Uniti. Ieri, Reuters riportava le parole del maggiore Adrian Rankine-Galloway, un portavoce del Pentagono, il quale ha detto che “alcuni combattenti che operano all’interno delle Sdf hanno deciso di lasciare le operazioni nella valle del fiume Eufrate per combattere altrove, possibilmente in Afrin”. Questo cosa significa, che gli Stati Uniti vedono la loro centrale strategica indebolirsi per colpa di Erdogan.

La decisione delle truppe curde di andare in soccorso di Afrin abbandonando il fronte dell’Eufrate, così come l’abbandono delle Ypg di Aleppo alle forze del governo siriano e l’entrata delle milizie legate a Damasco nella provincia attaccata dalla Turchia, sono tutti sintomi di un grosso problema. La leadership americana sta perdendo colpi e i suoi avversari guadagnano spazio. Erdogan ha ricompattato il fronte curdo dando anche una chance ad Assad di riallacciare i rapporti con le forze ribelli del Kurdistan siriano. E nel frattempo, si riduce la densità di ribelli a guida Usa nel punto nevralgico della strategia americana per controllare l’Iran: l’Eufrate e, quindi, il confine fra Siria e Iraq.

 

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