La durissima presa di posizione dell’Arabia Saudita contro l’espansionismo degli Emirati Arabi Uniti in Yemen, e il successo nel rintuzzarlo, ha una rilevanza geopolitica primaria, dal momento che la manovra emiratina aveva il tacito sostegno di Israele, con cui Abu Dhabi condivide gli accordi di Abramo.
Non solo uno stop verbale quello saudita, ma un attacco militare vero e proprio, con i jet di Riad che hanno bombardato due navi cariche di armi al porto yemenita di Al-Mukalla, costringendo gli Emirati a ritirare le sue truppe dal Paese e ad abbandonare momentaneamente al proprio destino il Consiglio di transizione meridionale (STC), entità yemenita sotto il suo controllo della quale si era servita per espandere la sua influenza nel Paese confinante a scapito della zona controllata da Aden, la capitale dello Yemen legata a Riad.
La manovra emiratina aveva allarmato il convitato di pietra di questo piccolo quanto povero Paese del Golfo, gli Houti, che ne controllano il Nord e che vedevano con allarme l’espansione dei delegati di Abu Dhabi, dal momento che questa intrattiene rapporti intensi quanto oscuri con Israele, nemico irriducibile degli stessi Houti per il loro supporto, anche militare, alla causa palestinese.
Un allarme fondato anche dal parallelo riconoscimento di Tel Aviv della sovranità del Somaliland, decisa sia perché nei sogni perversi delle autorità israeliane potrebbe rappresentare una discarica alla quale destinare i palestinesi, sia perché tale entità geopolitica può rappresentare una piattaforma logistica ottimale per futuri attacchi contro gli Houti.
Peraltro, che l’espansionismo del STC, supportato dagli Emirati, fosse una minaccia diretta agli Houti è dimostrato non solo dai vincoli tra Abu Dhabi e Tel Aviv, ma anche dalla spinta dello stesso STC a essere riconosciuto come Stato nazionale, al modo del Somaliland.
Più che probabile che Tel Aviv avrebbe proceduto a riconoscere anche la nuova entità yemenita, frammentando ulteriormente e ufficialmente lo Yemen. Cosa che avrebbe creato non poche difficoltà alla popolazione locale, tra cui gli Houti, e offerto a Israele un’altra base logistica per attaccare gli stessi, stretti tra tale nuova entità e il Somaliland.
Che tale manovra di disgregazione del Paese fosse in fieri lo rivela anche la conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, e quello iraniano, Abbas Araqchi, nella quale i due hanno concordato sulla necessità di “preservare l’integrità territoriale” yemenita. E nella quale, probabilmente, si sono coordinati per sventare la manovra in atto, dal momento che la telefonata ha avuto luogo domenica, poco prima dell’attacco saudita al porto di al Mukalla.
All’orizzonte, peraltro, non era solo la frammentazione dello Yemen, ma anche la discesa dello stesso nell’inferno di una guerra civile sanguinaria. Questo l’allarme lanciato dai sauditi, che hanno parlato del rischio di una “sudanizzazione” del Paese, riproponendosi in Yemen condizioni analoghe a quelle che hanno sprofondato il Sudan in una contesa la cui efferratezza rivaleggia con quella registrata a Gaza (le autorità di Khartum hanno intentato una causa presso la Corte internazionale di giustizia contro gli Emirati arabi per complicità nel genocidio del Sudan a motivo del loro supporto alle Forze di reazione rapida sudanesi, responsabili di atroci crimini di guerra).
Nella nota abbiamo accennato al destino parallelo dell’STC e del Somaliland, anche se tale parallelismo sembra al momento stroncato dall’intervento di Riad. Manca di accennare a come le autorità della Somalia, oltre a protestare contro la decisione israeliana di riconoscere la sovranità del Somaliland, abbiano, in parallelo, respinto “categoricamente” la manovra sottotraccia di usare del loro Paese – sottinteso, il Somaliland – come destinazione dei palestinesi che sopravviveranno al genocidio (oggi realizzato tramite fame e stenti, meno costosi delle bombe).