Dopo l’ennesimo fallimento dei colloqui di pace per lo Yemen, tenutisi a Ginevra lo scorso dicembre sotto l’egida dell’Onu, l’Arabia Saudita non accenna a ridurre la pressione militare sul Paese arabo più povero, sul quale grava un’emergenza umanitaria di proporzioni enormi.

Alcuni media che descrivono la guerra in corso tendono, semplicisticamente, a ridurre il conflitto ad uno scontro tra il governo centrale, sostenuto dai Sauditi, e i ribelli Houthi, sostenuti e finanziati dall’Iran. Questa dicotomia è fuorviante e non analizza affatto le ragioni della rivolta.

Per capire le ragioni dell’attuale guerra civile si devono ripercorrere gli eventi principali della storia della Repubblica Unita dello Yemen. L’unità territoriale è stata raggiunta solo nel 1990, la religione maggioritaria è l’Islam sunnita mentre una cospicua minoranza (circa il 30% della popolazione) è sciita, in particolare pratica una sua variante, lo zaidismo.

Una minoranza che è concentrata soprattutto nelle province intorno alla città di Saada nel nord-ovest del Paese, al confine con l’Arabia Saudita. Queste province, che sono tra le più arretrate economicamente di un paese già di per sé povero, sono sempre state al centro di focolai di rivolta contro il governo centrale.

In questa zona risiede un potente clan che pratica lo zaidismo e che, secondo i suoi appartenenti, vanta una discendenza dal Profeta Mohammad, attraverso la linea di sangue di sua figlia Fatima. Nella regione sorgeva il Regno dello Yemen che, più o meno con continuità, portava avanti da più di mille anni la tradizione del califfato sciita, in cui il sovrano incarnava potere temporale e spirituale.

Nel 1962 un gruppo di ufficiali dell’esercito, sostenuti dall’Egitto di Nasser, depose l’ultimo sovrano mettendo fine al califfato e scatenando una guerra civile. Il conflitto, che durò fino al 1967, vide le forze repubblicane, sostenute dall’esercito egiziano, scontrarsi con i lealisti sostenuti dalle monarchie arabe del Golfo. La guerra terminò nel 1967 con il ritiro delle forze egiziane e la costituzione della Repubblica Araba dello Yemen. Lo Yemen del sud, invece, con la fine del protettorato britannico nel 1971 divenne una nazione socialista con il nome di Repubblica Democratica Popolare dello Yemen.

Nel 1990, con la fine della Guerra Fredda, le due parti dello Yemen poterono finalmente riunificarsi. L’unificazione creò sin da subito vari malcontenti e nel 1994 le forze socialiste del sud scatenarono una nuova guerra civile nel tentativo di secedere dal Paese.

Ali Abdullah Saleh, presidente della Repubblica Araba dello Yemen dal 1978, mantenne saldo il proprio potere anche dopo l’unificazione; Saleh conservò la carica di presidente della repubblica per ben trentatré anni, fino al novembre 2011, data nella quale dovette dimettersi a seguito della “primavera araba” e delle pressioni internazionali.Durante la sua presidenza la zona nord del Paese, dove risiede il grosso della popolazione sciita, venne marginalizzata dal resto della nazione, quasi lasciata a sé stessa in quanto priva di risorse naturali da poter sfruttare, a differenza delle regioni del sud dove sorgono gli impianti petroliferi.

Oltre alla marginalizzazione politico-economica della regione, il fattore scatenante della protesta sciita fu l’aumento dell’influenza religiosa sulle istituzioni statali da parte delle correnti wahabite, sostenute e finanziate dalla vicina Arabia Saudita. Il primo nucleo di resistenza a questa influenza fu il movimento dei Giovani Credenti, fondato da Hussein Badr al Din al Houthi, che inizialmente venne finanziato dallo stesso governo per limitare l’influenza saudita nel nord. Allo stesso tempo, però, il presidente finanziò i movimenti wahabiti nel sud per contrastare il movimento secessionista. Nel corso di tutti gli anni ’90 i Giovani Credenti continuarono a sostenere il governo aumentando i propri sostenitori nella comunità sciita.Dopo l’11 settembre, però, Sanaa si allineò alla politica estera statunitense scatenando l’immediata reazione del movimento sciita che passò all’opposizione organizzando grosse manifestazioni anti-americane e anti-governative. Saleh scatenò la repressione nei loro confronti e mise una taglia sulla testa del leader zaidista che venne ucciso nel 2004 in un tentativo di arresto. La morte di Hussein scatenò la violenta reazione dei suoi seguaci che da allora si fanno chiamare “Houthi”.

Gli Houthi vengono spesso accusati di voler restaurare l’antico califfato sciita in Yemen, accuse che però vengono respinte, sottolineando che la loro protesta riguarda principalmente l’emarginazione economica e sociale della loro regione, la corruzione del governo, l’allineamento governativo in politica estera nei confronti degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita e l’eccessiva influenza wahabita nelle politiche governative e nelle scuole statali.Il presidente yemenita sostenne la necessità di reprimere l’insorgenza Houthi perché, a suo dire, sarebbe diretta emanazione di Teheran. Secondo Saleh l’Iran avrebbe cercato di creare una nuova Hezbollah, così come fece negli anni ’80 in Libano nel tentativo di esportare la sua rivoluzione. Lo spauracchio iraniano, vero o presunto, è stato sicuramente usato dal governo in difficoltà per richiedere l’aiuto di due importanti attori esterni, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti.Il Generale David Petraeus, a quei tempi responsabile statunitense per la sicurezza nella regione, dichiarò nel dicembre 2009 alla TV Al-Arabiya che gli Stati Uniti avrebbero sostenuto il governo yemenita contro la ribellione Houti; secondo il Daily Telegraph, inoltre, citando fonti anonime del governo USA, l’amministrazione Obama avrebbe inviato forze speciali in Yemen con l’intento di aprire un nuovo fronte nella “guerra al terrore”.Dal 2004 la repressione governativa e la resistenza Houthi hanno portato il nord del Paese nell’ennesima guerra civile che è proseguita quasi incessantemente fino al 2011. Nell’agosto 2009 venne lanciata l’operazione “Terra Bruciata” che secondo la Croce Rossa e le Nazioni Unitie ha provocato 3.800 morti e 16.000 feriti tra i militari e la popolazione civile, cui vanno aggiunti oltre 175.000 sfollati e vaste perdite materiali. Saleh, non riuscendo a sradicare il movimento, chiese aiuto al potente vicino saudita che fu ben lieto di accordargli sostegno materiale e militare; lo Yemen, in cambio di questo aiuto, dovette rinunciare ufficialmente a reclamare quei territori yemeniti che furono occupati nel 1934 dai sauditi, la cui dimensione è pari a quella della Siria.

I sauditi, per impedire eventuali rifornimenti ai ribelli, attuarono un blocco navale al largo delle coste yemenite; vennero inoltre lanciate diverse offensive lungo il confine, spesso attraversato dai ribelli, e nello stesso territorio yemenita, il tutto col beneplacito del governo. I sauditi temevano, e temono, un possibile contagio della rivolta nel proprio territorio, sia nelle regioni di confine che nel nord-ovest del regno, dove si concentra la popolazione sciita.La rinuncia alle terre yemenite da parte del governo ha provocando la reazione dei partiti d’opposizione islamici, nazionalisti e di sinistra che al termine di un incontro emisero un comunicato congiunto accusando Saleh di aver violato la sovranità nazionale per poter condurre le operazioni contro la provincia di Saada.

È interessante notare che quando Hussein al-Houthi prese la guida del movimento sciita, iniziò un opera di conversione interna verso lo sciismo duodecimano (lo stesso praticato in Iran), aumentando così i timori governativi e dei vicini sauditi che la rivolta Houthi altro non fosse che la longa manus di Teheran. Hussein, che intratteneva buoni rapporti con il leader iraniano Ali Khamenei, venne, per sua stessa ammissione, anche influenzato dal pensiero di Hassan Nasrallah, capo dell’Hezbollah libanese. Dopo la morte di Hussein la guida del movimento passò al fratello Malek che aveva trascorso parte della sua vita a Qom (città santa sciita in Iran). Da questo suo lungo soggiorno Malek si sarebbe convinto che la Repubblica islamica sia un modello da imitare. Inoltre, secondo l’Imam Issam al Imad, vicino agli Houthi, la leadership del movimento sarebbe molto influenzata dal pensiero di Khomeini e di Nasrallah e che uno degli obiettivi Houthi sarebbe l’instaurazione di una repubblica islamica nel loro territorio.

Oltre a queste notizie di conversione, e all’influenza ideologica khomeinista sul movimento, ad aumentare i sospetti di un sostegno diretto di Teheran ai ribelli ci sarebbero le mosse stesse del governo iraniano. L’allora ministro degli Esteri Mottaki si offrì infatti di cooperare col governo yemenita per ripristinare la sicurezza della regione, legittimando così i sospetti di sostengo iraniano ai ribelli. Alla fine del 2009, poi, navi da guerra iraniane arrivarono nel Golfo di Aden col pretesto di combattere i pirati somali in quelle acque. Le mosse di Teheran convinsero perciò Sanaa e Riyadh che i ribelli fossero sostenuti dai persiani. L’invio delle navi coincise peraltro col blocco navale saudita nel Mar Rosso.

Riyadh accusa perciò, più o meno esplicitamente, Teheran di fornire armi e sostegno finanziario agli Houthi, mentre il governo iraniano ha condannato a sua volta l’intervento militare saudita in Yemen, bollandolo come interferenza negli affari interni di un altro Stato.

All’offensiva governativa, sostenuta dai sauditi, si è aggiunto il sostegno della Giordania, del Marocco e del Pakistan che hanno dato manforte inviando le proprie truppe. Sanaa ha inoltre dichiarato di aver intercettato imbarcazioni con equipaggio iraniano che trasportavano carichi di armi dirette agli insorti. Gli stessi Stati Uniti, con la scusa di attaccare campi di addestramento di al Qaeda, hanno compiuto bombardamenti sulla città di Saada in mano ai ribelli. Al Qaeda possiede in effetti una rete attraverso la quale recluta jihadisti (soprattutto somali) in Yemen ma nelle regioni meridionali; inoltre una qualsiasi teoria di connessione tra al Qaeda e Houthi è a dir poco fantascienza considerando che Saeed Ali al Shihri (morto in un raid statunitense nel gennaio 2013), uno dei leader dell’organizzazione sunnita, ha incitato i suoi correligiosi alla Guerra Santa contro gli infedeli sciiti (oltre ovviamente ai cristiani e agli ebrei nel paese) che fanno, a suo dire, gli interessi di Teheran (altro acerrimo nemico di al Qaeda).

A peggiorare la situazione per Saleh ci ha pensato poi l’onda della “primavera araba” che ha investito anche lo Yemen dall’inizio del 2011. Grandi manifestazioni popolari hanno riempito le piazze di tutto il Paese per chiedere maggiori libertà civili, politiche e il rinnovo della classe dirigente ormai cristallizzata da decenni.

Gli Houthi hanno aderito alle proteste appoggiando i manifestanti e organizzando a loro volta importanti cortei per chiedere maggiori libertà e autonomia per la loro regione. In un clima di proteste generali il governo divenne totalmente incapace di reprimere i manifestanti, i ribelli houthi, al Qaeda e il separatismo mai sopito del sud allo stesso tempo.

Dopo mesi di scontri tra diverse fazioni e tra governo e manifestanti il presidente Saleh decise di accettare un piano mediato dal Consiglio di Cooperazione del Golfo per dimettersi. In cambio delle proprie dimissioni Saleh ottenne la totale immunità giudiziaria e il suo vice-presidente, Abd Rabbuh Mansur Hadi, ottenne l’incarico di presidente fino alle nuove elezioni che ha indetto nel febbraio 2012.

Lo stesso Hadi, appoggiato da maggioranza e opposizione, è stato l’unico candidato alle presidenziali diventando quasi automaticamente presidente. Hadi ha dichiarato che il suo obiettivo era quello di far eleggere un’assemblea costituente per redigere una nuova carta costituzionale entro le elezioni del 2014. Gli Houthi hanno negato il loro appoggio al neoeletto presidente in quanto membro della stessa élite di governo che avevano combattuto negli anni precedenti, boicottando il voto e continuando la loro lotta per ottenere una maggiore autonomia territoriale.

Punto cruciale della guerra civile è stata, nel gennaio 2015, la presa della capitale da parte dei ribelli Houthi che ha indotto il presidente Hadi a rassegnare le dimissioni (smentite il mese successivo) e fuggire ad Aden nel sud del Paese, nominando la città capitale provvisoria.

Nella primavera dello scorso anno, il nuovo re saudita Salman bin Abd al-Aziz Al Saud e il ministro della Difesa, suo figlio Muhammad bin Salman al-Saud, lanciarono la più vasta operazione militare del Regno, l’Operazione Tempesta Decisiva, con 150.000 uomini a terra più un centinaio di caccia. Riyadh ottenne il sostegno di una coalizione composta dai Paesi del Golfo (tranne l’Oman) oltre che Egitto, Sudan, Marocco e Giordania, oltre al sostegno degli Stati Uniti che misero a disposizione le proprie basi nella regione. Lo scopo dichiarato dell’operazione era quello di riportare al potere il presidente Hadi che nel frattempo si era rifugiato a Riyadh. “Tempesta Decisiva” lasciò presto il posto a “Restaurare la Speranza”, operazione che trae legittimazione dalla risoluzione 2216 del Consiglio delle Nazioni Unite; scopo ufficiale dell’operazione sarebbe quello di portare aiuti umanitari ai civili e trovare una soluzione politica al conflitto, ma in realtà altro non è che la continuazione della precedente operazione militare ben poco umanitaria.

Secondo le stime ONU nel conflitto, tutt’ora in corso, sono morti quasi 6000 persone, di cui 637 bambini e secondo la Croce Rossa internazionale gli sfollati avrebbero raggiunto quota 1,5 milioni.

Lo scorso ottobre Amnesty International ha diffuso un rapporto in cui Riyadh è accusata di crimini di guerra in Yemen, soprattutto a causa dell’uso indiscriminato di bombe a grappolo su obiettivi civili. Il 26 ottobre scorso i bombardamenti sauditi hanno colpito due cliniche di Medici senza Frontiere a Saada e Al Houban. Come se non bastasse, nel totale silenzio mediatico l’Arabia Saudita ha imposto un blocco umanitario al Paese che impedisce l’ingresso sia via mare che via aerea di qualsiasi tipo di aiuto.

Lo Yemen, per quanto sia un paese povero, il più popoloso della penisola araba e privo di ingenti risorse petrolifere, sorge in una posizione geostrategica allettante per le varie potenze dell’area e del mondo. Dal suo territorio, infatti, è possibile controllare lo Stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e quindi all’Oceano Indiano, Stretto di vitale importanza per il commercio internazionale e il trasporto di idrocarburi via mare.

Molto probabilmente i ribelli Houthi non agiscono su ordine diretto di Teheran ma su reali richieste di autonomia per la loro terra e un migliore trattamento da parte del governo centrale. La loro conversione, totale o parziale, allo sciismo duodecimano può giocare a favore della loro ribellione; la lotta per l’autonomia politico-culturale può così trasformarsi da uno scontro locale interno allo Yemen a una lotta regionale che vede gli sciiti duodecimani nel mondo arabo, sostenuti dalla Repubblica islamica, ribellarsi contro i vari regimi sunniti sostenuti dagli Stati Uniti. Lo stesso intervento saudita ha in qualche modo “regionalizzato” il conflitto elevandolo dalla mera condizione di insurrezione locale.

Dall’altro lato la Repubblica islamica, facendo buon viso a cattivo gioco, ha tutto l’interesse a sostenere tale movimento per numerose ragioni. Innanzitutto, al pari dell’Iraq, lo Yemen confina con l’Arabia Saudita e un aumento dell’influenza iraniana ai suoi confini non può che indebolire Riyadh dando a Teheran un maggior potere da esercitare nei suoi confronti. Non a caso la famiglia Saud ha sostenuto in passato Saddam Hussein in Iraq e fino a ieri Saleh in Yemen, in entrambi i casi ha scelto il male minore sostenendoli in chiave anti-sciita.

L’elemento di novità in questo lungo e sanguinoso conflitto è la mutata politica di Washington nei confronti di Teheran. L’apertura americana al dossier nucleare iraniano e il tentativo di Washington di smarcarsi dalle dinamiche mediorientali ha allarmato i sauditi che hanno lanciato la loro ultima offensiva senza la preventiva benedizione statunitense. La cronica paranoia saudita, che vede dietro ad ogni movimento di ribellione nella regione la regia di Teheran, ha indotto il regno a usare il pugno di ferro in Yemen. La guerra però sembra essere arrivata ad un punto di stallo; gli Houthi e i loro alleati non sembravo voler arrendersi, la crisi umanitaria potrebbe allontanare ancor di più i sauditi dalle cancellerie occidentali, gli stessi alleati egiziani e pakistani sono scettici nel mandare le proprie truppe sul terreno ed alcuni Paesi del Golfo stanno mostrando sempre più preoccupazione per l’aumento dell’influenza della Fratellanza Musulmana tra i gruppi anti-Houthi.

Per quanto tempo i sauditi potranno portare avanti un conflitto che sta dilapidando milioni di dollari, in un periodo in cui il prezzo del greggio è così basso, e che gli sta alienando le simpatie di tutti i suoi storici alleati?