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Unirsi, accordarsi, controllare. Tra coalizioni internazionali ha sempre funzionato così. E sta procedendo allo stesso modo anche nello Yemen, teatro di uno dei peggiori conflitti contemporanei degli ultimi anni. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano israeliano Haaretz, il generale Joseph Dunford, presidente dei capi di stato maggiore degli Stati Uniti, avrebbe cercato di reclutare alleati in Medio Oriente per costituire una coalizione di forze navali con lo scopo di pattugliare le vie marittime strategiche, come il Golfo Persico e, soprattutto, Bab al-Mandeb, fondamentale stretto che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden e, quindi, con l’Oceano Indiano.

Le alleanze arabo-occidentali

Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e (forse) l’Egitto potrebbero essere gli alleati ideali per sancire questo nuovo accordo internazionale, anche per la loro predisposizione a operare continuamente in coalizioni. Soprattutto nello Yemen, dove la guerra ha provocato un susseguirsi continuo di alleanze diverse: da quelle in Afghanistan e Iraq, durante gli anni della guerra, a quella arabo-statunitense per sconfiggere Daesh; dalla prima nello Yemen, quella del 2015, del re saudita Salman per respingere gli iraniani (alleati del gruppo ribelle sciita degli Houthi), a quella marittima che potrebbe realizzarsi adesso. Perché la protezione delle navi, soprattutto dopo la crisi nel Golfo Persico, fa parte della nuova strategia americana.

I limiti di queste coalizioni

Ma i punti deboli di queste unioni internazionali si materializzano nel momento in cui è necessario, per tutte le grandi potenze coinvolte, valutare cosa accade nei Paesi teatri di guerra, dove spesso sembra imprescindibile affidarsi a forze locali. Milizie e gruppi ribelli, che rappresentano la risultante di formazioni improvvise (e, spesso, improvvisate). In Siria, per esempio, la coalizione araba non è riuscita reclutare abbastanza persone sul lungo periodo e, inoltre, le milizie hanno iniziato battaglie intestine perdendo di vista l’obiettivo per il quale erano state assemblate.

La situazione yemenita

Lo scenario nello Yemen è molto simile. Le rivalità locali stanno, letteralmente, saccheggiando intere aree del Paese. E se per la coalizione “anti-Houthi” prioritaria era la sconfitta del gruppo sciita, l’apertura di oltre 30 fronti in tutto lo stato rende difficile il raggiungimento dell’obiettivo. Perché, anche in questo caso, i gruppi entrano continuamente in lotta tra di loro. Teoricamente la guerra yemenita, che ha affamato migliaia di persone (tra cui tantissimi bambini), con un alto tasso di mortalità, separerebbe abbastanza nettamente il fronte filo-occidentale da quello filo-iraniano. Uno scontro di sciiti contro sunniti. In realtà, la situazione appare frammentata.

Chi influenza le aree

Nel Nord, infatti, sembrerebbe più consolidato il potere delle forze Houthi: il gruppo, alleato di Teheran, avrebbe “conquistato” la maggior parte della zona settentrionale, compresa la capitale Sana’a, sotto il loro controllo dal 2016. Nella parte meridionale del Paese, invece, le influenze si combinano: ci sono forze fedeli al governo, quelle che hanno occupato il porto di Aden e la milizia di Tihama, le cui reclute includono anche cittadini della città portuale di Hodeidah, luogo strategico dove, dal marzo del 2015, anno di inizio del conflitto, entrano la maggior parte dei beni di prima necessità e passaggio fondamentale per l’accesso a Bab al-Mandeb (la quarta via d’acqua più trafficata al mondo). Queste milizie stanno anche combattendo contro Al-Qaeda nel sud-est e contro un altro gruppo yemenita guidato da Tareq Saleh. Che, nel Paese, non è un uomo qualunque ma un comandante militare e nipote dell’ultimo presidente, Ali Abdullah Saleh.

I contrasti tra sauditi ed emirati

Con la formazione della coalizione araba, le milizie locali avrebbero dovuto operare sotto la loro supervisione, guidata dai comandanti sauditi e dagli ufficiali degli Emirati Arabi, con le forze aree di questi due Paesi che fornivano sostegno. Sauditi ed emirati avevano addestrato le milizie, pagato i loro compensi e comprato tutte le attrezzature ma, nel frattempo, una disputa sulle strategie ha messo le due forze l’una contro l’altra. I Sauditi, infatti, vorrebbero impiegare la maggior parte degli sforzi verso nord (luogo dove vengono lanciati gli attacchi contro le basi aeree saudite). Gli Emirati Arabi, invece, attribuirebbero maggiore importanza al controllo della zona meridionale, con particolare attenzione all’aeroporto di Aden. La conseguenza è che gli Emirati, governati dall’emiro Mohammed Bin Zayed, hanno iniziato a sostenere direttamente non soltanto le milizie del sud, ma anche i leader politici sotto il Consiglio transitorio meridionale, guidato da Aidarus al-Zoubadi.

Il sud e l’idea di indipendenza

L’assemblea è stata costituita dalle fondamenta del Movimento del Sud, sorto nel 2007 come protesta contro l’ex presidente yemenita, Saleh. Il gruppo meridionale oggi sta provando a rianimare quella parte di Paese con l’obiettivo di farlo diventare uno stato indipendente e al-Zoubadi ha la stessa ambizione. L’unico presidente riconosciuto del Paese, Abd Rabbih Mansur Hadi, attualmente in Arabia Saudita agli arresti domiciliari, ha deciso di deporre al-Zoubadi come governatore di Aden, per colpa del suo comportamento, giudicato sleale. La risposta della guida del Consiglio è arrivata, nominando la città la “loro capitale”. In questo momento, il Movimento meridionale conta 26 membri e riceve aiuto e sostegni dagli Emirati Arabi Uniti e qualcuno sospetta che vogliano stabilire in quel luogo una zona indipendente nel sud dello Yemen, assicurandosi così, di fatto, il controllo su Bab al-Mandeb (una rotta che trasporterebbe 4 milioni di barili di petrolio al giorno).

La spaccatura con Riad

La disputa tra Saud ed Emirati ha portato il sospetto che Abu Dhabi starebbero ritirando, almeno parzialmente, le forze dallo Yemen. Atto che, se fosse vero, potrebbe essere percepito come un ritiro totale dal Paese, lasciando i sauditi da soli. I funzionari emiratini hanno negato sia la spaccatura con Riad, sia la scelta di lasciare lo Yemen. Secondo i rapporti dei media del Golfo però, Bin Zayed sarebbe stufo dalla situazione e si troverebbe sotto pressione dai suoi partner, i governanti dei sette Emirati, più propensi a lasciare il Paese in guerra, sulla base del timore che uno scontro violento tra Washington e Teheran possa rendere il Paese esposto e unico obiettivo degli attacchi iraniani. Inoltre, sono in molti a sostenere che Bin Zayed  non voglia avere un legame così stretto con i Sauditi, visto che il Paese è stato al centro, negli ultimi mesi, di controversie internazionali, soprattutto con gli americani.

I problemi dei Sauditi (e dei loro alleati)

Donald Trump, infatti, dovrà imporre sanzioni a Riad per le violazioni dei diritti umani nel Paese, per il coinvolgimento nella guerra nello Yemen (e l’enorme crisi umanitaria che ne è conseguita) e per il ruolo di Mohammed Bin Salman nell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. L’intenzione statunitense non è quella di imporre sanzioni pesanti come quelle sull’Iran, ma magari di negare l’ingresso nel Paese ad alti funzionari sauditi. Gli stati degli Emirati Arabi Uniti sono preoccupati, da una parte, che il loro profondo coinvolgimento (insieme ai Sauditi) nella guerra dello Yemen li renderà un bersaglio del sistema delle sanzioni americane.

La guerra continua

Le rivalità tra gruppi, il coinvolgimento di attori sempre più potenti e il “tutti contro tutti” in uno dei Paesi più poveri del mondo, soffocato da un conflitto che si protrae da anni, non lascia pensare né a una risoluzione imminente della guerra, né a un accordo diplomatico. In questo momento, poi, secondo la ricostruzione del quotidiano israeliano, l’obiettivo condiviso da americani e sauditi di sconfiggere il gruppo sciita degli Houthi, l’avamposto iraniano nello Yemen, sembra essere lontano. L’amministrazione americana e il Congresso ritengono che altri aiuti umanitari a Sauditi ed Emirati non risolveranno la situazione, né porteranno a una vittoria decisiva. Tutto, di fatto, è in mano alle Nazioni Unite, gli unici in grado di raggiungere un  (difficile) accordo di cessate il fuoco a Hodeidah, firmato l’inverno scorso in Norvegia. Sembra, però, che anche la possibilità della fine di un conflitto possa aprire uno scenario compromettente. Perché il conflitto va ben oltre i confini del Paese. Tocca Washington, Teheran, Abu Dhabi, Riad. E non solo.

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