Yemen, petrolio, rotte a rischio: lo scenario critico dell’Arabia Saudita

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Energia, Guerra /

L’escalation causata dalla ripresa della guerra in Yemen e dalla sostanziale conquista da parte dei ribelli Houthi dell’intera linea costiera del Mar Rosso del Paese posto nel Sud della Penisola Arabica mette in grave difficoltà l’Arabia Saudita a poche settimane dalla stipula della nuova architettura di sicurezza consolidata dal Patto di La Mecca con Turchia e Pakistan. Riad sta faticando enormemente a respingere la rinnovata avanzata dei miliziani sciiti sostenuti dall’Iran (ma non pienamente allineati a Teheran, da cui si muovono con relativa autonomia) che hanno rese nuovamente manifeste le carenze già mostrate dal Paese principale della Penisola Arabica nell’intervento che, dal 2015 al cessate il fuoco nel 2022, ha visto i sauditi sostenere il governo riconosciuto internazionalmente tramite operazioni aeree e sostegno logistico.

Riad sotto pressione

Gli Houthi tornano all’attacco contro il campo governativo basato a Aden, dato che la capitale Sana’a è in mano ai ribelli, e il sostegno dei raid aerei sauditi alle forze legittimiste non è bastato, finora, a invertire la china. La caduta del porto di Mokha, il cui aeroporto è stato poi preso di mira dai raid sauditi, è stata seguita dallo sbarco degli Houthi nell’isola di Perim, strategicamente posta nello Stretto di Bab-el-Mandeb che rappresenta il diaframma decisivo per il passaggio del traffico navale dal Mar Rosso verso il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. Nel frattempo, proseguono i raid dei ribelli contro obiettivi strategici posti sul territorio saudita e vari canali Osint riferiscono di attacchi alla East-West Pipeline, l’oleodotto che taglia longitudinalmente il Regno e arriva al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per deviare parte del traffico energetico nazionale in casi come quello attualmente in corso di riduzione delle spedizioni nello Stretto di Hormuz.

La sfida all’export energetico saudita

Bab-el-Mandeb era da tempo un problema per l’export saudita. A giugno oltre nove barili su dieci dell’export marittimo saudita sono stati deviati a Yanbu, al fine di preservare la capacità di export verso Est e l’Asia che alimentano l’output del commercio estero saudita, ma da quando a fine luglio sono riprese le scaramucce con gli Houthi i colpi subiti dai terminal e dagli impianti di raffinazione hanno messo già sotto pressione anche questa rotta alternativa e già ad agosto si segnalava che per evitare attacchi nella zona di Bab-el-Mandeb i sauditi avessero pensato di trasportare il greggio via Mar Rosso fino in Egitto, sfruttando l’oleodotto Sumed per poterlo poi veder convogliato ai terminal nel Mediterraneo e da lì ricaricato sulle navi per un nuovo periplo destinato a concludersi in Asia. L’escalation in Yemen impatta su un contesto già segnato da gravi criticità per Riad sotto forma di disruption di mercato.: “l’Arabia Saudita ha comunicato all’OPEC di aver prodotto 6,2 milioni di barili al giorno ad agosto, il dato mensile più basso del 2026 e inferiore del 23% rispetto a luglio”, nota il Financial Times, aggiungendo che “le esportazioni di greggio sono scese a circa 3,1 milioni di barili al giorno ad agosto”, il minimo dal 2013.

I colpi all’oleodotto e l’aumento della capacità d’interdizione dei ribelli yemeniti mettono in crisi l’Arabia Saudita e sono osservati con attenzione da quei mercati, soprattutto asiatici, che già nelle scorse settimane avevano dovuto gestire la critica evoluzione del mercato petrolifero di un Paese che aveva provato di recente a definire una nuova quadra geostrategica nella regione dell’Asia Occidentale spingendo per una de-escalation delle rinnovate tensioni Usa-Iran a Hormuz e provando a consolidare l’intesa militare del 2025 col Pakistan sotto forma del rafforzato quadro securitario del Patto di La Mecca, da pensare come garanzia sistemica per uno Stato che affrontava un quadro regionale deteriorato dopo che, tra il 2022 e il 2023, proprio la de-escalation con l’Iran e la stipula del cessate il fuoco in Yemen avevano contribuito a uno scenario di stabilizzazione spinto anche dal governo del principe ereditario Mohammad bin Salman.

Il dilemma yemenita dell’Arabia Saudita

Per i sauditi, però, lo Yemen resta un fronte critico e strategico. Da un lato, il risveglio degli Houthi del 2023-2024 aveva già causato un impatto significativo e duraturo sui traffici via nave bersagliati; dall’altro la divisione del Paese, pur nel quadro del lungo cessate il fuoco, è rimasta per anni insoluta. Tra fine 2025 e inizio 2026 la risposta saudita al tentativo di secessione del Southern Transitional Council (Stc) filo-emiratino aveva portato alla rapida soppressione della rivolta nel campo anti-Houthi ma anche palesato lo scollamento delle forze a lungo presenti nel campo governista. La crisi di Hormuz e il caos regionale dettato dall’attacco all’Iran e dalla risposta di Teheran a livello regionale dopo i raid di Usa e Israele hanno mostrato le criticità dell’Arabia Saudita e di altri attori regionali e spinto Ansarallah a pensare di poter avere una finestra d’azione.

Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University nota che l’Arabia Saudita “ha trascorso anni credendo di poter contenere gli Houthi attraverso incentivi finanziari, concentrando al contempo gran parte delle sue energie politiche sull’indebolimento dell’influenza degli Emirati Arabi Uniti e dei loro alleati nello Yemen meridionale. Questo approccio è fallito clamorosamente”, aggiunge lo studioso di dinamiche strategiche. I sauditi sono in difficoltà Riad, secondo Axios, avrebbe provato, inutilmente, a far pressione sugli Usa per avere il loro sostegno e Mbs avrebbe addirittura provato a convincere personalmente il presidente Donald Trump.

Il Patto di La Mecca alla prova

Un rafforzamento dei fronti di crisi e il timore di una sommatoria di uno shock nel Mar Rosso e a Bab-el-Mandeb a quello di Hormuz, oltre al caos che uno Yemen sempre più centrato sull’espansione del potere degli Houthi potrebbe trasmettere alla regione, rappresenterebbe un duro colpo per la posizione geostrategica dell’Arabia Saudita e inoltre è il primo, grande test della nuova convergenza strategica dettata dal Patto di La Mecca.

Nella giornata del 9 settembre il ministro della Difesa del Paese Khawaja Asif ha ricordato che in caso di “aggressione non provocata” all’Arabia Saudita il patto si attiverebbe, anche se il giorno dopo il Ministero degli Esteri ha fatto sapere, come riportato da Reuters, che ad oggi non è stata discussa alcuna forma di risposta militare sotto le clausole del Patto, ma che Islamabad agirebbe “quando sarà il momento”. Quale sia la soglia di questa aggressione e in che misura Riad, in caso di diniego Usa, possa spingere per la sua attivazione non è ancora definito. Vero è che per Paesi dipendenti dalle rotte energetiche e dagli approvvigionamenti mediorientali, come il Pakistan stesso, la crisi dello Yemen e le tensioni dell’alleato saudito impattano sulla sicurezza regionale. Le tensioni nel quadrante che oggi condizionano principalmente l’Arabia Saudita, dunque, non sono solo un fatto locale. Ma contribuiscono a un movimento tellurico che nel Grande Medio Oriente non sembra accingersi a calare d’intensità.

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