Yemen. Non c’è una soluzione militare a questa guerra infinita

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Si intensifica la guerra yemenita, con le forze governative sostenute dai sauditi e i loro alleati che continuano a martellare le aree sotto il controllo dei cosiddetti “ribelli” Houti e con questi ultimi che bersagliano obiettivi in Arabia Saudita. Ha fatto notizia la strage all’aeroporto di Riad, 12 le vittime, poco o nessuno spazio mediatico è invece accordato alle molte più numerose vittime civili causate dai bombardamenti sauditi in Yemen (vedi raro dossier del New York Times).

In realtà, gli Houti avevano avvertito che avrebbero colpito gli aeroporti sauditi come rappresaglia per gli speculari attacchi di Riad, ma questi hanno preso l’avvertimento alla leggera, continuando a tenerli aperti.

A rivelare il motivo dietro questa improvvida decisione è quanto sottende un cenno del New York Times: “Gli attacchi all’aeroporto sono avvenuti alla vigilia di diversi importanti eventi politici e commerciali in Arabia Saudita, tra cui il vertice annuale sugli investimenti del principe Mohammed [bin Salman], evento di punta durante il quale leader mondiali, miliardari e dirigenti d’azienda si recano solitamente a Riad”.

Non solo l’evento in questione: chiudere gli aeroporti impedirebbe a Riad di ricevere i ricchi del mondo che vi affluiscono ogni giorno per i loro affari miliardari. Ma dopo l’attacco hanno dovuto chiuderlo, né possono contare sugli altri sparsi nel Paese, anch’essi bersagliati. Senza garanzie di sicurezza i vip ci penseranno due volte prima di utilizzarli.

Oltre agli aeroporti, gli Houti stanno bersagliando anche gli impianti energetici, avendo avvertito i lavoratori di starne alla larga. Ciò sta mettendo alle corde Riad, che ha improvvidamente riacceso questa guerra, da tempo sopita, il 13 luglio scorso, quando le forze governative subordinate ai sauditi hanno bombardato l’aeroporto di Sanaa, capitale dei miliziani yemeniti, mentre vi stava atterrando un aereo iraniano che riportava in patria la delegazione Houti che aveva partecipato al funerale dell’ayatollah Khamenei (Responsibile Statecraft).

Non si comprende appieno perché le autorità di Riad abbiano voluto riaprire la guerra da loro iniziata nel 2015, quando decisero di intervenire in Yemen per rimettere al potere il loro governo fantoccio scalzato dalla rivolta Houti – a sua volta innescata l’anno precedente dal rifiuto del governo di trovare un qualsiasi compromesso con questi ultimi, che chiedevano di tutelare gli interessi nazionali piuttosto che quelli del potente vicino.

Riad contava sull’aiuto internazionale, che è arrivato, ma non come immaginavano. Le bombe, da sole, non fanno vincere le guerre, servono stivali sul terreno. E l’aiuto statunitense, come quello israeliano ed europeo, ad oggi è limitato a intelligence, logistica e istruttori.

Né le difese degli alleati possono rendere l’Arabia Saudita impermeabile agli attacchi: troppo vasto il territorio, troppi i potenziali obiettivi e scarse le risorse occidentali, erose dal conflitto ucraino e iraniano.

Riad ha provato a rafforzare le forze yemenite con quelle del Patto della Mecca, l’alleanza con Pakistan e Turchia, ma i suoi interlocutori, benché si siano attivati per difendere il territorio saudita, hanno chiarito che non parteciperanno all’offensiva in Yemen.

Il Pakistan perderebbe l’importante ruolo assunto nella guerra iraniana, dal momento che Teheran non accetterebbe la mediazione di un Paese che combatte un proprio alleato. E la Turchia di Erdogan ha altro a cui pensare per impelagarsi in un conflitto tanto lontano dai suoi interessi.

Così Mohamed bin Salman ha giocato a carta della disperazione, invitando a Riad il presidente siriano Ahmed al Sharaa. L’idea era semplice: Riad può investire in Siria molto più di quanto sta facendo, in cambio la Siria dovrebbe inviare in Yemen proprie forze.

Si riproporrebbe quanto avvenuto nei primi anni della guerra yemenita, quando la coalizione saudita, nella lotta contro gli Houti, ebbe come alleati de facto i miliziani di al Qaeda. Infatti, oggi al Qaeda, dopo la caduta di Assad, governa la Siria (al Sharaa ne era un leader).

Damasco ha però smentito l’invio di forze, limitandosi a parlare di cooperazione con Riad nell’ambito della ricostruzione del proprio Paese. Resta che anche se accedesse a tale prospettiva in via riservata, si riproporrebbero le dinamiche di allora, quando al Qaeda infliggeva colpi alle milizie yemenite (e ai civili), senza però risultare decisiva.

Quanto agli Usa, dopo la notizia della strage all’aeroporto di Riad, Trump ha dichiarato che stava valutando un intervento a sostegno dei sauditi, ma, come annota il Washington Post, ha aggiunto che gli Stati Uniti “mantengono contatti con gli Houthi”…

Trump è refrattario a impelagarsi in un altro pantano prima delle elezioni di Midterm: sia perché il precedente conflitto con gli Houti – del 2023 – è fallito miseramente; sia perché rischierebbe di rilanciare il conflitto iraniano, che non vuole riaprire (almeno fino alle Midterm); sia, infine, perché verrebbe chiuso, dopo Hormuz, anche lo Stretto di Bab el Mandeb, oggi precluso solo alle navi saudite.

Non c’è soluzione militare a questo conflitto, come accenna il Nyt, anche perché i miliziani Houti “hanno poco da perdere e sono diventati sempre più agguerriti dopo i ripetuti scontri con nemici più potenti”. Ma Riad non vuole cedere.

Secondo diversi analisti americani la soluzione può darsi solo nell’ambito di un accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, che obblighi Teheran a frenare l’alleato. Il solito eccezionalismo americano che non riesce ad accettare che il mondo può andare avanti senza Washington (e magari meglio)…

Di altro segno quanto accaduto ieri: il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan ha telefonato al suo omologo omanita, Badr Al-Busaidi e, subito dopo, a quello iraniano Abbas Arahgchi, il quale ha ribadito che Teheran si offre di mediare. Forse a Riad si inizia a comprendere che la querelle può risolversi attraverso un dialogo regionale.

Quanto all’Occidente, più che sostenere, per evidenti interessi, le pretese saudite dovrebbe prendere coscienza che urge porre fine a questa ennesima guerra infinita. Urge, cioè, un compromesso.