Come spesso capita in medio oriente, anche in questo caso è bastata una piccola scintilla per far crollare e collassare la struttura di un’intera alleanza che andava avanti da diversi anni; nello Yemen, paese devastato da quasi tre anni di guerra civile dove i bombardamenti ed i blocchi economici sauditi stanno provocando migliaia di vittime e costringendo alla fame almeno sette milioni di persone, la situazione ha visto un repentino ed improvviso evolversi nella giornata di mercoledì quando, una disputa sul diritto o meno da parte degli sciiti Houti di apporre gli striscioni del proprio partito in una moschea della capitale San’a durante la festa del Mawlid, si è trasformata in una vera e propria battaglia tra le stesse brigate sopra menzionate ed alcune forze fedeli all’ex presidente Saleh. In realtà, quanto accaduto nella più grande città yemenita appare un qualcosa che ha radici ben più profonde di un’apparente banale disputa; gli Houti ed i soldati rimasti fedeli a Saleh sono alleati dal 2015 e controllano la capitale e gran parte del nord del paese: è contro di loro che la coalizione a guida saudita ha lanciato l’offensiva nel marzo di quasi tre anni fa, adesso però il quadro delle alleanze potrebbe subire un drastico mutamento. Poi il repentino cambio di scena, i primi scontri tra le due forze ex alleate fino all’epilogo dato dalla morte proprio di Saleh, avvenuta nelle scorse ore. 

L’ultimo discorso di Saleh in tv

A San’a si è iniziato a combattere quartiere per quartiere; ben presto, gli scontri attorno alla moschea della discordia di mercoledì, si sono estesi anche nei quartieri meridionali della capitale, lì dove ha sede una tv vicina a Saleh e lì dove dimora la famiglia dell’ex presidente yemenita. La rottura dell’equilibrio tra gli sciiti ed i membri dell’esercito fedeli all’uomo che per 33 anni ha governato il più antico paese della penisola arabica, è apparsa quindi conclamata: da alleati, le due parti sono improvvisamente diventate rivali ed i miliziani si sono duramente scontrati, con le fonti mediche yemenite che parlano di almeno 40 vittime dall’inizio degli scontri. Ma a confermare che l’alleanza con gli Houti è definitivamente tramontata, era stato lo stesso Saleh: apparso più volte nell’ultimo fino settimana per concedere interviste, l’ex capo di Stato ha affermato la volontà di sedersi al tavolo con la coalizione saudita per discutere i termini di un eventuale accordo, a patto però che venga tolto il blocco navale e cessino i bombardamenti.

Dopo aver ribadito il concetto sia al quotidiano kuwaitiano ‘al Rai al Amm’, che al sito Al Ahram Online, Saleh è apparso in video su al Yemen al Yaoum, la tv a  lui vicina, dichiarando come il paese ha bisogno di ritrovarsi attorno ad uno Stato unitario e di porre fine al frazionamento tra tante milizie; inoltre, l’ex presidente aveva chiesto ai soldati a lui vicino di isolare gli Houti per costringerli a lasciare la capitale e ad farli indietreggiare, in modo da poter aprire una concreta trattativa volta sia al superamento della crisi umanitaria e sia, di fatto, alla fine del conflitto. Saleh ha invitato le tribù del nord a riconciliarsi con le proprie truppe, in modo da offrire maggiori garanzie di ritrovata unità alla popolazione; leggendo tra le righe dei suoi discorsi, l’intenzione di colui che per più di tre decadi ha regnato nello Yemen era quella di presentarsi come ‘uomo forte’ da un lato ma anche, dall’altro lato, come unico in grado di poter mediare e risolvere una crisi in stallo da quasi tre anni.

L’uccisione mentre l’ex presidente scappava da San’a

Gli appelli di Saleh però non hanno sortito alcun effetto: da parte saudita, l’iniziativa dell’ex presidente era stata accolta favorevolmente, ma né gli Houti e né molto probabilmente una buona parte della Guardia Repubblicana e delle forze ritenute vicine all’ex capo di Stato hanno voluto ripiegare a favore di una soluzione negoziata con Riyadh. La capitale yemenita è rimasta in mano agli Houti, le milizie sciite non hanno subito significative perdite ed è forse per questo che Saleh nelle scorse ore aveva pensato ad una fuga da San’a; le notizie sono ancora frammentarie: la tv Al Masirah, vicina agli stessi Houti, in un primo momento aveva dichiarato di aver fatto esplodere la casa di famiglia dell’ex presidente, in un secondo momento però si è iniziato a parlare di un vero e proprio commando in grado di intercettare il convoglio di Saleh poco fuori dalla città. E’ forse questa la dinamica più probabile: anche se ancora non si conosce la causa che ha comportato la morte di quello che fino al 2011 era il capo di Stato incontrastato al potere, il video diffuso dai ribelli sciiti mostra il corpo con le sembianze di Saleh a bordo di un pick up.

Una dinamica che non differirebbe di molto con quella già vista a Sirte nell’ottobre del 2011, in occasione della cattura del rais libico Muhammar Gheddafi; a prescindere da cosa abbia veramente provocato il decesso di Saleh, di certo l’ex presidente yemenita ha pagato la scelta di cambiare repentinamente alleanza nel quadro del conflitto civile. Se l’obiettivo era quello di isolare gli Houti ed iniziare una trattativa con Riyadh, gli appelli lanciati da Saleh hanno sortito l’effetto opposto: i miliziani sciiti non hanno abbandonato le proprie posizioni ed al loro fianco sono rimasti molti reparti dell’ex esercito yemenita e, in special modo, la Guardia Repubblicana. 

Il ‘mistero’ del missile lanciato contro gli Emirati Arabi Uniti

Già nella giornata di domenica alcuni elementi iniziavano a non quadrare: un video infatti, datato 3 dicembre 2017,   ha mostratoun lancio di un missile effettuato dal territorio yemenita  che, come obiettivo, avrebbe avuto il costruendo impianto nucleare di Baraka negli Emirati Arabi Uniti; gli Houti hanno rivendicato il lancio ed hanno dichiarato adAl Masirahdi aver anche centrato il bersaglio. Da Abu Dhabi però sono arrivate secche smentite ufficiali; secondo il governo emiratino nessun missile sarebbe piombato nel proprio territorio e né, tanto meno, avrebbe centrato il cantiere di una centrale nucleare in costruzione. Difficile però in un simile contesto accertare la verità: entrambe le fonti appaiono ciascuna interessata a diffondere la propria versione; da un lato gli Houti vorrebbero dimostrare di essere ancora vivi e pronti a colpire, dall’altro anche una singola minaccia (reale o concreta) diretta ad una delle metropoli degli Emirati potrebbe costare molto caro all’economia locale.

La probabile effettuazione del lancio però, a prescindere dalla circostanza secondo cui essa avrebbe o meno colpito il bersaglio, aveva già dimostrato che una buona parte dell’ex esercito yemenita ha scelto di stare con gli Houti e di non rispondere agli appelli di Saleh; infatti, nella coalizione che dal 2015 controlla il nord del paese, i principali esperti in grado di sviluppare il programma missilistico e di lanciare gli ordigni tanto in Arabia Saudita quanto negli Emirati, sono proprio i soldati vicini a Saleh ed in particolar modo la sopra citata Guardia Repubblicana. L’uccisione dell’ex presidente dunque, sarebbe ulteriore conferma del fatto che le truppe a lui fedeli non hanno digerito la virata verso i Saud; adesso, per uno Yemen già stremato e con la popolazione che patisce fame e mancanza di accesso alle cure mediche, si apre la prospettiva di ulteriori mesi di stallo e tensioni. 

 

 

È un momento difficile
STIAMO INSIEME