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Guerra

Yemen, le sfide di una guerra che nessuno ha il coraggio di chiamare guerra

Le operazioni americane e ora anche inglesi contro gli Houthi sono una vera guerra. E ora gli esperti discutono dell'attacco via terra.

Nella sera tra il 29 e il 30 aprile il Regno Unito si è unito alla seconda fase di bombardamenti sullo Yemen inaugurata il 15 marzo 2025 con il varo dell’operazione Rough Rider da parte della United States Air Force. Gli attacchi sugli Houthi iniziano a essere decisamente estesi, tanto che prima dell’appoggio ufficiale di Londra a Washington gli Stati Uniti in 40 giorni avevano già compiuto 800 missioni contro di loro, un numero quasi pari alle 931 ufficialmente condotte tra il gennaio 2024, quando Joe Biden e il premier britannico Rishi Sunak vararono l’operazione Poseidon Archer, e il 17 gennaio 2025, data dell’ultimo raid della prima fase.

I nuovi attacchi sono ben più pervasivi di quelli condotti in risposta alle mosse degli Houthi per interdire il traffico marittimo nel Mar Rosso dopo l’inizio della guerra israeliana a Gaza. Per fare un paragone, gli attacchi del 2024-2025 hanno causato complessivamente 130 vittime, da marzo a oggi invece siamo a quota 500-600 morti. Come riportato su Sky Insider, molte delle incursioni americane “hanno causato gravi perdite tra la popolazione civile, come l’attacco al terminal di Ras Isa del 17 aprile, in cui sono morte 80 persone, o il raid che ha colpito nella giornata di lunedì  un centro di detenzione che ospitava migranti africani nel governatorato di Saada , uccidendo almeno 68 rifugiati. Londra ha sinora sostenuto queste operazioni con il contributo informativo e l’appoggio delle aerocisterne ai velivoli americani, ma è la prima volta che si arriva all’impegno diretto nel Trump-bis”.

Quella in Yemen è una guerra. E va chiamata così

Difficile parlare di raid mirati, di operazione antiterrorismo o di manovre di contenimento di un attore ostile. “La domanda è: se questa non è una guerra, come la vogliamo chiamare?”, dichiara a InsideOver l’analista militare Leonardo Lanzara, studioso di scenari relativi alla guerra aerea e navale e attento osservatore delle dinamiche strategiche nel Mar Rosso.

Lanzara, spesso ospite di affermati canali di approfondimento strategico-militare come Parabellum, riassume con noi gli elementi principali del conflitto che ha visto per ora “40 giorni di bombardamenti (finora), vittime, infrastrutture colpite, intense operazioni aeronavali, portaerei che virano stretto per evitare i missili nemici (e nel farlo perdono un caccia F/A-18 caduto dal ponte), partecipazione di velivoli israeliani e britannici”, ultimi ad aggiungersi in una campagna intensa.

Per Lanzara è da notare il fatto che “tutto questo avviene senza che nessuno muova alcuna obiezione o pronunci la parola “guerra!”. Cosa dovrebbe avere di diverso lo Yemen dal caso, per esempio, di Gaza, dove i raid sono quotidiani? “Per essere chiari, non siamo di fronte a un raid aereo dagli scopi limitati o ad un attacco chirurgico per eliminare qualche asset isolato: è una campagna di bombardamenti vera e propria che va avanti su base giornaliera, mentre gli Houthi rispondono con lanci di missili e droni”, sottolinea Lanzara, secondo cui per intensità “siamo ai livelli del 2018-19 quando gli USA attaccavano dall’aria lo Stato Islamico in Siria”.

Lanzara nota che l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump ha amplificato la portata dei raid. Prima l’obiettivo era “proteggere il traffico mercantile internazionale minacciato dagli Houthi; gli obiettivi di allora erano i siti di lancio di missili e droni più qualche deposito di armi. Ma con l’arrivo dell’amministrazione Trump la lista degli obiettivi attaccati si è ampliata: porti, infrastrutture e leadership Houthi, con raid giornalieri sempre più intensi che, purtroppo, hanno anche causato diverse vittime e danni collaterali”, come i casi di Ras Isa e Saada insegnano. Per l’analista uqesto non significa “giustificare o appoggiare gli Houthi, che sono un gruppo assolutamente criticabile e deprecabile sotto mille aspetti” ma piuttosto far notare “il fatto singolare che non si riesca a pronunciare la parola “guerra” nemmeno in presenza delle azioni sopra elencate le quali attengono, evidentemente, ad azioni belliche”.

Guerra agli Houthi, pressione sull’Iran mentre si tratta

Se da un lato è vero che gli Houthi non sono un’entità statuale riconosciuta, dall’altro Lanzara fa notare che “all’inizio del millennio fu dichiarata la “guerra al terrorismo” contro Al-Qaeda e simili quindi, nel caso degli Houthi, non credo ci si può appellare a questioni giuridiche. La verità è che non solo “dichiarare guerra” è diventato un atto inconsueto nel nostro tempo, ma anche pronunciare la parola “guerra” è ormai un tabù, anche in presenza di bombe, morti e distruzione”. Davide Malacaria ha fatto notare su InsideOver il fatto che un altro elemento chiaro della natura bellica dell’azione contro gli Houthi sia il fatto che gli Usa starebbero concordando con i Paesi arabi e il governo yemenita un’offensiva di terra contro gli Houthi a due anni dalla formale tregua nella guerra civile iniziata nel 2014.

Lanzara nota che se questa ipotesi dovesse verificarsi “americani e occidentali in generale non metteranno i “boots on the ground” per evitare d’impantanarsi in un’altra campagna terrestre lunga e sanguinosa. Molto più semplice e meno costoso andare avanti con attacchi dall’aria, magari tenendo i Carrier Strike Group un po’ più lontani dalla costa per evitare problemi: in fondo, agli Houthi basta un solo colpo fortunato per danneggiare o affondare una nave da guerra!”. Per l’analista “il massimo che posso immaginare è un’azione terrestre o anfibia americana, limitatissima a poche aree chiave vicine al mare, facili da difendere, da rifornire e da evacuare”, mentre “la campagna aerea in corso, lo strumento militare americano sempre più ampio schierato nella regione e i bombardieri stealth B-2 schierati a Guam sono anche un modo per tenere una certa pressione sull’Iran, con il quale si cerca un accordo sul nucleare”.

“L’operazione aeronavale ha un costo accettabile per gli Usa”

Parlando con InsideOver, il generale Paolo Capitini nota che un intervento diretto americano nel conflitto è difficile dato che “l’idea di un massiccio sbarco Marines in Yemen per condurre una (lunga) campagna terrestre in ambiente desertico mi sembra un tantino fuori dalle direttive trumpiane di disimpegnarsi ovunque fosse possibile”, e che “azioni mirate e temporanee anche di terra potrebbero essere possibili anche se esporrebbero ad alti rischi di insuccesso (cattura di prigionieri, recupero salme, perdita di mezzi e materiali) che potrebbero poi costringere la Casa Bianca a un’azione che non vorrebbe portare avanti”.

Per l’ex militare degli Alpini “di questa eventualità sarebbe felicissimo Netanyahu che ha bisogno come il pane di mantenere una guerra aperta fuori d’Israele”, mentre “per ora l’opzione aeronavale è quella che ha un rapporto costo (elevato) – efficacia (bassa) tutto sommato accettabile” per gli Usa. Anche a costo dell’asimmetria nella definizione dell’operazione come un vero conflitto e non come una somma di operazioni mirate.

In sostanza dunque, la guerra si fa ma è tabù dichiararla tale. E anche questo è un segno dei tempi che corrono. Dove anche una campagna di bombardamenti brutali può essere edulcorata dalle parole. Vale per Gaza come per lo Yemen. Ma il risultato è comune: le persone continuano a morire. E la sicurezza globale ne esce danneggiata.

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