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Quando nel marzo del 2015 Riad aveva programmato la blitzkrieg nello Yemen, nessuno poteva immaginare gli sviluppi che ne sarebbero conseguiti. In ogni caso, non nella misura tragica in cui si sono succeduti gli eventi. La guerra dei sauditi nello Yemen continua ad andare male sotto tutti i profili e i giornali arabi insistono a fornire bollettini inquietanti.
Il 29 ottobre è stato annunciato l’ennesimo bombardamento di una base saudita effettuato dalle forze huthi nella provincia di Najran a circa 20 km dalla frontiera yemenita all’interno del territorio del regno. L’attacco avrebbe colpito e devastato le infrastrutture di Bir Askar.

Il 27 ottobre invece, un cacciabombardiere della Coalizione a guida saudita sarebbe stato abbattuto dalle forze fedeli al presidente Saleh (come riportato da Al Masdar, da PressTv e Al Manar TV ).





Benché mai confermate da fonti saudite, le notizie seguono la perdita di un altro jet delle forze aeree degli Emirati Arabi e una sequenza di imboscate messe a segno contro le forze della Coalizione a cavallo fra Arabia e Yemen.

Gli attacchi balistici contro le forze di Riad sono condotti con i Qaehr, ex SAM russi riadattati come missili terra-terra, che da due anni seminano il panico ormai su tutta la penisola araba.

Da tempo, le regioni coinvolte non sono solo lo spicchio del Jizan e le provincie di Najran e Asir, geograficamente a ridosso del confine yemenita, ma anche quelle più a nord, finendo per interessare la stessa Riad.

Lo Stato Maggiore saudita non è mai riuscito a venire a capo della situazione, imbarazzante sotto l’aspetto militare. Nonostante la lenta avanzata sul terreno a sud e la messa in sicurezza dell’esotico e strategico porto di Mocha, le aree controllate dai ribelli huthi tra Mar Rosso e confine saudita rimangono impenetrabili per la Coalizione e continuano ad essere usate come piattaforma per il lancio di missili dalla gittata compresa tra i 400 e gli 800 km.

L’unico deterrente per Riad rimane l’intensificazione degli attacchi aerei che continuano a colpire infrastrutture e obiettivi civili, ma non producono effetti significativi nelle roccaforti dello Yemen nordoccidentale.

Gli scenari sono sempre più simili a quelli afgani, con milizie locali motivate e ben addestrate che resistono negli anfratti montagnosi, caratterizzati da forti escursioni termiche e da una morfologia che li rende difficilmente penetrabili a forze tecnologicamente superiori.

Il dato non riguarda solo piccole zone remote poco popolate ma una fetta importante dello Yemen; in sostanza buona parte dell’ovest del Paese. La stessa capitale San’a, saldamente nelle mani delle forze filo Saleh, si trova a 2200 metri di altezza e rientra in un’area geograficamente molto ostile per potenziali aggressori. La conoscenza del territorio da parte dei miliziani sciiti zayditi che le abitano, e la loro rinomata attitudine al combattimento in condizioni difficili, fanno il resto.

La guerra, teoricamente asimmetrica, in due anni si è trasformata in un conflitto di posizione con una divisione sostanziale del territorio yemenita in due grandi aree: quella controllata dagli huthi e dai fedelissimi di Saleh (sostanzialmente l’ex blocco della Guardia Repubblicana) che corrisponde grosso modo all’ex Repubblica Araba dello Yemen, fino al 1990 nota come Yemen del Nord con capitale Sana’a; il resto del Paese in mano ai sunniti che corrisponde all’ex Repubblica del Sud, compresa l’ex capitale Aden.

I propositi strategici della primavera del 2017 con cui i sauditi e i loro alleati pianificavano la conquista dell’importante porto di Al Hudayadah e la conseguente liquidazione delle attività insorgenti lungo la costa del Mar Rosso, sono tramontati. Con essi cadono anche le remore per ammettere che la guerra nello Yemen è militarmente persa. Almeno finora.

Al di là della débacle militare, il problema principale per i sauditi rimane politico. L’alleanza sunnita nata a Riad per sconfiggere la resistenza huthi e garantire stabilità al presidente in pectore Hadi, riconosciuto dall’Occidente, ha cominciato a sfilacciarsi, perdendo pezzi e soprattutto consistenza.

Ad uno ad uno tutti i presupposti che allineavano gli alleati arabi alla casa reale saudita sono venuti meno. Il primo e più importante tassello a saltare è stato l’Egitto, Paese non presente con forze di terra nello Yemen, ma tra i patrocinatori della prima ora della guerra stessa.

Se il raffreddamento dei rapporti tra Riad e il Cairo, che ha portato addirittura al congelamento delle forniture energetiche saudite nell’autunno del 2016, è un trauma politico per l’Arabia (alla luce dell’inedito flirt tra Egitto e Iran), gli effetti sul terreno non sono da meno. Più volte si è parlato addirittura di sordidi aiuti dell’Egitto agli huthi (già sostenuti dall’Iran tramite Hezbollah), fatto che rappresenterebbe addirittura un cambio di fronte.

La causa sunnita pro Hadi, inizialmente sostenuta sul terreno da ben 10 Stati, ha visto assumere poi una posizione sempre più defilata degli Emirati Arabi, che se ben ispirati dalla guerra agli sciiti, non sempre sembrano allineati alle scelte strategiche di Riad. Nel 2016 si parlava addirittura di ritiro.

Il danno politico più grosso alla Coalizione rimane però la crisi tra Arabia Saudita e Qatar che nel luglio del 2017, ha richiamato i suoi 1000 soldati presenti nello Yemen.

Le coccole fra Qatar, Turchia e Iran, supervisionate dalla Russia, rappresentano un’ombra inquietante per Riad che sebbene ancora in buoni rapporti con Ankara, appare sempre più isolata nella sua avventura yemenita soprattutto all’interno del mondo arabo.

A venire in parte in soccorso alla causa dei Saud rimane sicuramente una fetta consistente della sfera sunnita non araba. Su tutti il Pakistan, partner storico dell’Arabia, che già nel 2016 ha ufficializzato col premier Sharif la disponibilità a difendere il suolo saudita in caso di necessità. Esercitazioni militari congiunte fra i due Paesi sono un’abitudine, come confermato dalla Saudi Press Agency pochi giorni fa.

Ciononostante, l’aiuto di Islamabad, che schiera 5mila uomini al fianco della Guardia Nazionale di Riad per rinsaldare i deboli confini con lo Yemen, (riportato già da Daily Pakistan nell’aprile 2017), sembra però più legato ad una dipendenza strategica del Pakistan che ad un’effettiva condivisione della causa, ormai scomoda a tutti.

In altri termini, lo strapotere finanziario saudita continua a coinvolgere una congrega di partner sempre meno motivati in quello che a tutti gli effetti appare come un disastro militare, politico e ovviamente umanitario.

Riad in brache di tela? L’esposizione saudita nello Yemen è totale e nonostante la semi-censura mediatica della guerra in tutto l’Occidente, sarà impossibile per i sauditi ritirarsi dalla contesa o porre fine al massacro senza pagare dazio.

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