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Martedì, direttamente dallo Studio Ovale, il presidente Usa Donald Trump ha annunciato il raggiungimento di un accordo con gli Houthi. Una dichiarazione arrivata a sorpresa, in una fase in cui sembrava che Washington avesse intenzione di aumentare la pressione sui combattenti sciiti yemeniti. L’intesa prevede, in particolare, lo stop del lancio di missili verso le navi battenti bandiera a stelle e strisce da parte degli Houthi e, come contropartita, la fine dei bombardamenti statunitensi contro lo Yemen. Nessun cenno nell’intesa a un’eventuale interruzione del lancio di ordigni contro altre navi occidentali e, soprattutto, nessuna parola sul lancio dei missili contro Israele.

L’accordo mediato dall’Oman

Statunitensi e miliziani Houthi erano ai ferri corti da diversi mesi. I combattenti sciiti, da quando è iniziato il conflitto a Gaza, hanno messo pressione su Israele e sull’Occidente bersagliando le navi in transito dal Mar Rosso. Lo coste dello Yemen del resto, si affacciano sullo Stretto di Bab El Mandeb, lì dove le acque dell’Oceano Indiano si incontrano con quelle del Mar Rosso e da dove dunque le navi cargo risalgono verso il Canale di Suez. La risposta Usa è stata affidata a diversi raid attuati in territorio yemenita e a cui Trump, a partire dal 15 marzo scorso, ha dato ulteriore impulso.

Ma adesso, per l’appunto, questo fa parte del passato. L’accordo tra le parti garantisce, come detto in precedenza, lo stop reciproco a raid e bombardamenti. L’intesa è stata mediata dall’Oman, il cui Governo ha confermato di aver lavorato per il raggiungimento di un compromesso. Trump ha presentato l’accordo come una “resa” da parte degli Houthi, questi ultimi invece hanno ribadito di proseguire con il proprio sostegno verso la popolazione di Gaza e di voler continuare ad alimentare le schermaglie con Israele. La resa dunque, eventualmente, potrebbe essere considerata solo con riguardo agli Usa.

L’intesa all’insegna dello slogan “America First”

La mossa quasi a sorpresa di Trump ha in qualche modo spiazzato gli alleati, a partire dallo stesso premier israeliano Netanyahu. Quest’ultimo, poco prima dell’annuncio dell’accordo tra gli Stati Uniti e gli Houthi, ha autorizzato un pesante raid contro Sana’a in risposta a un missile yemenita caduto domenica a 300 metri dallo scalo aereo di Tel Aviv. Ed è quindi molto probabile che non si aspettasse un’intesa tra i miliziani sciiti e Washington.

L’effetto sorpresa riguarda proprio soprattutto Israele. Il non coinvolgimento dell’Europa non è un elemento propriamente nuovo. Il Vecchio Continente non è stato consultato nel momento della riapertura del dialogo tra Usa e Russia sull’Ucraina. Non solo, ma nella chat Signal uscita erroneamente allo scoperto in cui si parlava dei piani di attacco contro gli Houthi, sono emerse dichiarazioni del vice presidente Usa, J.D. Vance, non certo tenere verso l’Europa: “Dobbiamo intervenire – ha scritto il numero due della Casa Bianca – ma odio dover aiutare gli europei”.

Su Israele, per l’appunto, il caso è diverso. Nei documenti siglati in Oman, non c’è traccia di riferimenti alla possibilità di evitare o almeno ridimensionare le azioni contro il territorio israeliano. Una circostanza che ha creato non poco imbarazzo a Netanyahu, specialmente sul fronte politico. L’accordo con gli Houthi dunque, può forse rappresentare la più cristallina applicazione del principio di “America First”: prima gli interessi di Washington, poi (forse) quelli degli altri. Un modus operandi con cui, volenti o nolenti, anche gli alleati più prossimi dovranno fare i conti. E con cui dovrà farei conti lo stesso Netanyahu, non immune dall’imprevedibilità di Trump.

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