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Guerra

Yemen, il risveglio degli Houthi e i dilemmi dell’Arabia Saudita

Quanto l'attuale fase di tensione può anticipare una ripresa del conflitto civile yemenita? Le crisi di Hormuz e dello Yemen si salderanno?

Gli Houthi alzano l’asticella degli attacchi in Yemen e iniziano a mettere sempre più in discussione la tregua che dal 2022 ha cristallizzato una delle più gravi e neglette crisi geopolitiche dello scorso decennio, una guerra civile con annessa crisi umanitaria che ha sconvolto un Paese strategico ma estremamente martoriato, chiave di volta della connettività tra Penisola Arabica, Mar Rosso e Golfo di Aden. Il conflitto rischia di riaccendersi nel quadro di tensioni regionali che vedono un’accumularsi di conflittualità striscianti attorno all’ancora irrisolto confronto tra Iran e Stati Uniti e nel quadro di un sistema regionale in evoluzione.

Lo scenario in Yemen

La guerra in Yemen ha sostanzialmente riproposto, fino alla tregua del 2022, uno schema chiaro: il confronto tra i ribelli Houthi, che controllano la capitale Sana’a e sono vicini al fronte sciita guidato da Teheran, e il governo internazionalmente riconosciuto basato ad Aden e sostenuto principalmente dall’Arabia Saudita. All’ombra della distensione iraniano-saudita, il conflitto si è cristallizzato a lungo e, prima delle ultime settimane, a animare lo Yemen è stata soprattutto la fallita ricerca di autonomia dell’ormai scomparso Southern Transition Council filo-emiratino a fine dicembre 2025, la cui offensiva è stata ribaltata dalla netta risposta dei sauditi e dei governativi.

Nell’ultimo mese, invece, sono successi molti avvenimenti rilevanti: il 13 luglio è andato in scena l’attacco del governo yemenita all’aeroporto di Sana’a, volto a prevenire l’atterraggio di un aereo iraniano che riportava dalla Repubblica Islamica una delegazione di leader Houthi e il cui accesso allo spazio aereo yemenita non era stato approvato dalle autorità governative, e un lancio di missili balistici da parte dei ribelli, seguito nei giorni successivi dalla minaccia dell’embargo marittimo contro l’Arabia Saudita da parte degli Houthi e, nei giorni scorsi, dalla ripresa dei raid dei ribelli sciiti culminati negli attacchi balistici di giovedì nello Yemen controllato dal governo internazionalmente riconosciuto, causa della morte di decine, si dice almeno 30, dei suoi soldati.

Gli attacchi hanno coinvolto le province di Hadrmouth e Manib, una cerniera strategica vitale per lo Yemen ma ritenuta critica per la propria sicurezza nazionale anche dall’Arabia Saudita, che si trova in bilico nei suoi rapporti con le milizie regionali da un lato e l’Iran dall’altro. Il Paese centrale nella Penisola Arabica ha colpito nel porto di Hodeidah nella giornata del 24 luglio i ribelli che aveva contribuito a combattere dal 2015 sostenendo un costoso intervento militare nel Paese limitrofo e più di recente ha subito un nuovo raid Houthi giovedì in cui 11 persone sono rimaste ferite.

Le mosse Houthi, i grattacapi sauditi

Va capito in che misura il “risveglio” degli Houthi sia coordinato e concordato con un Iran che alterna risposte militari e avanzamenti diplomatici in questa fase del suo confronto nel Golfo con gli Stati Uniti. Se da un lato è vero che gli Houthi sono vicini all’Iran e identificabili come parte importante della galassia di forze sciite che guardano alla Repubblica Islamica, dall’altro la prassi delle azioni dei ribelli dello Yemen e del loro Stato nello Stato si è spesso conformata a linee d’azione autonome. E anche in quest’ottica, ad oggi, l’attuale crisi è sicuramente influenzata dall’onda lunga della guerra nel Golfo ma presenta anche caratteristiche connesse all’insoluta situazione interna di un Paese spaccato da oltre un dicennio.

Gli Houthi potrebbero aver scelto volutamente di alzare l’asticella degli attacchi proprio ora per rivendicare un ruolo nel futuro Yemen e consolidare le proprie posizioni, mostrare la propria capacità combattente e spuntare concessioni potenziali a un Paese, l’Arabia Saudita, che esercita un peso decisivo nello Stato limitrofo e nonostante la sua potenza economico-finanziaria ed energetica si trova indecisa su come muoversi di fronte al risveglio della crisi regionale.

Per Riad, quello yemenita non è l’unico fronte che nell’ambito di un Medio Oriente reso caotico dalla Terza Guerra del Golfo sta creando grattacapi: a fine luglio, lo ricordiamo, le milizie filo-iraniane dell’Iraq hanno condotto attacchi sul suolo saudita a cui il Paese ha reagito unendosi agli Stati Uniti colpendo le Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf) e venerdì il capo dell’intelligence di Riad, Khalid al-Hamaidan, ha incontrato il premier iracheno Ali al-Zaidi per coordinare una relazione capace di evitare il ripetersi di episodi simili in futuro. Del resto, dall’Arabia Saudita sono arrivate diverse voci favorevoli a una de-escalation tra Washington e Teheran che lasciano pensare alla volontà di Riad di prevenire un fronte più ampio esteso anche allo Yemen (o a altri teatri).

Un quadro teso

La Cnn nota che all’Arabia Saudita preoccupa principalmente il fatto “la rinnovata minaccia degli Houthi sta sabotando i suoi tentativi di reindirizzare milioni di barili di petrolio dal Golfo Persico al Mar Rosso per l’esportazione, poiché lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso” e un approfondimento dell’European Council of Foreign Relations indica come infrastrutture da analizzare con attenzione, per capire se gli Houthi li prenderanno di mira, nell’hub portuale di Yanbu e nell’oleodotto Est-Ovest che attraversa trasversalmente il Paese. L’Arab Center di Washington D.C. sottolineava il 5 agosto che i sauditi sembrano attenti a non voler inserire nel quadro di un’escalation più ampia il rinnovato intervento scrivendo che “Riad ha esplicitamente definito i suoi attacchi a Hodeidah come proporzionati e limitati a obiettivi militari; il regno ha insistito affinché Hodeidah, Ras Isa e Salif rimanessero aperte al traffico commerciale e umanitario”.

A livello complessivo, dunque, i dilemmi da chiarire restano legati alla comprensione di quanto l’attuale fase di tensione sia prodromica a una ripresa su larga scala del conflitto civile di fatto congelato nel 2022 e quanto, al contrario, sia una scossa connessa al generale movimento tellurico del Medio Oriente; andrà capito in che misura la relazione tra Iran e Arabia Saudita sarà inficiata dal rinnovato confronto tra gli Houthi e lo Yemen internazionalmente riconosciuto sostenuto da Riad e in che prospettiva le crisi di Hormuz e dello Yemen si salderanno; bisognerà comprendere se davvero l’Iran riterrà politicamente sostenibile negoziare da un lato un accordo su Hormuz con l’Oman e assistere dall’altro a un’escalation nel Mar Rosso condotta da un gruppo che resta suo alleato; e, infine, andrà compreso come impatteranno le nuove dinamiche securitarie del Medio Oriente su queste crisi. In tal senso, la firma dell’accordo di La Mecca tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia arriva in un momento decisivo per capire dove porteranno questi venti di tensione e crisi. C’è una certezza: un risveglio a tutto campo della conflittualità in Yemen porrebbe degli interrogativi di natura regionale e sarebbe un’escalation di difficile gestione per un Medio Oriente sempre più privo di un baricentro di sicurezza.

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