Yemen, il fronte anti-Houthi si spacca, Arabia Saudita ed Emirati verso una proxy war

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Il nuovo accumulo di forze filo-saudite al confine orientale dello Yemen non è il preludio a una battaglia contro gli Houthi, ma il segnale più evidente di una frattura ormai aperta nel campo anti-Houthi. Fino a ventimila uomini, in gran parte appartenenti al National Shield finanziato da Riad, si stanno posizionando nelle aree di Al-Wadeeah e Al-Abr con un obiettivo chiaro: contenere, se non costringere al ritiro, il Consiglio di transizione meridionale. È una mossa che ribalta la narrazione degli ultimi anni e certifica il passaggio dalla guerra per lo Yemen alla guerra sullo Yemen.

L’avanzata del Consiglio nel governatorato di Hadramaut, cuore energetico del Paese e territorio storicamente sensibile, ha riaperto una questione che si credeva congelata dal 1990: la divisione tra Nord e Sud. Non è una rivendicazione ideologica, ma una scelta di potere, resa possibile dal vuoto statale e dalla competizione tra i due principali sponsor regionali.

Hadramaut come posta strategica

Hadramaut non è solo un simbolo. Con il suo 36% del territorio nazionale, le principali riserve petrolifere yemenite e porti strategici come Mukalla e al-Dhabba, rappresenta la chiave economica di qualsiasi entità statale futura. Controllarla significa decidere chi incassa, chi commercia e chi negozia con l’esterno. Il Consiglio di transizione meridionale lo sa bene e ha agito con rapidità, trasformando una presenza militare in un fatto compiuto politico.

Per Riad, questa mossa è difficilmente accettabile. L’Arabia Saudita punta a una stabilizzazione graduale dello Yemen attraverso negoziati con gli Houthi e il mantenimento formale dell’unità statale. Una secessione de facto nel Sud svuoterebbe questa strategia, rafforzando indirettamente il Nord controllato dagli Houthi e rendendo vano lo sforzo diplomatico saudita.

Valutazione strategica militare: proxy contro proxy

Dal punto di vista militare, lo Yemen si avvia verso una pericolosa sovrapposizione di conflitti. Le forze che fino a ieri combattevano fianco a fianco contro gli Houthi rischiano ora di affrontarsi direttamente. Non si tratta di uno scontro tra eserciti regolari, ma di milizie addestrate, armate e motivate, inserite in un Paese povero, giovane e saturo di combattenti.

La minaccia di attacchi aerei contro il Consiglio e le rassicurazioni ricevute dagli Emirati Arabi Uniti indicano che lo scontro potrebbe assumere una dimensione indiretta tra Riad e Abu Dhabi. Non una guerra aperta, ma una competizione per interposta milizia, con lo Yemen come campo di prova. È uno scenario che moltiplica i rischi e riduce drasticamente le possibilità di controllo.

Geopolitica regionale: alleati divergenti

La spaccatura tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti emerge ormai senza ambiguità. Riad cerca una via d’uscita onorevole dal conflitto yemenita, anche a costo di concessioni agli Houthi. Abu Dhabi, al contrario, sostiene un attore che promette stabilità marittima e controllo delle rotte nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, anche al prezzo della frammentazione del Paese.

La comunità internazionale continua a sostenere formalmente l’unità yemenita, ma nei fatti assiste alla sua erosione. Il rischio evocato dalle Nazioni Unite è concreto: una nuova escalation non resterebbe confinata allo Yemen, ma investirebbe le rotte commerciali, il Corno d’Africa e l’equilibrio del Mar Rosso.

Uno Yemen sempre più vicino alla spartizione

Il Consiglio di transizione meridionale controlla ormai l’intero territorio dell’ex Yemen del Sud. La possibilità di un’amministrazione separata non è più un’ipotesi remota, ma un’opzione apertamente discussa. Se Riad decidesse di forzare la mano, lo scontro potrebbe accelerare la disgregazione dello Stato. Se invece scegliesse di tollerare l’avanzata, il messaggio sarebbe altrettanto destabilizzante.

In entrambi i casi, gli Houthi sono gli osservatori più attenti. Ogni divisione nel campo avversario rafforza la loro posizione negoziale e militare. Lo Yemen rischia così di entrare in una nuova fase della guerra: meno ideologica, più territoriale, e forse ancora più difficile da ricomporre.