Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha soppesato la richiesta saudita di un intervento militare diretto contro gli Houthi in Yemen, salvo poi fare marcia indietro proprio nelle ore in cui l’operazione sembrava ormai imminente. Ovvero il weekend appena trascorso. Lo rivela un’inchiesta del New York Times firmata da Helene Cooper, Eric Schmitt, Jonathan Swan e Maggie Haberman, secondo cui giovedì scorso il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato personalmente all’inquilino della Casa Bianca per sollecitare un sostegno militare di Washington contro Ansar Allah, il movimento politico-militare-religioso yemenita conosciuto in Occidente come Houthi – dal nome della famiglia che lo ha fondato e che tuttora lo guida.
Negli ultimi mesi il gruppo sciita ha riaperto il fronte con la petromonarchia del Golfo, che dal 2015 bombarda lo Yemen nel tentativo di arginarne l’inesorabile avanzata: oggi gli Houthi controllano il nord-ovest del Paese e quasi tutta la costa del Mar Rosso, oltre alla capitale Sana’a e ai governatorati di Saada, Hajjah, Amran, Dhamar, Ibb, e gran parte di quello di Hodeidah. E sta provocando dei seri grattacapi al Regno di bin Salman.
Il ripensamento di Trump
Secondo il retroscena del New York Times, a seguito di un incontro con i suoi consiglieri – la maggior parte dei quali scettica o apertamente contraria a un coinvolgimento diretto – Trump aveva inizialmente escluso l’opzione di un coinvolgimento diretto di Washington contro gli Houthi. Tuttavia, la telefonata del principe ereditario bin Salman lo aveva convinto a cambiare idea, ordinando al Pentagono di preparare i raid. Ma entro la giornata di domenica The Donald ha nuovamente cambiato idea, spiazzando la monarchia saudita: niente strike americani contro gli Houthi, almeno per ora, secondo funzionari dell’amministrazione Usa che hanno parlato a condizione di anonimato con il maggiore quotidiano Usa.
Il dietrofront del presidente Usa è arrivato quando i comandi militari del Pentagono avevano già approvato le liste degli obiettivi e le truppe stavano caricando le bombe sui velivoli designati per la missione, secondo due fonti a conoscenza dell’operazione. In una telefonata con Fox News, Trump ha dichiarato di trovarsi ancora in «modalità decisionale» rispetto alla guerra in Iran, sottolineando che gli Stati Uniti restano in «costante contatto» con gli Houthi, i quali finora avrebbero rispettato l’impegno a non colpire navi americane.
Per Trump rimane da affrontare un dilemma: se è vero, da un lato, che gli Houthi non hanno attaccato le navi statunitensi, rispettando gli accordi presi con Washington, lo stesso non si può dire nei confronti dell’Arabia Saudita, verso cui Washington ha un obbligo di difesa in base agli accordi bilaterali. Riyad, dal canto suo, non ha esitato a far valere la propria leva negoziale: a maggio aveva di fatto bloccato il piano americano di scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz, negando l’uso dello spazio aereo e delle basi saudite.
La rappresaglia saudita continua
Nel frattempo, sul terreno l’escalation non si è fermata. Domenica l’aviazione saudita ha proseguito i bombardamenti su diverse aree dello Yemen, un giorno dopo che Ansar Allah aveva lanciato per la prima volta da luglio un attacco missilistico e con droni contro Riyad, in risposta ai raid sull’aeroporto internazionale di Sana’a che avevano riacceso il conflitto.
Anis al-Asbahi, portavoce del ministero della Sanità del governo degli Houthi, ha riferito che i raid sauditi di domenica hanno colpito torri di comunicazione nella provincia settentrionale di al-Jawf, uccidendo quattro lavoratori civili e ferendone altri tre – versione confermata anche dall’agenzia yemenita Saba.
Il portavoce delle forze armate yemenite legate ad Ansar Allah, Yahya Saree, ha parlato di 28 raid sauditi nelle ultime 24 ore su Taiz, al-Jawf e Marib, portando a 760 il totale degli attacchi dall’inizio dell’escalation. Secondo Saree, i bombardamenti sono stati condotti con caccia F-15 di produzione statunitense e Typhoon europei; Washington fornirebbe già supporto di intelligence e targeting a Riyad, con circa 200 consiglieri militari americani impegnati sul campo in questo ruolo.
Per ora, tuttavia, Trump ha ribadito che il cessate il fuoco tra Washington e gli Houthi, in vigore dal maggio 2025, resta valido. Un’eventuale escalation da parte degli Stati Uniti rischierebbe di provocare una rappresaglia che, secondo molti osservatori, potrebbe tradursi nella chiusura totale dello stretto di Bab al-Mandab, aggravando ulteriormente la crisi economica globale già innescata dalla Guerra nel Golfo tra Stati Uniti e Iran.
Fonti:
Helene Cooper, Eric Schmitt, Jonathan Swan e Maggie Haberman, «Trump Gets Caught in a Dilemma Over a Saudi Plea for Military Help», The New York Times, 20 settembre 2026, https://www.nytimes.com/2026/09/20/us/politics/trump-yemen-houthis-red-sea-iran.html.
Trey Yingst, «Trump in ‘deciding mode’ on Iran, says ‘very big things’ are coming», Fox News, 20 settembre 2026, video, 5:04, https://www.foxnews.com/video/6405330005112.
DeCamp, Dave. “Saudi Airstrikes Hit Yemen After Ansar Allah Attack on Riyadh.” Antiwar.com, 20 settembre 2026. https://news.antiwar.com/2026/09/20/saudi-airstrikes-hit-yemen-after-ansar-allah-attack-on-riyadh/.