Una chiave “per entrare in Paradiso”: con questa promessa gli Houthi continuano ad arruolare i minori in battaglia, cui promettono in cambio la salvezza dell’anima.

“Quando alcuni bambini sono arrivati da noi, indossavano alcune chiavi e ci hanno spiegato che erano le chiavi del Paradiso” – racconta Nathra Al-Omari, supervisore del Rehabilitation of Children Recruited and Impacted by War in Yemen Project, un progetto che mira a salvare i bambini coinvolti nel conflitto – “Gli era stato detto che combattendo nel conflitto avrebbero compiuto il jihad che li conduce in Paradiso”.

Non è una novità che i ribelli yemeniti utilizzino i bambini sul campo di battaglia, arrivando anche ad arruolare minori di 10 anni. Nel dicembre dello scorso anno, un loro ufficiale ha riferito all’agenzia di stampa internazionale Associated Press che dal 2014 – anno di inizio della guerra civile in Yemen – gli Houthi avrebbero impiegato tra le loro fila almeno 18 mila bambini soldato.

I minori vengono spesso rapiti e torturati, in molti casi anche costretti a drogarsi a loro insaputa. Una volta addestrati a combattere, i bambini vengono registrati in un database. La loro cartella corrisponde a un numero, il “numero del jihadista”, inciso in un braccialetto che i minori indossano con la speranza che il loro cadavere venga riconsegnato ai genitori.

“Sono bambini portati via dai loro padri e dalle loro case, a cui è stata rubata l’infanzia, per essere mandati in prima linea”, questa la denuncia di Samah Hadid, vice direttrice delle campagne di Amnesty International sul Medio Oriente.

Questa è la storia, ad esempio, di Absullah Al-Dhani, di soli 12 anni, rapito l’anno scorso dai ribelli yemeniti e riuscito a fuggire dopo essere rimasto ferito al fronte. “All’inizio” – racconta – “gli Houthi sono venuti in casa mia e hanno chiesto di parlare con mio padre. Si sono offerti di comprarmi, ma lui ha rifiutato. Il giorno successivo, sono andato a scuola nel mio villaggio, come al solito, ma, improvvisamente, alcuni uomini sono comparsi e mi hanno rapito. Mi hanno portato in una città grande, in cui non ero mai stato. Sono stato in una base militare e mi hanno insegnato a sparare”.

Allontanato dalla famiglia e tenuto prigioniero, viene addestrato e mandato a combattere. “Dopo circa una settimana dal rapimento, mi hanno mandato sul campo di battaglia, dove venivamo usati come scudi umani. Prima di andare in missione ci davano una pastiglia, non so di cosa si trattasse, ma mi faceva sentire diverso”, continua Absullah.

Poi l’incidente. Un razzo cade vicino al giovane e alcuni frammenti lo feriscono al ginocchio. Portato prima in ospedale e poi in una “casa di cura”, Absullah approfitta dell’assenza dei soldati per fuggire e trova riparo in una scuola a Marib. “Due dei miei amici stanno ancora combattendo” – racconta ancora scosso – “Io sono uno dei fortunati”.

La storia di Absullah non è un caso isolato. Le condizioni disperate in cui versa la popolazione dello Yemen stanno costringendo le famiglie a vendere i propri figli per poter sopravvivere. Le femmine diventano spose bambine, mentre ai maschi è riservato il ruolo di bambini-soldato. La maggior parte di loro sono minorenni e non hanno ancora raggiunto i 18 anni, l’età minima per arruolarsi o per sposarsi, secondo quanto stabilito dal diritto internazionale.

Il destino di molti bambini Houthi è condiviso da altri minori, sul fronte opposto. Un reportage di Al-Jazeera ha svelato l’esistenza di bambini soldato anche all’interno di campi di reclutamento della coalizione araba, a guida saudita, che combatte nella guerra civile yemenita contro i ribelli. Sono ragazzi minorenni, poveri e disperati, che sono stati reclutati con la promessa di un assegno mensile e di ruoli non operativi. Nella realtà dei fatti, però, questi giovani verrebbero mandati ad Al-Buqa’, territorio di confine tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, per difendere il Regno dagli attacchi dei ribelli.