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La guerra in Yemen continua a rimanere una delle guerre più oscure, oltre che tragiche, del mondo. Ma oltre alla tragedia umanitaria e agli sviluppi di questo conflitto, c’è un interrogativo che in molti si pongono: come fanno gli Houthi a resistere. O meglio, come fanno Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a non sconfiggere una milizia ribelle assediata e fondamentalmente priva di finanziamenti.

Da una parte due fra gli Stati con la maggiore spesa militare del mondo, quantomeno in proporzione al Pil. Dall’altra parte, un gruppo ribelle sostenuto dall’Iran ma di fatto privo di alcuna organizzazione statuale. Da una parte alleati potenti, dall’altra un Paese sotto assedio. Eppure, a conti fatti, da anni le forze armate saudite ed emiratine si trovano a dover assistere a una guerra che, almeno fino a questo punto, si è rivelata disastrosa.

L’impreparazione saudita

Come spiegato ad Haaretz da Yoel Guzansky dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, un primo motivo di questo disastro bellico è la totale impreparazione saudita. Le forze della monarchia wahabita sono del tutto prive di preparazione sul campo. Non combattono una guerra dal 1991, mentre i ribelli Houthi sono impegnati sul terreno da molti anni e sono forgiati da decenni di guerriglia.

L’assenza di preparazione sul campo fa sì che i sauditi partano del tutto svantaggiati. Possono investire miliardi in armi ultra sofisticate, così come possono scegliere i migliori mezzi a disposizione. Ma non sanno come usarli sul campo e la guerra in Yemen è di fatto il battesimo del fuoco per gran parte delle forze armate del regno e per i suoi generali. Anche perché Mohammed bin Salman, vero fautore di questo conflitto, ha decapitato l’intera classe dirigente militare per sostituirla con suoi fedelissimi che però non hanno esperienza.

A questo tema se ne aggiunge un altro: il verticismo saudita. La monarchia di Riad, anche per una sua particolare visione confessionale legata al wahabismo, è profondamente gerarchica. Come monarchia assoluta priva di qualsiasi forma di democrazia, l’esercito saudita è fondamentale iper-centralizzato. E questo comporta che i vertici abbiano un potere assoluto solo che privo di qualunque base di esperienza.

I principi sauditi non vanno in guerra e non ci sono mai andati. Come afferma Guzansky, al limite qualcuno fa il pilota per mostrare che combatte a un livello più alto, con mezzo di prestigio. Ma nessuno sa cosa sia un campo di battaglia o una caserma. Sono al più principi che giocano a fare la guerra.

La forza degli Emirati

Mentre si parla spesso dell’Arabia Saudita come potenza della guerra in Yemen, non va dimenticato che sono gli Emirati quelli che sono realmente sul campo. I sauditi nella maggior parte dei casi bombardano con l’aviazione le postazioni Houthi e i villaggi, provocando un numero impressionante di morti fra i civili. Ma sono le forze di Abu Dhabi a cingere d’assedio il porto di Hodeidah, a occupare Perim e ad aver provato a invadere Socotra. La “piccola Sparta”, come viene definita in America, è la vera forza della guerra yemenita. 

La capacità militare degli Emirati è diversa (e migliore) rispetto a quella dell’Arabia Saudita per diversi motivi. Innanzitutto hanno forze armate che sono impiegate da anni nell’ambito delle missioni internazionali a guida Usa. Già il fatto che partecipino attivamente anche alle esercitazioni congiunte insieme ai partner della Nato è un segnale di capacità operative differenti.

Inoltre, gli Emirati hanno sviluppato da anni un florido mercato di contractors che rimpiazza la povertà di uomini del Paese. Imprese internazionali agiscono al soldo di Abu Dhabi e, insieme a loro, combattono molti soldati provenienti da Paesi africani (soprattutto dal Sudan) come parte di accordi bilaterali fra gli emiri e gli altri Stati. Che non a caso hanno già basi in tutto il Corno d’Africa.

I punti di forza della guerriglia Houthi 

Gli Houthi, dal canto loro, posseggono come detto un vantaggio prima di tutto dato dalla natura della guerra: combattono in casa propria. Conoscere il territorio è fondamentale. Soprattutto se di fronte si hanno soldati del tutto privi di esperienza o contractors provenienti da continenti diversi.

Inoltre, le forze sciite hanno un altro punto a favore: la fedeltà ai comandanti. La forte condivisione degli intenti rende molto più semplice ai vertici militari e politici Houthi dare ordini ai miliziani. Sono soldati che seguono leader che tendenzialmente hanno già combattuto per anni sullo stesso suolo e sanno cosa sia un campo di battaglia.

A questo, si aggiunge anche il sostegno dell’Iran che, evidentemente, è fondamentale. Il governo di Teheran ha sostenuto per anni le milizie yemenite. E l’Iran possiede le capacità militari per addestrare e supportare i ribelli, a differenza dei sauditi che, come spiegato sopra, hanno un’esperienza assolutamente minima.

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