Rafforzare la presa su comunicazioni, social media e delivery, ovvero tre settori chiave per preparare l’economia interna ad affrontare ogni evenienza, compresi i contraccolpi derivanti da possibili scossoni geopolitici. La recente – e probabilmente preventiva – decisione della Cina potrebbe anticipare le prossime mosse in politica estera, su tutte un eventuale inasprimento della pressione su Taiwan, obiettivo non necessariamente da conseguire mediante l’adozione dell’opzione militare.
Quest’ipotesi è stata presa in considerazione da vari esperti ed è senza dubbio una lettura che vale la pena analizzare nel dettaglio. Nikkei Asian Review, ad esempio, ha acceso i riflettori sull’alleanza strategica stretta tra le tre grandi società di telecomunicazioni statali cinesi, China Unicom, China Telecom e China Mobile, con altrettanti giganti, privati, della tecnologia, e cioè Tencent, Alibaba e JD.com. Queste alleanze, tra loro separate, hanno il potenziale per riscrivere la narrativa economica cinese. In particolare, Tencent, che gestisce la nota app WeChat ed è uno dei più importanti player nel mercato globale dei videogiochi, ha dato vita ad una joint venture a proprietà mista con China Unicom.
China Telecom e Alibaba Group, la più grande società cinese di acquisti online, proseguiranno invece nel loro matrimonio strategico, che va ormai avanti dal 2017. Infine, China Mobile e JD.com, la seconda più grande azienda cinese di acquisti online dietro alla citata Alibaba, hanno originato un’alleanza attraverso le sussidiarie JD Technology e Shanghai Mobile. Potrebbe trattarsi di semplici manovre economiche ma, per alcuni esperti, rappresenterebbero un segnale inequivocabile di come lo Stato intenda guidare le imprese più delicate. Soprattutto nel caso in cui le tensioni con gli Stati Uniti dovessero arrivare al punto di rottura e generare scossoni sistemici.
C’è addirittura chi, estremizzando, ha paragonato l’attuale tendenza cinese alla politica economica portata avanti da Mao Zedong tra gli anni ’50 e ’60, con lo Stato in controllo delle società private. E non è un caso che Mao iniziò a perseguire un’economia del genere per prepararsi ad una potenziale guerra con gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica.
Xi Jinping, fresco di un terzo inedito mandato nelle vesti di Segretario del Partito Comunista Cinese, nei prossimi cinque anni potrebbe puntare proprio su un meccanismo simile, con il settore pubblico pronto ad assorbire il vigore di quello privato.
Questa strategia economica potrebbe – il condizionale è d’obbligo – essere connessa alla questione taiwanese. Durante l’ultimo Congresso nazionale del Partito del 16 ottobre, il leader cinese ha dichiarato per la prima volta che la Cina “non prometterà mai di rinunciare all’uso della forza” contro Taiwan. “Si sta preparando per una scissione tra Stati Uniti e Cina e si sta preparando per l’unificazione di Taiwan. Ricorda l’economia di guerra in stile Mao Zedong “, ha affermato una fonte anonima sempre al Nikkei.
Il Movimento del Terzo Fronte e le nuove politiche di Xi
Lo sviluppo industriale della Cina voluto da Mao negli anni ’60 rientra nel cosiddetto Movimento del Terzo Fronte, una politica maoista che ha comportato ingenti investimenti statali su larga scala nella difesa nazionale, nella tecnologia, nelle industrie di base, nei trasporti e nelle infrastrutture. Pur basandosi su considerazioni di difesa nazionale, questo Movimento ha industrializzato le regioni più interne e agricole della Cina, ossia la parte del Paese più difficile da raggiungere per qualsiasi potenza straniera in caso di guerra. Nel Terzo Fronte rientravano Sichuan, Guizhou, Yunnan e Shaanxi. Le province costiere, al contrario, rientravano nel Primo Fronte. In mezzo alle due estremità c’era spazio per il Secondo Fronte.
Detto altrimenti, il segno distintivo del Movimento del Terzo Fronte consisteva in un sostanziale spostamento strategico industriale verso l’interno della Cina, con l’imperativo di non costruire nuovi progetti nelle principali città del Primo Fronte. Un esempio? L’acciaieria statale Panzhihua Iron and Steel, fondata nella parte remota della provincia di Sichuan. Mao ordinò la costruzione di Panzhihua nel maggio 1964, dichiarando che “questa non è una questione di acciaieria ma una questione strategica”.
Perseguire gli obiettivi del Movimento del Terzo Fronte era una missione economicamente inefficiente ma strategicamente rilevante. Xi Jinping potrebbe far suo questo adagio e imboccare una strada analoga: puntare sull’inefficienza economica ma sulla rilevanza strategica. Da questo punto di vista, la promozione della proprietà mista favorirebbe la proprietà pubblica, nei settori rilevanti, a discapito delle società private.
Allo stesso tempo è interessante notare la sempre più vistosa presenza in tutta la Cina delle Cooperative di fornitura e di commercializzazione, centri di approvvigionamento pubblici per ovviare le necessità quotidiane dei cittadini. Si tratta, in altre parole, di organizzazioni pubbliche finanziate dallo Stato che vendono prodotti a prezzi ridotti. Erano parte integrante del maoismo, accanto alle Comuni Popolari. Ebbene, Liang Huiling, un alto funzionario della Federazione cinese delle suddette cooperative, è stato promosso a sorpresa nel Comitato centrale del Partito. Coerenti con la prosperità comune di Xi, queste strutture dovrebbero ridurre le disparità di reddito e, in epoca Covid, mitigare i disagi derivanti da blocchi e lockdown.
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Con la mente a Taiwan
Che cosa c’entra Taiwan con tutto questo? La domanda è lecita ma, per capire meglio il possibile piano di Xi, bisogna considerare anche la guerra in Ucraina. Se è vero che la Cina punta all’unificazione con Taiwan, è altrettanto vero che esiste il rischio che un qualsiasi tentativo cinese orientato verso Taipei scatenerà quasi sicuramente un conflitto con gli Stati Uniti. A quel punto Pechino proverà a non ripetere gli stessi errori di Mosca.
In particolare, nella guerra moderna ottenere la supremazia nelle telecomunicazioni e su internet consente di guidare una guerra comunicativa e dell’informazione in parallelo alla guerra tradizionale fatta di bombe e proiettili. Ebbene, in caso di emergenza militare, le tre società statali che controllano l’infrastruttura cinese delle telecomunicazioni saranno fondamentali. Attenzione però, perché la Cina potrebbe dormire sogni tranquilli soltanto se sarà in grado di controllare anche le principali società che forniscono merci.
In breve: se la Cina espande le iniziative pubblico-private nei settori più critici in tempo di conflitto, allora sarà in grado di andare sul piede di guerra in un battito di ciglia. Dal canto suo, Taiwan sta cercando di inserire i droni all’interno della sua strategia militare. Questa carenza, fa presente l’Asia Times, potrebbe rivelarsi decisiva in un futuro conflitto armato con Pechino. Il Financial Times ha scritto che Taipei sta tentando di costruire, entro un anno, una catena interna di approvvigionamento di droni militari per rafforzare le proprie difese. Basterà?