Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Ieri il Washington Post ha pubblicato nomi, età, in alcuni casi con l’aggiunta di foto e brevi commenti, dei 18.500 bambini uccisi a Gaza, parte considerevole dei 60mila palestinesi uccisi finora (si tratta dei morti accertati: solo successivamente si avrà forse contezza della reale portata dello sterminio).

60,000 Gazans have been killed. 18,500 were children. These are their names.

Un funebre elenco non nuovo, già al Jazeera e altre testate ne hanno pubblicato l’analogo. Ma il fatto che a farlo sia stato il Washington Post, il media portante dell’Impero insieme al gemello New York Times e testata di riferimento dei repubblicani al potere, è una notizia.

Il mondo non sopporta più il mattatoio messo su da Israele. Alle eclatanti prese di posizione di tanti Paesi che si dicono pronti a riconoscere lo Stato della Palestina, tra i quali non si annovera l’Italia, meno eclatanti, ma altrettanto importanti, le dichiarazioni critiche nei confronti di Israele di alcune Istituzioni ebraiche mondiali finora silenti (alcune, meno influenti, hanno già espresso da tempo la loro contrarietà al genocidio).

Se in altra nota avevamo dato conto del pronunciamento in tal senso dell’American Jewish Committee, giunto in parallelo a una lettera firmata da centinaia di rabbini del mondo, è di ieri la condanna della “militarizzazione” del cibo da parte del Board of Deputies of British Jewsh, il più importante organismo ebraico del Regno Unito, e la parallela condanna della Federazione sionista australiana.

Se riportiamo le prese di posizione di questi organismi ebraici è perché hanno un peso significativo in Israele e una possibilità di incidere più di altre pressioni internazionali che, a stare alla sfida lanciata dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, Tel Aviv può tranquillamente ignorare.

Sa’ar defiant as international pressure mounts to end Gaza war

Non è vero, lo sa anche lui, è una dichiarazione ad uso interno, tanto che oggi Gerusalemme ha accolto Steve Witkoff, che non vi si recava da sei mesi, perché Trump deve evitare che la carestia esploda in tutta la sua portata, per tentare di evitare di essere coinvolto nel genocidio. La visita dell’inviato americano giunge dopo la secca smentita Netanyahu da parte del presidente Usa, il quale ha dichiarato, contro i dinieghi israeliani, che la fame a Gaza c’è, eccome, e deve finire.

Il processo che ha portato alla carestia è stato avviato mesi fa, riducendo al minimo o del tutto le razioni alimentari, e il suo sviluppo è incrementale, con un incremento sempre più accelerato. Impossibile fermarlo bruscamente. Se affrontato subito rallenterà fino a fermarsi. Se si perde altro tempo, i 154 palestinesi morti finora per fame – di cui 89 bambini – saranno solo i primi di un’ondata di piena.

I potenti d’Occidente e tanta parte dell’ebraismo internazionale, che hanno contribuito con la loro connivenza a tutto questo, iniziano ad avere paura che tale ecatombe condanni anche loro al marchio d’infamia imperituro oltre che lo Stato d’Israele, sul quale tale marchio è ormai impresso in maniera irrevocabile. L’hasbara stavolta non lo salverà, benché il Tel Aviv abbia investito pesantemente nell’usuale propaganda aggressiva.

Qualcosa per la fame si farà, l’Occidente, e anzitutto l’America, devono tentare per salvare quel residuo di dignità che ritengono ancora di avere (e non hanno). “Per migliaia di palestinesi, ciò sarà troppo poco e troppo tardi”, scrive Shadi Hamid sul Washington Post. Infatti, troppi sono già i morti e altri sono ormai destinati a morire, mentre per altri il danno è ormai irrevocabile perché “una volta che la malnutrizione acuta si manifesta, i danni possono essere duraturi, soprattutto nei bambini. I corpi devastati dalla fame fanno fatica ad assimilare anche le sostanze nutritive di base”.

Ma, continua Hamid, “la priorità ora è prevenire ulteriori sofferenze. L’unico modo per farlo è un cessate il fuoco duraturo e la fine di una guerra che ha causato la morte di oltre 60.000 persone e forse decine di migliaia di altre, secondo un recente studio pubblicato su Lancet”.

More than 60,000 people killed in Gaza war, local health officials say

“[…] Solo Washington ha un’influenza tale da poter cambiare significativamente le politiche di Israele. Ma un’amministrazione dopo l’altra non è stata disposta a usare questa leva. Chi di noi prega per un futuro migliore per i palestinesi si trova nella scomoda posizione di dover riporre la propria fiducia nell’imprevedibilità di Trump, il che non è una bella situazione. Ma è la situazione in cui ci troviamo”.

“È troppo poco, troppo tardi. Ma non è nemmeno tutto finito. I morti non possono essere riportati in vita, ma i vivi possono ancora essere salvati. Per il loro bene, dobbiamo essere disposti ad accettare un sì come risposta, anche quando arriva da fonti inaspettate. E c’è una fonte inaspettata che conta di più, ora: l’amministrazione Trump”.

“L’arco morale dell’universo potrebbe piegarsi verso la giustizia, ma non lo fa da solo e non lo fa abbastanza in fretta. Se Trump, tra tutti, può essere lo strumento per porre fine a questa catastrofe, allora dobbiamo mettere da parte il nostro orgoglio e i nostri dubbi e pregare che la sua reazione viscerale ai bambini affamati diventi qualcosa di più che semplici parole”. Witkoff è lì per questo.

Non avrà vita facile. Proprio nel giorno del suo arrivo, l’ultradestra ha organizzato una manifestazione a Sderot, con vista su Gaza (meglio, su quel che ne è rimasto), per reclamarne l’annessione, così che “sarà nostra per sempre”, come recita il loro demoniaco slogan.

Probabile che sia stata ispirata da quella vecchia volpe di Netanyahu per far vedere all’inviato Usa che lui vorrebbe adire alle sollecitazioni americane anche sul cessate il fuoco, ma è costretto a fare altro dai suoi partner. E per convincerlo che è meglio trattare con lui che con altri e che lui resti al potere, perché l’alternativa è peggiore. Sono decenni che vive di questo teatro. Vedremo se Witkoff riuscirà ad aggirare le tante trappole allestite dal suo ospite e fare qualcosa di concreto per i palestinesi.

Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto