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Guerra

Witkoff e Kushner attesi in Russia, dopo mesi di stallo

Putin, interpellato in una conferenza stampa sulla possibilità di una risoluzione del conflitto, ha risposto che "una possibilità c'è". Resta l'ostruzionismo dei volenterosi [leggi UE] e le minacce di Zelensky contro gli aerei civili di qualunque compagnia.
Witkoff e Kushner attesi in Russia, dopo mesi di stallo

La notizia che oggi ha fatto il giro del mondo è il ritorno degli inviati statunitensi Witkoff-Kushner, dopo mesi, a Mosca e a Kiev (sempre che quest’ultima tappa non salti). Immaginare che ciò produca esiti è fin troppo azzardato, ma resta lo spiraglio. Tanto che Putin, interpellato in una conferenza stampa sulla possibilità di una risoluzione del conflitto, ha risposto che “una possibilità c’è”.

Resta l’ostruzionismo dei volenterosi, che negli ultimi giorni si è manifestato con le accuse teutoniche ai russi per un fantasmatico attacco di droni russi contro l’aeroporto di Lipsia e le minacce di Zelensky contro gli aerei civili – tutti, compresi quindi quelli delle compagnie straniere – che solcano i cieli russi (crimine di guerra esplicito).

Ma Trump fa sul serio, come denota il pressing esercitato sui Paesi europei su altre tematiche, ma che serve a superare l’ostruzionismo di cui sopra. In particolare, ha messo nel mirino Londra, minacciando di revocare il riconoscimento delle Falkland come territorio britannico, scintilla che ha innescato il revanscismo argentino sul tema con il presidente Milei che rivuole indietro le Malvinas, come le chiamano gli argentini.

Una dialettica, questa, collegata anche a quella che sta opponendo Londra a Tel Aviv, con le minacce della prima di sanzionare Israele per la colonizzazione della Cisgiordania e le contro-minacce di ritorsioni da parte della seconda.

E la prima ritorsione – ovviamente indiretta – è appunto la presa di posizione di Milei, il quale è dipendente, anche psichiatricamente, dal Mossad (di interesse che Middle east eye ricordi che Israele inviò armi all’Argentina durante la guerra delle Falkland contro la Gran Bretagna del 1982).

How Israel armed Argentina to kill British soldiers during Falklands War

Ma la polemica di Trump contro Londra non si è fermata all’Argentina. Di ieri la dichiarazione sul disastro in cui versa l’economia britannica, mentre prosegue il durissimo scontro col Canada che, nonostante l’indipendenza, resta il gioiello della Corona britannica tramite il Commonwealth, come denota anche la scelta di intronizzare come premier l’ex governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney.

In realtà, Trump sta incrociando le spade con tutta l’Europa, tanto che ieri ha minacciato anche di voler chiedere alla UE di rimborsare i soldi spesi per le armi inviate a Kiev da Biden. Bizzarro che, nonostante tale scontro al calor bianco, la Ue si sia intruppata nella sua crociata anti-Iran associandosi – tale il servilismo – alla guerra economica contro l’Iran… Sul punto, rimandiamo alla lucidissima frase di Henry Kissinger: “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma essere amici dell’America è fatale”.

Trump says he’ll ask Europe to pay back US for munitions sent to Ukraine

Non solo Trump, anche lo stralunato Segretario del Tesoro Scott Bessent si è unito alla partita, spiegando che l’incremento dei costi dell’energia non è causato dal blocco di Hormuz, ma dai raid ucraini contro le raffinerie russe.

Al di là dell’evidente sciocchezza, che però contiene una parte di verità, resta che le sue parole vanno nella direzione di dare una calmata a Kiev. In linea, appunto, con la pressione per riprendere i negoziati.

Certo, è difficile cogliere razionalità nelle iniziative americane di cui sopra, perché non ne hanno. Resta però sotteso il pressing sulla Ue e sulla Gran Bretagna perché recedano dalla loro postura muscolare sull’Ucraina.

Trump è segretamente intenzionato a riprendere la via dell’intesa trilaterale con Russia e Cina, prospettiva rilanciata di recente dai competitor globali dell’America. E per farlo vuole/deve rimettere in riga l’Europa, da sempre fieramente avversa a tale prospettiva perché non conterebbe più nulla (d’altronde, anche ora…).

La prospettiva dell’intesa trilaterale è quella di una nuova Yalta che rimetta un po’ di ordine nel mondo, ridisegnando quelle linee rosse invalicabili che sono da tempo scomparse dall’orizzonte geopolitico globale (bizzarro che uno dei protagonisti di tale possibile riordino globale sia uno dei principali attori del caos, ma così è).

La nuova Yalta, del tutto diversa dalla pregressa ma simile nello scopo, dovrebbe riportare un po’ di ordine anche in Medio oriente, ma in quell’angolo di mondo Trump può fare davvero poco – e spesso non tocca palla nonostante le pose rodomontesche – schiacciato com’è dallo strapotere del trio Israele-AIPAC-neocon e dai suoi stessi errori, che l’hanno portato a rendersi complice del genocidio palestinese e trascinato nell’insensata guerra all’Iran.

Nulla di buono, peraltro, può accadere in Medio oriente prima delle elezioni israeliane di fine ottobre, perché qualsiasi cedimento alle ragioni della de-escalation favorirebbero gli antagonisti di Netanyahu. Bibi non cederà di un millimetro. Anzi, resta il rischio che questi reputi che infiammare nuovamente il conflitto iraniano lo aiuterebbe (sempre che riesca a farlo, ma ha inventiva).

Per la cronaca, la nuova fase cinetica del conflitto iraniano si è placata. Ma è tutto sospeso, ribadiamo, fino al voto israeliano, il cui esito è incerto, con i sondaggi che danno un giorno vincente il blocco di Netanyahu, il successivo quello antagonista. Voto cruciale e infiammato dove può accadere di tutto, come dimostra il diniego dello Shin Bet, l’intelligence interna, di accordare la scorta al candidato premier dell’opposizione, Gadi Eisenkot.

Nel caos, una nota di colore (che però è la vera notizia del giorno). Il Jerusalem post ha rispolverato la laison extraconiugale di Netanyahu degli inizi degli anni ’90, che lui stesso rivelò alla televisone per evitare che lo facessero i suoi nemici, contrastando in tal modo il vulnus politico.

Per rilanciare quell’antico scandalo il media ha contattato l’allora controparte, la dottoressa Ruth Bar, dedicandogli un’intervista fiume. L’interpellata, allora già sposata, non ha detto nulla della relazione con Bibi, ma non serviva. Lo scopo era inviare un messaggio ed è stato raggiunto. Una storia morta e sepolta, mai brandita in tanti anni contro Netanyahu, che vede così i fantasmi del passato tornare a tormentarlo.

Interessante perché, insieme alla mancata scorta a Eisenkot, dà la misura del livello a cui è giunto il gioco al massacro, per ora solo politico, in vista del voto.

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