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Guerra

Washington stringe il cerchio sull’Iran: Trump alla prova della verità sulla guerra

Gli Usa si uniranno alla guerra di Israele contro l’Iran? La domanda è cruciale per capire come si evolverà lo scenario in Medio Oriente nei prossimi giorni, ora che Tel Aviv è andata in all-in contro la Repubblica Islamica e...

Gli Usa si uniranno alla guerra di Israele contro l’Iran? La domanda è cruciale per capire come si evolverà lo scenario in Medio Oriente nei prossimi giorni, ora che Tel Aviv è andata in all-in contro la Repubblica Islamica e non solo l’attacco al nucleare di Teheran ma anche il collasso dell’intero sistema politico degli ayatollah sembra essere l’obiettivo di fondo dello Stato Ebraico.

Donald Trump ha lasciato in anticipo il G7 dell’Alberta per tornare a Washington, smentendo le voci che volevano il comandante in capo Usa pronto a spingere per un negoziato tra i belligeranti. L’obiettivo di The Donald, la cui amministrazione avrebbe dovuto dialogare domenica nei colloqui, poi cancellati, in Oman con l’Iran sul nucleare, è limpido: “rinuncia totale” dell’Iran al nucleare, nessuna volontà di frenare il governo di Benjamin Netanyahu, rafforzamento della massima pressione.

Unendo i puntini, si può capire che lo scenario strategico di questi tempi mostri un dualismo strategico importante: da un lato, un netto consolidamento dello scacchiere militare e del dispositivo operativo degli Usa in direzione dell’Iran; dall’altro, uno scontro profondo tra poteri e apparati.

Il rafforzamento del dispositivo militare, tra caccia e aerocisterne

Sul primo fronte, dal 15 giugno è andato in scena un importante spostamento di forze aeree attraverso l’Oceano Atlantico che ha comportato il ridispiegamento di decine di aerocisterne KC-135 e KC-46: 32 gli aerei coinvolti, una ventina dei quali avrebbe raggiunto l’Europa, dal Regno Unito alla Spagna. Solo nella giornata di oggi, ben 17 di esse sono state segnalate spostarsi verso Est.

Lo spostamento di un numero tanto ampio di aerocisterne può comportare o l’apertura di un canale operativo volto a favorire il volo di aerei come i bombardieri stealth B-2 Spirit direttamente dalle basi site sul territorio Usa, in Indiana, attraverso uno spazio aereo sicuro o la spinta a garantire un ampliamento della portata operativa degli aerei da caccia per favorirne il loro rischieramento avanzato. Molto

La notizia sembra fare il paio con quanto riporta oggi The Aviationist, secondo cui il Pentagono starebbe spostando diversi F-22 Raptor e F-35 Lightning II verso il Medio Oriente, nell’area di operazione del Centcom, il comando responsabile del Medio Oriente. Per il portale “ulteriori voci indicano che anche gli F-16 della base aerea di Aviano , in Italia, potrebbero essere schierati presso la zona di operazione di Centcom”, anche se “potrebbe trattarsi di un dispiegamento pianificato in anticipo, poiché all’inizio di questo mese si era parlato di una notifica di schieramento al 31° Reggimento di Fanteria di Aviano”.

C’è anche da sottolineare che un’elevata forza di tanker potrebbe servire a sostenere e rifornire i dispositivi aerei che potrebbero operare decollando dalle portaerei site dal Mar Arabico al Mar Rosso per operazioni contro l’Iran o manovre complementari, magari contro i ribelli Houthi in Yemen già colpiti nei mesi scorsi, dato che “la potenziale vulnerabilità delle portaerei della Marina statunitense agli attacchi missilistici iraniani le costringerà a lanciare sortite su distanze considerevoli, il che potrebbe rendere il supporto al rifornimento in volo estremamente prezioso”, come nota Military Watcher Magazine.

L’impiego militare americano, in questi giorni, è emerso solo in chiave difensiva, col sostegno alla difesa antiaerea israeliana da parte del sistema Thaad e dei cacciatorpediniere stazionati nel Mediterraneo orientale contro i missili di Teheran. Si va verso un impiego offensivo dell’apparato militare a stelle e strisce? Una grande battaglia politica è in atto su questo tema. E l’ultima parola potrà avercela solo Donald Trump.

Il braccio di ferro politico

In questa circostanza, la politica americana è in pieno fermento. Trump è strattonato da più fronti, tra falchi interventisti del Partito Repubblicano che sperano sia arrivata l’epoca della ripresa del progetto neoconservatore di ridefinizione del Medio Oriente che pareva sepolto con il fallimento delle guerre in Afghanistan e Iraq e la base Maga pro-Trump in rivolta contro l’interventismo, al contempo avversato da buona parte del Partito Democratico.

Israele sa che solo gli Usa, con i B-2, possono sganciare i Massive Ordnance Penetrator, o GBU-57, gli ordigni da 13,5 tonnellate che servono a Tel Aviv per destrutturare definitivamente i siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz, a colpire in profondità bunker e strutture, a rendere bersagliabile ogni figura del regime iraniano. Ma Trump ha anche puntato molto sui negoziati con Teheran e si trova di fronte a informazioni contrastanti.

Nella giornata odierna The Donald ha dichiarato ai giornalisti di non credere che sia realistico quanto dichiarato a marzo dalla Director of National Intelligence Tulsi Gabbard, che ha sottolineato in audizione al Congresso come le spie Usa ritenessero remota la minaccia di un Iran nucleare.

“I funzionari dell’intelligence statunitense che hanno seguito il programma iraniano per anni concordano sul fatto che gli scienziati e gli specialisti nucleari iraniani hanno lavorato per ridurre il tempo necessario alla fabbricazione di una bomba nucleare, ma non hanno riscontrato grandi progressi”, nota il New York Times.

Centcom e l’intelligence militare a sua disposizione hanno ridotto da pochi anni a pochi mesi il tempo necessario per l’Iran per dotarsi della bomba atomica secondo le loro valutazioni, che sono l’emblema di un grande braccio di ferro politico. Anche il vicepresidente J.D. Vance, storicamente un avversatore dell’ipotesi di attaccare l’Iran, appare silente mentre il capo del Pentagono Pete Hegseth annuncia l’arrivo di nuove capacità a Centcom e il senatore repubblicano più falco, Lindsey Graham, invita Trump a “finire il lavoro” con l’Iran. Tutto è nelle mani della Casa Bianca. E mai quanto oggi Trump vive la solitudine del comando e della possibilità di compiere scelte che ne influenzeranno profondamente l’eredità storica, stravolgendo al contempo gli scenari geopolitici moderni.

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