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Con una mossa a sorpresa il Segretario della Difesa statunitense, Lloyd Austin ha chiamato il suo omologo russo, Sergei Shoigu, chiedendo ufficialmente il raggiungimento di un rapido cessate il fuoco in Ucraina mettendo anche in evidenza l’importanza di preservare i canali di comunicazione.

La richiesta è la prima che arriva da Washington dall’inizio del conflitto ed è successiva al primo vero segnale di de-escalation degli Stati Uniti. Due giorni fa, infatti, l’amministrazione statunitense ha elaborato una guida sulla condivisione con Kiev dei dati di intelligence, ricalibrata per evitare l’aumento delle tensioni tra Washington e Mosca.

Le nuove indicazioni fornite hanno imposto due ampi divieti sui tipi di informazioni che gli Stati Uniti possono condividere con l’Ucraina. In primo luogo, gli Usa non forniranno informazioni dettagliate che potrebbero aiutare l’Ucraina a uccidere le figure della leadership russa, come i più alti esponenti militari o personalità di spicco della politica, ad esempio il capo di Stato maggiore della Difesa Valery Gerasimov o lo stesso Shoigu. Questo divieto non si estende agli ufficiali militari russi, compresi i generali, molti dei quali sono morti sul campo di battaglia. Ma un alto funzionario della difesa ha precisato che mentre il governo degli Stati Uniti “si è limitato a non colpire la leadership strategica”, ha anche scelto di non fornire informazioni sulla posizione dei generali all’Ucraina. Washington non sta aiutando attivamente Kiev “a uccidere generali di alcun tipo”, ha affermato un funzionario della Difesa al Washington Post.

In secondo luogo è stata proibita la condivisione di dati di intelligence che aiuterebbe l’Ucraina ad attaccare obiettivi russi al di fuori dei propri confini. Questa nuova regola ha lo scopo di impedire che gli Stati Uniti possano essere considerati parte attiva degli attacchi che l’Ucraina potrebbe lanciare all’interno della Russia. Le preoccupazioni per un’escalation hanno portato l’amministrazione a interrompere i precedenti piani per cedere aerei da combattimento a Kiev, forniti dalla Polonia, con la possibilità che quest’ultima avrebbe potuto utilizzarli per lanciare attacchi sul suolo russo. A quanto sembra i funzionari statunitensi non hanno scoraggiato l’Ucraina dall’intraprendere tali operazioni da sola. L’Ucraina, infatti, dovrebbe “fare tutto il necessario per difendersi dall’aggressione russa”, ha detto il segretario di Stato Antony Blinken a un panel del Congresso tenutosi due settimane fa, aggiungendo che “le tattiche in questo campo sono decise da loro”.



La telefonata tra Austin e Shoigu arriva in un momento in cui la Russia è particolarmente nervosa per la possibilità – non ancora certa – che Finlandia e Svezia possano aderire alla Nato. Mosca ha affermato, tramite le parole del vicepresidente del Consiglio della Federazione Konstantin Kosachev, che l’adesione all’Alleanza dei due Paesi nordici “è in grado di trasformare la regione baltica in una zona di scontro militare”. Ancora il mese scorso, quando Helsinki e Stoccolma ventilavano questa possibilità, era stata Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, a metterle in guardia dicendo che “abbiamo espresso tutti i nostri avvertimenti, sia pubblicamente che attraverso canali bilaterali. Lo sanno, quindi non c’è nulla di cui sorprendersi. Sono stati informati di tutto, di dove avrebbe portato”. Oggi però è stato Dmitry Peskov, portavoce della presidenza russa, a smorzare i toni quando ha smentito la possibilità di tagliare la fornitura di gas alla Finlandia, bollandola come una bufala.

Quest’oggi, invece, è stata la Turchia a gelare gli entusiasmi atlantici quando il presidente turco ha affermato che Ankara sta “seguendo gli sviluppi riguardanti Svezia e Finlandia, ma non abbiamo opinioni positive” aggiungendo che in passato è stato un errore per la Nato accettare la Grecia come membro. “Come Turchia, non vogliamo ripetere errori simili. Inoltre, i paesi scandinavi sono rifugio per organizzazioni terroristiche”, ha affermato ancora Erdogan, senza fornire dettagli. “Sono persino membri del parlamento in alcuni paesi. Non è possibile per noi essere favorevoli”, ha aggiunto riferendosi alla presenza di un deputato curdo nel parlamento svedese.

Le dichiarazioni turche riguardano, infatti, il fronte interno e il contrasto al Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerato un’organizzazione terroristica da Ankara, ma possono anche essere lette in chiave internazionale: la Turchia, in questo momento, ha interesse a “dettare l’agenda” alla Nato per via della sua particolare relazione con la Russia, fatta di scambi commerciali, tecnologici (in particolare per il nucleare civile) e militari: i sistemi missilistici da difesa area S-400 giunti da Mosca che hanno provocato l’esclusione di Ankara dal programma F-35. In particolare questi sistemi sono ancora presenti nell’arsenale turco ma sembrano essere stati messi “in naftalina”, date le particolari contingenze belliche. Qualche settimana fa, la Casa Bianca aveva proposto alla Turchia di cedere gli S-400 all’Ucraina offrendo la riabilitazione nel programma F-35, ma Ankara ha gentilmente declinato.

Turchia che, in questo momento, è un interlocutore della Nato con la Russia: la chiusura del Bosforo alle navi da guerra russe (e non solo) è stata fatta applicando alla lettera il trattato di Montreux e Ankara ha vietato lo spazio aereo ai voli militari russi ma solo a quelli diretti in Siria. Il governo turco, però, è schierato in questo conflitto al pari di altri Paesi della Nato o dell’UE: i droni Bayraktar TB2, che stanno flagellando i tank o le piccole unità navali russe, continuano a essere consegnati all’Ucraina.

Tornando alla telefonata Austin-Shoigu, essa arriva in un momento di stallo generale del fronte, fatto salvo per le operazioni nel saliente di Severodonetsk, a nord di Luhansk. Fronte che è anche arretrato nell’area di Kharkiv sino a portarlo a una decina di chilometri dal territorio della Federazione, ma, come detto, riteniamo si tratti di una ritirata strategica per affrontare le operazioni su più fasi: dapprima la decapitazione del saliente di Severodonetsk, poi la presa del Donbass e, forse, la grand strategy diretta verso Dnipro.

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