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Guerra

Wall Street muove su Kiev: il patto per la fine della guerra

Wall Street e l’alta finanza puntano sull’Ucraina . Lo scorso 28 dicembre 2022, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha avuto un incontro in videoconferenza con Larry Fink, Ceo di uno dei principali gestori di investimenti al mondo, BlackRock. In ottemperanza...

Wall Street e l’alta finanza puntano sull’Ucraina . Lo scorso 28 dicembre 2022, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha avuto un incontro in videoconferenza con Larry Fink, Ceo di uno dei principali gestori di investimenti al mondo, BlackRock. In ottemperanza agli accordi preliminari raggiunti all’inizio del 2022 tra lo stesso Zelensky e Fink, si legge in una nota ufficiale, il team di BlackRock ha lavorato per diversi mesi a un progetto che consentirebbe a Kiev di reperire i fondi necessari per ricostruire ciò che è andato perduto in oltre un anno di guerra. BlackRock Financial Markets Advisory e il ministero dell’Economia ucraino hanno firmato un memorandum d’intesa a novembre, dopo che Fink e Zelensky si erano già incontrati a settembre per discutere degli investimenti pubblici e privati da mettere in campo ​​in Ucraina per ricostruire il Paese dopo dopo l’invasione russa. BlackRock, uno dei maggiori gestori di investimenti al mondo, ha fornito “supporto di consulenza per la progettazione di un quadro di investimento”, con l’obiettivo di creare “opportunità per gli investitori pubblici e privati ​​di partecipare alla futura ricostruzione e ripresa dell’economia ucraina”, ha dichiarato la società. A dimostrazione del grande interesse che il mondo dell’alta finanza a stelle strisce ha nei confronti della guerra in Ucraina.

Non solo BlackRock

Le realtà statunitensi che hanno dimostrato grande interesse per la ricostruzione dell’Ucraina sono più d’una. Il governo di Kiev ha stretto un accordo, lo scorso 13 febbraio, con una delle banche Big Four statunitensi, JP Morgan. Anche in questo caso, la multinazionale americana è stata ingaggiata da Zelensky per una consulenza volta ad aiutare Kiev a ricostruire il Paese devastato dalla guerra e a reperire i fondi necessari. “Le risorse complete di JPMorgan Chase sono a disposizione dell’Ucraina mentre traccia il suo percorso di crescita post-conflitto”, ha dichiarato il CEO Jamie Dimon in una nota. Dimon ha aggiunto che JPMorgan “è orgogliosa del suo sostegno all’Ucraina”. La banca d’affari ha redatto un piano per la ristrutturazione del debito di 20 miliardi di dollari per il Paese lo scorso anno e ha impegnato milioni di dollari a sostegno dei suoi rifugiati.

Secondo una persona a conoscenza dell’accordo, riporta la Cnbc, JPMorgan sfrutterà le sue operazioni sui mercati finanziari, le sue competenze da banca commerciale e promuoverà investimenti in infrastrutture per aiutare il Paese a stabilizzare la sua economia, “gestendo i suoi fondi”. Zelensky ha parlato in teleconferenza con gli ospiti del vertice annuale di JPMorgan a Miami dopo la firma dell’accordo. La discussione è stata moderata dall’ex primo ministro britannico Tony Blair e dall’ex segretario di Stato Condoleezza Rice.

Ucraina, affare milionario

Zelensky ha elogiato le recenti collaborazioni con le grandi imprese statunitensi quando ha parlato il 23 gennaio davanti alla National Association of State Chambers a Boca Raton, in Florida. In quel discorso, ha dichiarato: “Siamo già riusciti ad attirare l’attenzione e ad avere collaborazioni con giganti del mondo internazionale, finanziario e degli investimenti come BlackRock, JP Morgan, Goldman Sachs e marchi americani come Starlink o Westinghouse sono già diventati parte del nostro stile ucraino”.

Come nota il New York Post, ci sono tuttavia degli ostacoli sulla strada di Zelensky. Innanzitutto una guerra che prima deve finire e che, invece, sembra destinata a durare a lungo. “Nonostante tutti gli evidenti talenti di Zelensky come leader, non ha ancora dimostrato una comprensione – o forse una volontà – per combattere la corruzione nella scala necessaria per mettere a proprio agio gli investitori, mi dicono i banchieri” scrive Charles Gasparino sul New York Post. Secondo quest’ultimo, le banche statunitensi hanno spiegato al leader ucraino che il denaro degli investimenti privati ​​non arriverà realmente fino a quando la guerra non sarà finita. “Vorrebbero che Zelensky scendesse a compromessi; forse rinunciare a riconquistare la Crimea o consentire a Putin di salvare la faccia e mantenere alcune parti della regione del Donbass a est, che sono comunque nominalmente controllate dai separatisti russi” riporta sempre il Post. Riuscirà il presidente ucraino a tranquillizzare gli investitori statunitensi pronti a investire nel suo Paese e a “guidare” la ricostruzione?

Il 2014 e Soros

Non è certo da oggi che il mondo dell’establishment finanziario Usa s’interessa delle sorti dell’Ucraina. Come riportato nel 2014 dal Sole24Ore, a pochi mesi dalla “Rivoluzione” di Maidan, l’allora governo di Kiev veniva messo in piedi da un processo di “head hunting”, attraverso cioè una selezione fatta da due società di selezione di personale  – Pedersen & Partners e Korn Ferry – che individuarono 185 potenziali candidati tra gli stranieri presenti a Kiev e tra i membri della comunità ucraina che lavorano in Canada, Stati Uniti e Regno Unito. Dopo i colloqui, i cacciatori di teste trovarono 24 candidati con i requisiti richiesti per lavorare nell’esecutivo da ministri o funzionari altamente qualificati. L’iniziativa fu sostenuta dalla Fondazione Renaissence, network di consulenza politica finanziato dal finanziere e filantropo George Soros. Lo stesso squalo della finanza diventato “filantropo” ammise peraltro, intervistato da Fareed Zakaria sulla Cnn, di aver contribuito a rovesciare il regime filorusso sostenendo finanziariamente alcune organizzazioni della società civile per creare le condizioni affinché nascesse in Ucraina una democrazia filo-occidentale.

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