Un bilaterale tra Russia e Ucraina in quel degli Emirati Arabi Uniti il prossimo novembre: è questa la notizia trapelata attraverso la testata francese L’Orient-Le Jour, che riferisce come lo sceicco emiratino Mohammad bin Zayed sarebbe già al lavoro per “organizzare l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, su richiesta di Papa Francesco”.
Un’iniziativa islamo-cristiana
Il rumor, già di per sé, restituisce il quadro di una mediazione alquanto singolare, ovvero quella dell’asse Vaticano-Emirati, che si configurerebbe anche come una potente negoziazione a firma islamo-cristiana. L’incontro profitterebbe della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop 28) che si terrà il prossimo autunno nel Paese del Golfo.
A far trapelare la notizia sono stati “diplomatici occidentali e arabi”, scrive il quotidiano, spiegando come il piano risponda a un’intenzione già manifestata in passato da Abu Dhabi, ovvero quella di rilanciare i colloqui di pace in collaborazione con il Vaticano. Del resto, anche Papa Francesco, nelle scorse ore, aveva ribadito l’arrivo di una serie di iniziative diplomatiche per riportare la pace in Ucraina: fra queste un summit di leader religiosi a margine proprio della Cop 28. L’iniziativa si inserisce anche nel nuovo corso delle relazioni diplomatiche che la Santa Sede ha intrapreso negli ultimi anni con i Paesi musulmani, in particolar modo in seguito alla storica visita del 2019: nel febbraio 2022 era stata, inoltre, inaugurata la prima ambasciata vaticana proprio ad Abu Dhabi (le relazioni diplomatiche era state stabilite a partire dal 2007).
La debolezza Usa, il bi-allineamento emiratino
Il New York Times, in un editoriale pubblicato ieri, notava come finora il dipartimento di Stato Usa “ha avuto un successo limitato nel persuadere lo sceicco Mohammed ben Zayed ad allinearsi alla politica estera statunitense, in particolare quando si tratta di limitare i legami militari con la Cina e di isolare la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina”. Una singolare, quanto grottesca, prova di questo bi-allineamento era stata l’Idex 2023, la fiera biennale della Difesa, tenutasi in quel di Abu Dhabi. Un’enorme struttura viola, lontana dallo sguardo della maggior parte dei visitatori, era stata eretta per l’esposizione dei prodotti russi. Ma tra i suoi corridoi, che hanno ospitato più di 65 Paesi, gli organizzatori erano stati costretti a far convivere India e Pakistan, Cina e Stati Uniti, e dunque anche Russia e Ucraina. Un evento nel quale, visto l’oggetto dell’esposizioni, la tensione si è tagliata con il coltello, facendo emergere l’ostentato tentativo degli Emirati di dichiararsi ancora neutrali a un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina.
Ma a venire a galla è stato soprattutto il fallimento della diplomazia Usa a cercare di portare il Medio Oriente nell’alveo degli sforzi diplomatici americani in favore della pace in Ucraina. Un’incapacità diplomatica del dipartimento di Stato a marchio Biden a cui si è sommato il mero calcolo economico del Paesi del Golfo: nell’ultimo anno, miliardi di dollari sono finiti nelle casse di questi Paesi, che hanno potuto beneficiare dell’aumento dei prezzi generato dal conflitto e che ha portato i sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a registrare avanzi di bilancio per la prima volta in otto anni, Emirati compresi. Proprio qui, inoltre, l’afflusso di oligarchi russi nell’hub economico regionale, ha generato un boom immobiliare senza precedenti. Questo spiega anche perché, nell’ultimo anno, lo sceicco si è recato due volte in Russia per incontrare il presidente Putin e, lo scorso giugno ad Abu Dhabi, è stato celebrato come ospite d’onore al forum sugli investimenti del leader russo.
Le nuove ambizioni diplomatiche degli Emirati Arabi Uniti
Se il conflitto in Ucraina è stato così foriero di corollari positivi per il Golfo, allora perché avviare un filo diretto con il Vaticano per la pace? Le ragioni si inscrivono all’interno di un mutamento ben più generale in atto in Medio Oriente da diversi anni. Qui, i tradizionali (dis)allineamenti, legati alla Guerra Fredda e ai suoi postumi, hanno assistito ad un mutamento delle relazioni Usa-Arabia Saudita oltre che all’invasione del pragmatismo cinese, che ormai nel Golfo è di casa. La pretesa di esclusività da parte di qualsivoglia potenza appartiene ad un tempo ormai perduto, e soprattutto guarda al Medio Oriente ancora come un attore autocratico, ma passivo. Oggi, quest’area del mondo è invece sempre più un coacervo di nuove potenze geoeconomiche con interessi multilivello, un processo che sta investendo lentamente anche l’Africa.
Senza dimenticare che i Paesi del Golfo sono alla ricerca disperata di una nuova verginità politica internazionale, nel tentativo di rifuggire dall’etichetta di culture repressive e asfittiche. Intestarsi un ruolo diplomatico nella crisi attuale potrebbe tradursi in una svolta politica duratura per queste realtà dorate ma enclavate, affette da un sempiterno bisogno di integrazione e de-escalation delle tensioni interne. Se l’integrazione economica è un percorso facile da intuire per la realtà emiratina, vi sono altri fronti sui quali Abu Dhabi tiene a fare da outsider: mostrarsi come campione di resilienza climatica, ad esempio; non è un caso, infatti, che l’iniziativa diplomatica per il conflitto russo-ucraino nasca a margine di un evento come la Cop 28.