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Guerra

Vincere, vincere, vincere senza vincere mai davvero? I casi di Ucraina e Israele

Tante vittorie tattiche ma alla fine nessuna vittoria strategica. È davvero questa la sorte di Ucraina e Israele? Vediamo.
Israele

Una serie di brillanti manovre tattiche che non riescono a vincere una guerra di logoramento. È la fase della guerra in cui si trova l’Ucraina, a corto di uomini e con un Governo diviso da dissidi strategici, in ansia per un alleato-chiave, gli Stati Uniti, che potrebbe ridurre gli aiuti. Ma questa è anche – ed è l’osservazione più imprevista, di questi tempi – la condizione di Israele, impegnato in una resa dei conti coi nemici storici e in una rappresaglia parallela contro Hamas e Hezbollah nella Striscia di Gaza e in Libano. Tel Aviv sempre più come Kyiv, nonostante lo sconquasso che sta gettando in Medio Oriente: è la tesi che emerge implicitamente da alcuni report autorevoli di questi giorni.

Il 15 ottobre 2024, un attacco con droni da parte di Hezbollah contro la base di addestramento della Brigata Golani a Regavim, nel cuore di Israele, ha rivelato gravi falle nella difesa aerea israeliana, scrive il quotidiano israeliano Haaretz. È stato il più pesante assalto da parte di Hezbollah dall’inizio della guerra, più di un anno fa, e ha causato la morte di quattro soldati dell’IDF e il ferimento di decine di altri. Il gruppo radicale ha sfruttato le direttive che consentono a molti soldati di radunarsi nello stesso luogo. I sistemi di difesa aerea israeliani contro razzi e missili balistici hanno finora retto bene, ma l’incapacità di rilevare e contrastare i droni rimane un problema.

Il giornale fa i conti: “Finora, oltre 23.000 razzi sono stati lanciati in territorio israeliano dall’inizio della guerra, 1.200 dei quali erano droni. Di questi, 221 hanno colpito in territorio israeliano e il resto è stato intercettato, con un tasso di successo di poco superiore all’80 percento”. Non proprio una difesa impenetrabile, si legge. “Le statistiche per l’intercettazione di missili e razzi sono buone nella maggior parte dei casi, e le difficoltà sono note. I droni, nel frattempo, sono relativamente piccoli, volano a bassa quota e sono difficili da identificare.”

Nei giorni scorsi, pur colpito dalla decapitazione di molti leader cruciali, Hezbollah ha avvisato i residenti di Haifa e altre città del Nord di Israele di evacuare le case vicine a installazioni militari, estendendo la zona a rischio da 5 a oltre 30 km. Questo potrebbe costringere Netanyahu, che ha tra gli obiettivi dichiarati quello di riportare a casa 70mila israeliani del Nord, a evacuarne altri 250mila. Nonostante le operazioni militari israeliane, insomma, il nemico sciita continua ad attaccare sia al confine che all’interno di Israele, creando uno stallo che una guerra contro il Libano, condotta perlomeno in modo convenzionale e senza crimini di massa, non sembra poter risolvere.

Si sta realizzando quello che scrivevamo subito dopo l’esplosione dei cercapersone: nonostante l’assassinio del leader Hassan Nasrallah e la distruzione di alcuni centri di comando a Beirut, Hezbollah avrebbe mantenuto largamente intatti i suoi comandi e intensificato le operazioni. Due cose possono essere vere allo stesso tempo: Hezbollah non è più la stessa di un mese fa, e il suo patrono a Teheran è a corto di opzioni, ma anche un Hezbollah degradato resta un attore potente nella regione. Un attore che nel frattempo sta cercando una soluzione diplomatica. Ci sarebbe ancora spazio per un’interposizione europea, prima di un nuovo, piccolo Iraq.

Il Financial Times disegna un quadro incerto: “Gli Stati Uniti non possono continuare a rifornire Ucraina e Israele allo stesso ritmo. Stiamo raggiungendo un punto di svolta”, si legge. “È solo questione di tempo prima che Israele inizi a rimanere senza intercettori e debba stabilire delle priorità su come schierarli”. Della carenza di missili intercettori parla anche l’Economist, spiegando che ha costretto l’IDF “a dare priorità alla difesa delle aree urbane densamente popolate nel centro di Israele, mentre si evacuano basi più remote prima che i missili iraniani colpiscano.”

I famosi sistemi di difesa antimissile di cui dispone Israele, come l’Iron Dome, la “cupola di ferro” attiva dal 2011, sono all’avanguardia ma non bastano, evidentemente. Sentiti dalla stampa occidentale, i militari israeliani dicono che il recente dispiegamento del Terminal High Altitude Area Defense (THAAD), donato da Biden e progettato per intercettare missili balistici a corto, medio e intermedio raggio prima che colpiscano aree abitate o obiettivi sensibili, potrebbe risultare utile in caso di un nuovo attacco iraniano. Ma è anche il segno che Netanyahu non si sente così sicuro nella sua cupola e potrebbe aver acconsentito a limitare la portata dell’imminente attacco all’Iran. Un funzionario ha definito il dispiegamento del THAAD “manette d’oro”.

Un regalo dell’alleato storico, che però diventa anche un vincolo a non esagerare. Perché, come insegna il caso ucraino, non sempre gli alleati di Washington possono permettersi di fare il passo più lungo della gamba.

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