Con una mossa non proprio a sorpresa, la Casa Bianca ha tolto il veto per l’utilizzo delle armi a lungo raggio nel territorio della Federazione russa da parte dell’Ucraina nel suo sforzo bellico per contrastare l’invasione russa. Come sappiamo, si tratta per il momento solo della possibilità di usare questi armamenti nella regione di Kursk, ovvero in quella parte di Russia occupata dalla forze ucraine grazie alla recente controffensiva estiva, e si ritiene che Washington abbia concesso quest’opportunità per via delle truppe nordcoreane schierate in quella parte del fronte a supporto dei contrattacchi russi. Politicamente, quindi, non si tratta del superamento di una “linea rossa” (ammettendone l’esistenza in un conflitto), ma di una risposta ponderata dell’amministrazione statunitense uscente alla decisione di Pyongyang di affiancare direttamente Mosca nella sua guerra in Ucraina. Dal punto di vista militare, invece, possiamo tranquillamente affermare che non si tratta di una decisione che cambierà le sorti del conflitto, e non solamente per le limitazioni geografiche imposte dagli Stati Uniti.
Innanzitutto per avere un qualche tipo di effetto dirompente, il munizionamento a lungo raggio dovrebbe essere utilizzato in grandi quantità, e sebbene non si sappiano esattamente i numeri delle consegne degli armamenti di fabbricazione statunitense all’Ucraina, nello storico di questi quasi tre anni di guerra possiamo osservare che i sistemi d’arma forniti sono sempre stati dati in numeri non adatti ad avere un effetto decisivo, ovvero in grado di essere quei game changer che vengono citati dalla stampa non specializzata senza un reale fondamento.
Chiariamo un concetto: sistemi come gli HIMARS, o gli ATACMS (questi ultimi le armi a lungo raggio USA in esame) sono altamente performanti e hanno costretto le forze russe più di una volta a ridefinire le loro tattiche e soprattutto a riorganizzare la rete logistica, ma il loro utilizzo in battaglia, dovuto appunto al numero degli assetti impiegati, non ha mutato le sorti del conflitto.
Oggettivamente bisogna considerare che, comunque, avere la capacità di colpire con precisione e a lungo raggio (circa 70 km per gli HIMARS e circa 270/300 per gli ATACMS) è sicuramente un valore aggiunto che ha fatto sentire il suo peso nel contesto generale delle operazioni belliche, proprio per le motivazioni già espresse poco sopra. Senza di essi, molto probabilmente, non sarebbe stato possibile disarticolare le linee di rifornimento avanzate russe e quindi la penetrazione dell’esercito di Mosca in territorio ucraino sarebbe stata più incisiva. O, ancora, non sarebbe stato possibile far arretrare la Flotta Russa da Sebastopoli a Novorossijsk, sebbene, in questo caso, le motivazioni sono da ascrivere a una serie di tattiche e sistemi usati dagli ucraini che hanno il loro perno in altri strumenti bellici, che a breve riprenderemo.
Secondariamente bisogna osservare che l’Ucraina ha già la capacità di colpire in profondità nel territorio della Federazione russa, e lo ha dimostrato numerose volte in tutto l’arco del conflitto: i suoi droni kamikaze, meglio definibili come droni one way, hanno dimostrato di poter colpire obiettivi a grandissima distanza (ad esempio arrivando sino a Mosca o alle basi dei bombardieri strategici più a Oriente) sebbene non sempre con precisione ed efficacia rimarcabili, e soprattutto con attacchi numericamente non incisivi sebbene, in linea generale, più consistenti rispetto al lancio di una salva di ATTACCANO: stando ai numeri diffusi anche dai russi, questi attacchi hanno visto la presenza di decine di droni (tra i 20 e i 40), e da quanto sappiamo i lanci di missili ATACMS non sono mai stati di una grandezza numerica altrettanto paragonabile.
Lo sforzo quindi dovrebbe essere concentrato nell’aumentare le capacità tecnologiche della fiorente industria di droni ucraina, che ha saputo dimostrare una vivacità inaspettata considerando le sorti del conflitto e gli attacchi russi alle infrastrutture del Paese. Se, infatti, una nazione che non ha una marina militare di livello come l’Ucraina è stata capace sia di infliggere durissimi colpi alla flotta russa nel Mar Nero, con perdite di unità navali importanti, e di costringerla ad arretrare i suoi assetti più pregiati lontano dalla linea del fronte, lo si deve all’uso concertato di droni di vario tipo (marittimi e aerei), missili da crociera e altri tipi di vettori.
Da questo punto di vista è interessante far notare che la Germania, che sino a oggi non ha mai autorizzato i lanci di missili TAURUS per colpire la Federazione russa, fornirà alla Ucraina ben 4mila droni one way dotati di sistemi di protezione elettronica per resistere al jamming russo che sicuramente, se usati in modo intensivo, avranno un impatto non indifferente al fronte. In effetti, se dovessimo guardare a uno degli errori degli ucraini, la dispersione di uomini e mezzi ha influito notevolmente sull’esito di offensive e controffensive, ma capiamo che lo Stato maggiore di Kiev abbia impostato il conflitto come una guerra di logoramento, con una tattica quindi enemy oriented e non terrain oriented.
Cosa invece serve (ancora) agli ucraini? Come chi scrive ha ripetuto spesso, all’esercito di Kiev serve una difesa aerea di livello in grado di minimizzare i danni delle periodiche ondate di attacchi strategici russi (effettuati con droni one way, missili da crociera e missili balistici a corto raggio) e in grado di proteggere le prime linee dalle azioni aeree avversarie, siano esse portate con loitering munitions (ma questo è un problema nuovo per tutti e l’Ucraina da questo punto di vista potrebbe essere un interessante laboratorio), elicotteri, cacciabombardieri o vettori da crociera aviolanciati. In una parola, all’Ucraina serve – come sempre detto – una buona capacità di interdizione aerea di livello tattico e strategico.

