Via libera di Israele al cessate il fuoco: la guerra a Gaza si ferma, 470 giorni dopo

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Il governo di Israele ha approvato il cessate il fuoco con Hamas siglato dai negoziatori di Tel Aviv a Doha, capitale del Qatar, nella giornata di giovedì 16 gennaio. Superata la spaccatura che Potere Ebraico, il partito ultranazionalista del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Givr, la maggioranza guidata dal Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu ha approvato l’accordo su cui ha spinto in primo luogo il Qatar, appoggiato nella negoziazione dall’Egitto e dal lavoro congiunto tra due amministrazioni Usa, quella di Joe Biden e quella di Donald Trump.

470 giorni dopo quel fatale 7 ottobre 2023, giorno dei massacri di Hamas in Israele che causarono oltre mille morti e il rapimento di più di 200 ostaggi, dopo un’incessante campagna di bombardamenti che ha contribuito a causare la morte del 5% della popolazione della Striscia di Gaza e dopo un ampliamento del conflitto su scala regionale, si arriva a un accordo.

Il cessate il fuoco Israele-Hamas e lo scambio di prigionieri

Alle 8.30 locali di domenica 19 gennaio il cessate il fuoco entrerà in vigore e nella prima fase, di sei settimane, le truppe israeliane si ritireranno dalle aree occupate in quindici mesi di guerra e si procederà a uno scambio di prigionieri. Usciranno dalla Striscia 33 ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre 2023, per cui si concluderà l’incubo della prigionia, e saranno liberati da Israele 700 detenuti palestinesi, compresi imponenti membri di Hamas e della Jihad Islamica ritenuti a lungo terroristi e condannati a lunghe pene detentive.

Dopo quindici mesi di scontri, il cessate il fuoco arriva in una Striscia di Gaza senza vincitori. Israele ha scatenato una tempesta di fuoco e bombe su un’area densamente popolata, ha sacrificato la sua immagine internazionale, ha combattuto la più lunga delle sue guerre senza riuscire a portare a casa, in fin dei conti, nessun obiettivo strategico: non ha annichilito Hamas, non ha riportato manu militari a casa gli ostaggi, decine dei quali sono morti nella detenzione, non ha, come chiedevano i falchi radicali, messo a terra piani per l’insediamento di coloni nell’area. Ha, questo sì, però preso il controllo del Philadelphi Corridor e altre aree sensibili che consentono il collegamento tra Gaza e il resto del Medio Oriente, aumentando la pressione sui militanti.

Hamas può dire di non essersi piegata ai raid israeliani, ma il prezzo pagato è stato altissimo, forse insostenibile sul lungo periodo: 14mila militanti uccisi su una forza di 27mila, la leadership decapitata con la morte di Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh, un atteggiamento politico irresponsabile dimostrato con l’attacco in Israele condotto con la consapevolezza che questo avrebbe creato ripercussioni sulla popolazione di Gaza, il rischio di aver posto una pietra tombale sulla corsa di uno Stato palestinese che si palese attivamente. Questa guerra voluta e alimentata dai falchi oltranzisti delle due parti ha visto nel mirino, giorno dopo giorno, i civili: quelli barbaramente trucidati da Hamas il 7 ottobre da un lato, quelli colpiti a ripetizione dalle bombe e i missili israeliani da allora in avanti.

Scenari di pace o di guerra?

La speranza è che per gli ostaggi liberati da Hamas la vita torni a scorrere con normalità e in pace e che per la popolazione di Gaza torni finalmente il sereno in una terra devastata dal conflitto e si aprano scenari di ricostruzione e rilancio dei servizi essenziali.

Israele, in questa fase, fa i conti con la possibile crisi di governo: come ricorda il Times of Israel, nel voto del gabinetto otto ministri hanno bocciato l’accordo, “compresi due membri del Likud di Netanyahu. David Amsalem e Amichai Chikli erano tra gli otto membri del governo a votare contro l’accordo di cessate il fuoco con Hamas, insieme ai ministri dei partiti di estrema destra Otzma Yehudit [Potere Ebraico, nda] e Sionismo Religioso”, il cui leader Bezalel Smotrich, titolare delle Finanze, non ha al contrario di Ben-Gvir paventato le dimissioni.

Le evoluzioni politiche nello Stato Ebraico sono da osservare con attenzione: la tregua a Gaza, sommata alla tenuta di quella in Libano, aprirà a una fine della “guerra infinita” condotta da Israele contro i suoi rivali dopo il 7 ottobre? O all’ombra del cessate il fuoco, su cui si nota il ruolo decisivo svolto dall’entrante Donald Trump nel finalizzare l’accordo, si prepara una saldatura tra destra e centro nazionalista israeliano per preparare, risolte le guerre minori, il grande assalto all’Iran? Tutto va visto con attenzione in un Medio Oriente in cui, dopo un anno e mezzo, si sentiranno da domani meno grida di dolore e notizie drammatiche. Per quanto a lungo possa durare, è ancora difficile dirlo.