Un’altra delle famigerate linee rosse della Russia nel conflitto in Ucraina è prossima a cadere? Jens Stoltenberg, segretario generale uscente della Nato, parlando con The Economist ha proposto di consentire a Kiev di colpire obiettivi militari di Mosca oltre i propri confini. E di rompere, dunque, la cautela auto-imposta dagli alleati che sostengono l’Ucraina, rifornita di armamenti che può unicamente utilizzare sul proprio territorio. Caso pressoché unico nella storia del sostegno militare a un Paese invaso.
Un tema scivoloso
Per Stoltenberg la questione è chiara: “Negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo rende molto difficile per loro difendersi“. Fino ad ora la cautela politica dei maggiori attori della Nato, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, è stata vicina al parossismo. Con picchi come le continue arrampicate sugli specchi di Antonio Tajani, ministro degli Esteri di Roma, per il quale “uso difensivo” e limite alla frontiera dell’impiego delle armi dei Paesi Nato si equivalgono. A rompere questo tabù solo poche dichiarazioni, tra cui quelle del ministro degli Esteri britannico David Cameron, che a inizio mese a titolo personale si è detto favorevole all’idea di consentire all’Ucraina di colpire bersagli militari legittimi in territorio russo.
In quest’ottica la questione del confine come limite invalicabile della proiezione accompagna i discorsi militari e strategici da due anni. Ne si sente parlare dai limiti imposti dagli Usa a Kiev sull’uso dei preziosi Himars nella prima fase di controffensiva dopo l’estate 2022; lo abbiamo sentito ribadire quando, di recente, la Germania ha chiuso all’invio di missili Taurus per lo stesso motivo. Il nodo della presenza di forze speciali occidentali in Ucraina è legato alla possibilità che assetti militari dei Paesi Nato facciano da supervisori e guardiani al rispetto di questi accordi e, di recente, sulla questione del confine in Italia la Lega, con molte imprecisioni, ha aperto un fronte nel governo Meloni sul tema dell’invio a Kiev di nuove unità della batteria antiaerea Samp-T.
I rilanci di Stoltenberg: i target in Russia dopo l’antiaerea
Stoltenberg torna a promuovere una richiesta già fatta a inizio anno e che probabilmente dominerà le discussioni del summit Nato di Washington a luglio, in cui saluterà dopo dieci anni di guida dell’Alleanza Atlantica e potrebbe già capire chi sarà il suo successore, chiamato a coordinare la Nato in nuovi tempi incerti in cui la guerra in Ucraina non sembra conoscere fine. E in cui, di logoramento in logoramento, la Russia conquista piccole ma significative avanzate, specie nella regione di Chasiv Yar, e all’Ucraina mancano i mezzi, l’organizzazione e l’impeto tanto per costruire solide e durature linee di difesa quanto per pensare a un rovesciamento di fronte.
A metà aprile, Stoltenberg aveva poi chiesto ai Paesi Nato di accelerare la consegna di dispositivi antiaerei all’Ucraina. Una mossa che in combinato disposto con il sostegno alla proiezione rafforzata in territorio russo è ritenuta vitale per puntellare su una situazione di stallo e pareggio la guerra. Il logoramento ucraino è palese, ha ricordato Defense News: “Le difese aeree ucraine stanno già affrontando una situazione insostenibile, a cui le batterie aggiuntive Patriot” promesse dagli Usa nel quadro del nuovo pacchetto da 61 miliardi di dollari “semplicemente non possono porre rimedio. L’Ucraina possiede attualmente solo tre batterie Patriot, una delle quali ha recentemente perso due lanciatori a causa di un attacco aereo russo durante un convoglio”.
Secondo i calcoli dello stesso presidente Volodymyr Zelensky, “il mosaico di sistemi di difesa aerea sovietici, europei e americani dell’Ucraina è solo circa il 25% di ciò di cui l’Ucraina avrebbe bisogno per difendersi adeguatamente. Zelensky è giunto a chiedere una copertura completa comporterebbe ben 25 sistemi Patriot, quasi otto volte l’attuale arsenale dell’Ucraina e più del doppio di quello che Raytheon può produrre in un anno intero“. Stoltenberg è conscio che anche la strategia del “sostegno difensivo” ha dei limiti e ha dunque aperto all‘innalzamento della posta.
Una scelta percorribile?
Beninteso, si tratta di una richiesta che ha un suo elemento di razionalità strategica: se l’obiettivo primario della Nato ormai appare non tanto sostenere l’Ucraina fino a un’improbabile vittoria definitiva sul campo quanto piuttosto prevenire un successo strategico russo, colpire le retrovie e i target di Mosca appare una via obbligata. E al contempo, la mossa comporterebbe la prospettiva di offrire una palese deterrenza mostrando alla Russia l’effetto delle armi dei Paesi occidentali, e in particolare europei, in una fase di graduale riarmo.
Ciò detto, si pone una questione di effettiva opportunità politica: gli indicatori concreti parlano di una volontà opposta nei governi occidentali rispetto a quanto proposto da Stoltenberg, ovvero un graduale appiattimento delle forniture all’Ucraina. Lanciare attacchi in profondità alzerebbe la posta non tanto nei confronti delle linee rosse fissate da Mosca, che si sono rivelate in due anni nel migliore dei casi artifici retorici e nel peggiore ballon d’essai, quanto piuttosto da parte dell’Ucraina in una fase in cui lo stesso futuro dell’appoggio a Kiev è tutto da definire. Stoltenberg, evidentemente, questo lo sa. E va capito quanto le sue richieste siano realistiche nel quadro di un rilancio dell’agenda Nato o siano l’inizio di una strategia per lasciare al centro dei riflettori la scena mettendo sul tavolo la carta più di valore nelle discussioni del prossimo summit di Washington. A prescindere dalle aspettative sul risultato della partita.

