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Può un conflitto rimasto congelato per oltre 70 anni tornare dagli archivi della storia e minacciare il presente? A quanto pare, almeno a giudicare dai venti di guerra che soffiano sempre più impetuosi sulla penisola coreana, la risposta è affermativa.

La Guerra di Corea è terminata nel 1953, con l’armistizio siglato a Panmunjom tra le forze nordcoreane, coadiuvate dai cinesi, e gli Usa, rappresentati invece dalle Nazioni Unite. Non è però mai tecnicamente finito, perché a quel confronto fratricida tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, sostenute rispettivamente da Cina (e in misura minore Unione Sovietica) e Stati Uniti con rispettivi partner, non è mai seguito alcun trattato di pace.

Lo sanno bene gli attuali leader coreani, sia del Nord e che del Sud, eredi di chi ha combattuto sul campo uno degli scontri più atroci degli ultimi secoli, che oggi sembrano aver intrapreso un nuovo braccio di ferro giocando proprio sulla dimensione sospesa della Guerra di Corea. Se aggiungiamo alle tensioni intercoreane – mai sopite in quasi un secolo – quattro dinamiche che stanno scuotendo l’Estremo Oriente, si capisce perché è forse più probabile che possa esplodere una crisi all’altezza del 38esimo parallelo che non nei pressi di Taiwan.

La Corea sospesa e l’ombra di un nuovo conflitto

Per quanto riguarda le tensioni intercoreane, e cioè tra le due Coree, da un lato abbiamo Kim Jong Un, il presidente nordcoreano desideroso di rendere il proprio Paese una potenza (più che) regionale e rompere la gabbia economico-diplomatica creata dagli Usa per contenere le ambizioni geopolitiche di Pyongyang.

In Corea del Sud, dove gli Usa possono contare su un numero di truppe comprese tra le 23-29mila unità, con a disposizione circa 300 Mbt “Abrams”, batterie di “Patriot” ed il nuovo sistema Thaad, troviamo invece Yoon Suk Yeol. Il presidente sudcoreano, conservatore di ferro, è di tutt’altra pasta rispetto al suo predecessore Moon Jae In (lo stesso, per intenderci, che intendeva creare una relazione armoniosa con Kim attraverso incontri e rapporti diretti). Al contrario di Moon, Yoon ha mostrato una retorica ruspante e fatto capire – non solo a parole – di voler rispondere ad ogni provocazione del Nord.

Proprio come lo scorso gennaio, quando, durante un’esercitazione militare, Pyongyang ha sparato 200 colpi di artiglieria nei pressi della linea di confine marittimo con la Corea del Sud, e in tutta risposta Seoul ha organizzato un’esercitazione d’artiglieria con obici semoventi K-9 e cannoni nella stessa area, per la cronaca, vicino alle isole sudcoreane di Baengnyeong e di Yeonpyeong.

Con Kim e Yoon alla guida delle due Coree è impossibile attendersi una de-escalation, visto che il primo, galvanizzato dalla partnership con la Russia e dalla ritrovata diplomazia con la Cina, intende accelerare nella modernizzazione del suo arsenale militare, e il secondo accecato dall’anti comunismo e impregnato di nazionalismo, intende stroncare una volta per tutte il “nemico” nordcoreano. Kim, a proposito, ha ulteriormente alzato la posta in gioco proponendo di rivedere la Costituzione nordcoreana. Che potrebbe presto essere modificata per definire la Corea del Sud il “Paese ostile numero uno”.

Le variabili impazzite

Arriviamo così alle quattro variabili che rischiano in qualche modo di accelerare, in maniera più o meno diretta, la ripresa delle ostilità tra le due Coree. La dinamica numero uno, non per ordine di importanza, coincide con la continua ascesa della Cina. Pechino intende modernizzare l’Esercito Popolare di Liberazione (Pla), ridurre il gap con gli Stati Uniti in ambito militare e controllare le principali rotte dell’Indo-Pacifico. Detto altrimenti, il Dragone digerisce con sempre maggiore difficoltà le ingerenze (e le pretese) statunitensi in Asia. E, in caso di una guerra tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Usa, non è da escludere una fiammata capace di travolgere e incendiare la penisola coreana.

Il secondo punto da attenzionare chiama in causa il crescente dinamismo della Russia nell’Estremo Oriente, in parte per spalleggiare il partner cinese contro Washington in alcune delle aree più calde (Mar Cinese Meridionale, acque vicine al Giappone) e in parte per necessità. Non avendo più possibilità di manovra in Europa, Mosca si è riadattata ad essere una potenza (eur)asiatica pura. È anche questo che ha agevolato il rafforzamento dei rapporti tra il Cremlino e Kim, a quanto pare in affari per quanto concerne il trasferimento verso Pyongyang di know how militare russo in cambio di missili e altre armi dirette in Russia (e da impiegare in Ucraina).

Le ultime due tendenze chiamano in causa Stati Uniti e Giappone. Washington considera l’Indo-Pacifico la priorità numero uno della sua agenda e non intende retrocedere di un passo, perché è consolidando la propria presenza in loco che gli Usa riescono ad essere una vera potenza globale.

Dato il braccio di ferro con la Cina, l’amministrazione Biden ha iniziato a creare una rete diplomatica con molteplici partner locali nel tentativo di contenere Pechino. Nel farlo, la Casa Bianca ha cercato di rendere il più efficiente possibile il coordinamento militare con vari Stati della regione, dalla Corea del Sud all’Australia passando attraverso il Giappone. Ebbene, tutto questo dinamismo ha fatto risuonare le sirene d’allarme sia in Corea del Nord che in Cina.

Arriviamo infine al richiamato Giappone, testa d’ariete numero uno degli Usa in Asia e dove è in corso un riarmo totale. Di recente, Tokyo ha firmato un accordo con gli Usa per l’acquisto di 400 missili da crociera Tomahawk, sostenendo un esborso di circa 1,6 miliardi di euro da spalmare su un periodo di tre anni a partire dall’anno fiscale 2025. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Già, perché il governo nipponico del premier Fumio Kishida si è impegnato a raddoppiare la spesa annuale per la Difesa portandola a circa 68 miliardi di dollari da qui al 2027, rendendo il Giappone il terzo Paese per spesa militare al mondo, dopo Stati Uniti e Cina. Tra un test missilistico e la messa in prova di droni sottomarini, Kim monitora con attenzione quanto accade nella regione. Consapevole, a differenza di qualche anno fa, di avere alle spalle Cina e Russia.

“La situazione nella penisola coreana è più pericolosa di quanto lo sia mai stata dall’inizio di giugno 1950. Ciò può sembrare eccessivamente drammatico, ma crediamo che, come suo nonno nel 1950, Kim Jong Un abbia preso la decisione strategica di entrare in guerra. Non sappiamo quando o come Kim intenda premere il grilletto, ma il pericolo è già ben oltre gli avvertimenti di routine lanciati a Washington, Seul e Tokyo”, hanno avvisato Robert L. Carlin e Siegfried S. Hecker sul think tank 38 North. I venti di guerra continuano a soffiare sulle due Coree.

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