Vent’anni fa Beslan: 186 bambini sacrificati all’islamismo ceceno e alla violenza dei russi

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Chi è stato in Russia, meglio ancora chi ha vissuto in Russia, sa che cos’è il 1° settembre. Quello che dal 1984 è ufficialmente denominato “Il giorno della conoscenza”, perché proprio quel giorno, in tutta la Federazione, comincia l’anno scolastico. Davanti a ogni scuola si ammassano centinaia di bambini e ragazzi con le famiglie, tutti con il rituale mazzo di fiori per gli insegnanti, le bambine con il fiocco in testa. Le foto, le risate, gli abbracci. È una festa, insomma.

Vent’anni fa, il 1° settembre del 20024, era una festa anche alla Scuola n.1 di Beslan, nell’Ossetia del Nord, la regione dall’antico nome di Alania confinante con la Cecenia. Lo era finché 32 terroristi ceceni (comprese alcune “donne martiri”), membri di una brigata suicida agli ordini del più feroce tra i comandanti indipendentisti, Shamil Basaev, fecero irruzione nella scuola. Dopo un breve conflitto a fuoco con la poca polizia presente, i terroristi si chiusero nella scuola con 1.200 ostaggi, a loro volta ammassati nella palestra.

È inutile, qui, ripercorrere ora per ora le 56 allucinanti ore che seguirono, l’angoscia di una nazione intera, lo stillicidio di minacce e di morti accuratamente gestito dai sequestratori. Il terzo giorno, prevedibilmente, il disastro. I terroristi avevano accettato che quattro medici russi entrassero nella palestra per rimuovere i corpi dei morti. Appena i medici si avvicinarono, però, i ceceni aprirono il fuoco, uccidendone due. Nello stesso tempo ci furono due esplosioni nella palestra, che fecero crollare parte di un muro perimetrale. Da lì una trentina di ostaggi riuscì a fuggire. Ma intanto si era scatenata la sparatoria con l’irruzione delle forze speciali russe. Dopo circa due ore tutti i ceceni erano stati eliminati (tranne uno: Nurpasha Kulaev, 24 anni, che sta scontando l’ergastolo) ma il bilancio delle vittime era sconvolgente: 355 morti tra i russi, dei quali 186 bambini e ragazzi. Più 730 feriti.

Fu, come si diceva, un disastro. Nessuno ha mai capito, o ha voluto spiegare, che cosa sia davvero successo in quella scuola il 3 settembre di vent’anni fa. Si è parlato di un’esplosione accidentale di alcuni degli ordigni con cui i terroristi avevano minato la palestra. Di una sparatoria iniziata da alcuni parenti dei civili sequestrati dai ceceni. Di un’iniziativa improvvida delle forze speciali russe, che avevano cominciato a lanciare granate. che i terroristi stessi avessero cominciato a eliminare ostaggi a colpi di bombe a mano. L’unica certezza sono quei 355 morti innocenti.

Una cosa, comunque, per chi ha vissuto quei giorni, era chiara fin dal principio: a Beslan i ceceni non avevano alcuna intenzione di trattare, cercavano la strage; e i russi non avrebbero mai permesso loro di andarsene impuniti. A qualunque costo. Non dimentichiamo quali erano i tempi. La prima guerra di Cecenia (1994-1996) si era conclusa con la vittoria sostanziale degli indipendentisti, al prezzo però di infinite sofferenze per la popolazione a causa dei metodi brutali impiegati dall’esercito russo. La cosiddetta pace, però, era durata poco. Già nel 1996 le brigate cecene avevano tentato di invadere il Daghestan nell’ipotesi di costituire un califfato islamista nel Caucaso. E poi avevano compiuto una serie di attentati e incursioni con decine di vittime. Erano tattiche che Basaev conosceva bene: era stato lui a organizzare, nel 1995, il raid sull’ospedale di Budionnovsk (altri 1.500 civili presi in ostaggio) che, con le 60 vittime, aveva in qualche modo spinto i russi a siglare l’accordo del 1996. Qualunque fosse la sua “causa”, Basaev era uno stragista, un assassino. Né più né meno.

Quando Basaev attaccò Beslan, Vladimir Putin era nei suoi primi anni di potere. Nei pochi mesi (posto 1999-marzo2000) in cui era stato primo ministro, aveva permesso ai russi di risolvere una volta per sempre la questione cecena. Celeberrima la sua frase, rivolta i terroristi: “Verremo a prendervi anche al cesso”. E come ben sappiamo, questo è il genere di promessa che Putin tende a mantenere. Nel corso degli anni, tutti i comandanti ceceni (a cominciare da Basaev, eliminato nel 2006) sono stati raggiunti e uccisi, ovunque si trovassero. E tra gli ultimi russi riportati in patria con gli scambi, non a caso c’è stato Vadim Krasikov, l’agente dei servizi di sicurezza russi che nel 2019, a Berlino, ha freddato il georgiano Zelimkhan Khangoshvili, che aveva appunto guidato una brigata cecena.

Nel 2004, la guerra che doveva essere “definitiva” era in corso. Una serie di attentati aveva fatto centinaia di vittime in Russia. E nel 2002 lo stesso Basaev aveva organizzato l’assalto al Teatro Dubrovka di Mosca, in cui 40 terroristi suicidi ceceni (poi tutti eliminati) aveva preso in ostaggio 850 persone. Le armi dei terroristi e i gas usati dalle forze speciali russe aveva infine ucciso 130 persone. Putin non aveva alcuna intenzione di permettere ai ceceni di Beslan di andarsene impuniti. E infatti una delle versioni per la strage è che l’assalto alla scuola delle forze russe sia stato avviato in seguito a un ordine personale di Putin.

Comunque sia andata, il commando ceceno (come tutti quelli che hanno poi colpito in Russia, compreso il gruppo del Crocus City Hall) sapeva di essere condannato a morte. I russi non trattano. La loro filosofia è: tu puoi attaccarci, sappi però che morirai. Quest’estate, a riprova, ci sono state due rivolte a sfondo islamista in due carceri russe, una a Rostov e l’altra a Volgograd (con quattro guardie uccise): i rivoltosi sono stati tutti uccisi. Crudele? Sì. Ma la filosofia “non si tratta coi terroristi” non è certo un’esclusiva russa.  

In più, in quegli anni il separatismo ceceno aveva cambiato faccia e aveva subito una radicale cura di islamizzazione. Nei giorni del sequestro Basaev aveva dichiarato che tra gli obiettivi dell’incursione c’era la sollevazione del Caucaso e la creazione del califfato. Tra gli organizzatori e finanziatori del raid c’erano due cittadini sauditi. Tra i sequestratori nella scuola c’erano tre cittadini britannici. Alcuni dei più noti comandanti delle milizie cecene, per esempio Ibn al-Khattab, erano sauditi, si erano già segnalati in Afghanistan ed erano in contatto con l’internazionale islamista di Bin Laden. L’Arabia Saudita finanziava la costruzione di moschee e scuole islamiche in Cecenia. A quel punto l’indipendenza della Cecenia, tra le motivazioni del commando, era solo sullo sfondo.

Il ricordo delle violenze russe, più o meno recenti, in Cecenia e l’orrore per il sacrificio di tanti civili innocenti fecero sì che, assai più dei terroristi, finissero sotto accusa le autorità russe. E non solo da parte dei parenti delle vittime ma anche da parte della stampa internazionale e di organismi come la Corte europea dei diritti dell’uomo che, piuttosto ridicolmente, accusò la Russia non solo di aver reagito in modo confuso al sequestro ma anche di non aver preso misure adeguate per prevenire l’attacco ceceno. Putin, pressato dalle proteste del Comitato delle Madri di Beslan, fece dimettere Aleksandr Dzasochov, presidente dell’Ossetia del Nord, e il ministro degli Interni Kazbek Dzantiev e poi rimosse Valeryj andrei, capo dell’FSB della Repubblica. Più in generale, si cercò di mettere a tacere le polemiche intorno alla versione ufficiale e di ostacolare le eventuali inchieste giornalistiche.

Al netto delle legittime critiche per l’operato delle forze speciali russe (che, ripetiamolo, secondo noi forse non tanto sbagliarono ma piuttosto seguirono la filosofia “non si tratta coi terroristi” di cui dicevamo sopra), la “comprensione” per quelle azioni dei ceceni ci ha sempre stupiti e anche indignati. Com’è ovvio, se non ci fosse stato il sequestro nella scuola non ci sarebbero stati i morti. E ci domandiamo anche se altrettanta comprensione sorgerebbe nel caso che a sequestrare e ammazzare bambini provvedessero i separatisti del Donbass. Ma questo è un altro discorso.