L’operazione Usa in Venezuela sta scatenando un acceso dibattito negli Stati Uniti circa la sua legittimità. L’amministrazione del presidente Donald Trump ha annunciato la cattura notturna del leader venezuelano Nicolás Maduro e della moglie, accusati di narco-terrorismo e di altri capi di imputazione. L’intervento, definito da Trump come un “attacco su larga scala”, ha previsto raid mirati delle forze speciali e bombardamenti selettivi, culminati con il trasferimento della coppia su una nave da guerra statunitense diretta a New York per il processo.
Se da un lato l’amministrazione lo presenta come un’azione legale e chirurgica per far rispettare la giustizia, dall’altro critici autorevoli – tra cui l’editoriale del New York Times – lo bollano come una palese violazione del diritto internazionale. Chi ha ragione? Cerchiamo di scoprirlo.
La tesi dell’amministrazione Usa
I sostenitori dell’amministrazione, supportati da analisi giuridiche di esperti come Timothy Parlatore – avvocato difensore di rilievo che ha consigliato Trump e il segretario alla Guerra Pete Hegseth – affermano che l’azione poggia su solidi precedenti storici. Parlatore, intervenuto a titolo personale (è anche riservista della Marina), ha fornito a Just the News un’analisi che paragona l’operazione al caso di Manuel Noriega a Panama nel 1989-1990, sotto la presidenza di George H.W. Bush (Operazione Just Cause). In quell’occasione, oltre 27.000 militari statunitensi deposero il dittatore panamense, incriminato l’anno precedente per traffico di droga e racket. Noriega, ex alleato CIA, aveva trasformato Panama in un hub del narcotraffico, truccato elezioni e dichiarato guerra agli USA.
La legittimità dell’invasione si basava sullo status di criminale di Noriega, sulla protezione dei cittadini americani e sul ripristino della democrazia. I tribunali confermarono successivamente la legalità; Noriega fu processato e condannato a Miami.Parlatore sostiene che il caso Maduro sia praticamente identico: incriminato per narco-terrorismo, corruzione e frodi elettorali nel 2018 e 2024 (condannate da USA, UE e decine di Paesi), il regime ha provocato una catastrofe umanitaria con milioni di profughi e alleanze con Russia, Cina e Iran.
“Il precedente è chiaro: quando un leader straniero agisce come capo di un’impresa criminale, l’incriminazione gli toglie l’immunità sovrana, giustificando l’arresto extraterritoriale”, ha scritto Parlatore. Leader che gestiscono narco-Stati perdono la protezione della sovranità, come stabilito da giurisprudenza statunitense in materia di estradizione.
Inoltre, l’avvocato elogia l’”efficienza e il contenimento” dell’operazione Maduro rispetto a Panama. A differenza dell’invasione su larga scala che causò centinaia di vittime e condanne ONU, la cattura è stata chirurgica: bombardamenti mirati su siti chiave a Caracas, incursione rapida delle forze speciali ed estrazione immediata, senza occupazione di terra. Tutto questo nonostante le difese venezuelane molto superiori (oltre 120.000 militari attivi, milizie armate, armamenti russi). “È una lezione magistrale di guerra moderna: droni, strumenti cyber ed unità d’élite rendono obsolete le grandi invasioni”, ha concluso Parlatore, definendola un modello di azione legale e proporzionata.
L’atto di accusa
L’atto d’accusa federale statunitense, reso pubblico il 3 gennaio 2026, accusa Nicolás Maduro, sua moglie Cilia Flores, suo figlio Nicolás Ernesto Maduro Guerra, il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, l’ex ministro Ramón Rodríguez Chacín e Héctor Rusthenford Guerrero Flores (leader della gang venezuelana Tren de Aragua) di cospirazione per narco-terrorismo, importazione di cocaina, possesso di armi automatiche e relativi reati. Le accuse sostengono che, dal 1999, Maduro e i co-imputati abbiano utilizzato il potere governativo per proteggere e promuovere il traffico di tonnellate di cocaina verso gli Stati Uniti, collaborando con gruppi narco-terroristici come FARC, ELN, Cartello di Sinaloa, Zetas e Tren de Aragua (designata organizzazione terroristica straniera dall’amministrazione Trump nel 2025).
C’è un “però”: un memo declassificato dell’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, datato 7 aprile 2025, smentisce le accuse di Trump secondo cui il Tren de Aragua opererebbe sotto il controllo del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il documento sottolinea che, al contrario, sebbene alcuni funzionari venezuelani possano tollerare il TDA, Maduro considera il gruppo una minaccia e non ne dirige le operazioni.
La dura condanna del New York Times
L’editoriale del New York Times, invece, non risparmia critiche durissime all’intervento americano, definendolo un escalation irresponsabile che sta spingendo gli Usa verso una crisi internazionale senza valide ragioni. “La Costituzione è chiara: per dichiarare guerra serve il Congresso”, scrive il board, sottolineando che “anche Bush ottenne l’autorizzazione per l’Iraq” e che Trump “non ha nemmeno un foglio di fico legale”.
Sul pretesto del narco-terrorismo, il giornale lo bolla come “particolarmente ridicolo”, ricordando che “il Venezuela non è un produttore significativo di fentanyl” e che “la cocaina che produce va principalmente in Europa”. Peraltro, nota il Nyt, Trump ha recentemente graziato Juan Orlando Hernández, che gestiva un vasto traffico di droga quando era presidente dell’Honduras.
Il quotidiano collega l’operazione alla nuova strategia di sicurezza nazionale, che “rivendica il diritto di dominare l’America Latina” attraverso il Corollario Trump alla Dottrina Monroe. Sulle violazioni del diritto internazionale, l’editoriale è categorico: “Uccidendo persone sulla base del semplice sospetto di aver commesso un crimine, senza dare loro possibilità di difesa, si violano le Convenzioni di Ginevra del 1949 e tutti i principali trattati sui diritti umani”. Cita un episodio specifico: “In un attacco, la Marina ha colpito una seconda volta una barca già immobilizzata, uccidendo due marinai che si aggrappavano ai rottami e non rappresentavano alcuna minaccia”.
In effetti, gli Stati Uniti sono stati accusati più volte, negli ultimi mesi, di aver violato il diritto internazionale bombardando i barchini dei presunti narcotrafficanti e uccidendo delle persone senza giusto processo. In tal senso, la condanna internazionale degli attacchi è stata diffusa. Ad esempio, Jean-Noël Barrot, Ministro francese degli Affari Esteri e dell’Europa, ha accusato gli Stati Uniti di ignorare il diritto internazionale e marittimo.
Motivazioni politiche e scarse basi giuridiche
In conclusione, le motivazioni alla base dell’intervento militare dell’amministrazione Trump in Venezuela, culminato il 3 gennaio 2026 con strikes su obiettivi militari e la cattura di Nicolás Maduro, hanno basi giuridiche piuttosto deboli – per non dire inesistenti – e molto più politiche.
Trump ha agito unilateralmente, senza informare né ottenere l’autorizzazione del Congresso, bypassando così i meccanismi costituzionali che richiedono l’approvazione parlamentare per “azioni di guerra” (come criticato da democratici e alcuni repubblicani, tra cui il senatore Mike Lee). Sebbene Trump abbia spesso giustificato l’escalation con la lotta al narcotraffico – citando l’interdizione di droghe come priorità della sua campagna –, gli esperti concordano che il Venezuela ha un ruolo marginale nella crisi degli overdose negli USA. La stragrande maggioranza delle morti per overdose è causata dal fentanyl, che proviene quasi esclusivamente dal Messico (prodotto con precursori cinesi), non dal Venezuela o dal Sud America.
Un ruolo chiave lo ha avuto senza dubbio il segretario di Stato Marco Rubio, cubano-americano noto per la sua linea dura contro i regimi di sinistra in America Latina, Durante il suo tempo al Senato, Rubio ha sostenuto il cambio di regime in vari Paesi della regione, Venezuela incluso. Il segnale che è stato dato lo scorso ottobre era già molto chiaro: l’inviato speciale della Casa Bianca, Richard Grenell – che, dopo aver incontrato il presidente Nicolás Maduro a Caracas a gennaio, ha firmato accordi di deportazione, ottenuto il rilascio di prigionieri americani e assicurato licenze energetiche per le major petrolifere statunitensi ed europee – è stato incaricato dal presidente Donald Trump di interrompere ogni contatto diplomatico con la nazione sudamericana.
Rubio lavorava da tempo per spingere l’amministrazione Usa a destabilizzare il Venezuela attraverso una strategia di “massima pressione” che contempla anche l’uso dell’hard power. Fu proprio l’allora senatore Rubio, gennaio 2019, a chiedere a Trump di riconoscere l’allora semi-sconosciuto leader dell’Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, come presidente ad interim, cosa che Trump fece il giorno successivo, spingendo Maduro a interrompere i legami diplomatici con Washington.
Come già sottolineato da InsideOver, infatti, i neocon – come Rubio – ragionano così e gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra per mantenere il loro mastodontico complesso industrial-militare. E di mostrare al mondo che sono ancora una superpotenza temibile. Michael Ledeen, influente neoconservatore e analista di politica estera (scomparso nel maggio 2025) affermava in merito: “Ogni dieci anni circa, gli Stati Uniti hanno bisogno di prendere in mano qualche piccolo Paese merdoso e gettarlo contro il muro, solo per mostrare al mondo che facciamo sul serio”.
A ciò si aggiunge la strategia dell’amministrazione Trump che, rispolverando la storica “Dottrina Monroe” e il Corollario Roosevelt, ha riaffermato l’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale. In questo contesto di “sfere di influenza”, è evidente che, nel cortile di casa degli Stati Uniti, una figura come Maduro risulti sgradita. In barba al diritto internazionale, ovviamente.
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