Poco prima dell’alba di domenica 3 maggio una decina di uomini male armati e scarsamente addestrati sono sbarcati a Macuto, popolosa cittadina costiera nello stato di Vargas, in Venezuela, con l’obiettivo di lanciare un’offensiva contro il regime di Maduro, ma sono stati immediatamente intercettati dalle forze di sicurezza venezuelane, con un bilancio finale di due arresti e otto morti tra cui Robert Colina Ibarra “Pantera”, ex ufficiale della Guardia Nazionale Bolivariana poi fuggito in Colombia per guidare il gruppo di militari dissidenti.

Nel frattempo a Chuao, altra località costiera a circa 100 chilometri a ovest di Macuto, un altro gruppo di uomini armati veniva bloccato da dei pescatori della zona che li trattenevano fino all’arrivo dell’esercito e della milizia popolare. Tra i catturati figurano anche due contractors statunitensi veterani di Iraq e Afghanistan, facilmente identificati dalle autorità venezuelane come Luke Denman e Airon Barry, grazie ai passaporti che avevano con sè. Altri arresti venivano poi effettuati anche a Puerto Maya e Puerto Cruz.

Il regime di Maduro ha subito suonato la gran cassa affermando tramite il Ministro dell’Interno, Nestor Reverol, che ha denunciato un’invasione da parte di “mercenari” e “terroristi” partiti dal territorio colombiano e sbarcati con i motoscafi nel tentativo di assassinare i leader del governo rivoluzionario; Reverol ha poi elogiato l’intelligence “già ben al corrente da tempo dei piani” e le forze di difesa venezuelane che “hanno reagito prontamente all’invasione”. Il governo venezuelano ha poi puntato il dito contro Stati Uniti e Colombia, accusandoli di aver sostenuto l’invasione. Accuse rispedite però al mittente da entrambi i Paesi. Il Presidente Trump su questo è stato chiarissimo: “L’iniziativa non ha nulla  anche fare con il nostro governo”.

Nel contempo sulla rete veniva diffuso un filmato nel quale Jordan Goudreau e Javier Nieto Quintero rivendicavano la regia dell’operazione, denominata “Gideon“, con l’obiettivo di “rovesciare il regime di narcotrafficanti” e “liberare i prigionieri politici detenuti nelle carceri venezuelane”. Quintero faceva inoltre appello alle Forze Armate venezuelane affinchè si ribellassero al regime, unendosi all’offensiva.

Ma chi sono questi due personaggi? Goudreau è un ex berretto verde veterano pluridecorato di Iraq e Afghanistan, ben noto in Florida dove ha sede la sua società di sicurezza privata “Silvercorp“. Nieto Quintero è invece un ex capitano delle Forze Armate del Venezuela, ora strenuo oppositore di Maduro.

La ricostruzione di un assalto mai iniziato

Secondo quanto reso noto dalle autorità venezuelane la forza d’assalto era suddivisa in due gruppi, il primo composto da dieci uomini su un motoscafo più piccolo e veloce che è arrivato a Macuto intorno alle 3 di notte di domenica 3 maggio per poi ingaggiare uno scontro a fuoco di quasi 45 minuti con le forze di sicurezza che erano già in attesa dello sbarco, avvisati preventivamente dall’intelligence. Il bilancio finale è stato di 8 “mercenari” morti e due arresti. Al commando veniva sequestrato diverso materiale da guerra tra cui una decina di fucili automatici e due mitragliatrici Afag che risultavano rubate nell’aprile del 2019 dal Palazzo Federale Legislativo a Caracas.

Un secondo motoscafo più grande veniva invece individuato dalla marina militare al largo di Chuao e costretto a sbarcare per poi trarre in arresto altri 13 uomini armati tra cui i due contractors statunitensi. La televisione venezuelana ha successivamente rilasciato i nominativi degli arrestati: Cosme Rafael Alcalá, Jefferson Fernando Díaz Vásquez, Rodolfo Jesús Díaz Orellana, Víctor Alejandro Pimienta, Fernando Andrés, Raúl Eduardo Manzanilla, Luis Manuel Paiva Soto, Esteban Rojas Tapia, Edison Rowin Mogollón, Enderson Ríos Marín, Rubén Darío Fernández Figuera, Luke Alexander Denman, Airan Berry, Antonio Sequea Torres e Adolfo Baduel (figlio dell’ex generale di Chavez, Raul Baduel, attualmente in carcere).

Il concerto di Cucuta e il meeting di Bogotà

Il disastroso esito di un’operazione terminata ancor prima di iniziare è soltanto l’ultima fase di un’iniziativa improbabile, disorganizzata, ingarbugliata, che ha visto coinvolti anche personaggi ambigui e all’interno di una galassia anti-Maduro internamente divisa.

Secondo quanto emerso da un’approfondita ricostruzione della Associated Press, la faccenda ha avuto inizio nel febbraio del 2019 quando Goudreau si trovava nella città colombiana di Cucuta, vicino il confine con il Venezuela, per organizzare la sicurezza a un concerto in sostegno di Juan Guaidò, leader dell’opposizione anti-Maduro; concerto finanziato dal miliardario britannico Richard Branson. E’ in quell’occasione che a Goudreau sarebbe venuta in mente l’idea di capitalizzare sull’interesse dell’amministrazione Trump nel rovesciare il regime di Maduro, come dichiarato da Drew White, ex partner di Goudreau presso la Silvercorp. Del resto l’azienda era stata messa in piedi da Goudreau soltanto un anno prima e un eventuale colpaccio del genere l’avrebbe certamente lanciata sia dal punto di vista finanziario che da quello della visibilità a livello internazionale, in un settore tra l’altro oggi piuttosto inflazionato negli Usa.

White ha illustrato all’Associated Press di aver rotto con il suo ex socio in seguito a una sua richiesta di aiuto nel raccogliere fondi per finanziare un’operazione volta al cambio di regime, spiegando che le idee di Goudreau erano fuori dalla realtà e prive di logica.

L’ex Berretto Verde decideva però di muoversi per conto proprio e tra il marzo e il maggio del 2019 provava a proporre la cosa a Keith Schiller, ex direttore alla sicurezza del Presidente statunitense Donald Trump e ad alcuni rappresentanti di Guaidò, ma senza suscitare particolare interesse per l’iniziativa.

Nel marzo del 2019 però Goudreau era entrato in contatto con l’attivista dell’opposizione venezuelana Lester Toledo, all’epoca coordinatore per la distribuzione degli aiuti umanitari del gruppo di Guaidò, durante un evento organizzato allo University Club di Washington D.C.

Fu proprio Toledo qualche mese dopo a introdurre Goutreau a Cliver Antonio Alcalà Cordones, durante un meeting di due giorni tenutosi al JW Marriott di Bogotà e al quale parteciparono numerosi membri di varie aree dell’opposizione a Maduro. Personaggio decisamente ambiguo Alcalà Cordones, ex ufficiale dell’esercito venezuelano e considerato il leader dei militari d’opposizione fuggiti in Colombia, nel 2011 veniva accusato dagli Stati Uniti di aver venduto missili terra-aria alle Farc in cambio di cocaina, nonchè di far parte del “Cartel de los Soles“, organizzazione dedita al traffico internazionale di droga formata da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane.

Durante il meeting, Alcalà illustrò di aver selezionato 300 uomini tra i ranghi degli ex soldati venezuelani fuggiti in Colombia e di averne già piazzato qualche dozzina in tre campi di addestramento nella penisola di La Guajira, in prossimità del confine col Venezuela. Goudreau dal canto suo disse ad Alcalà e agli altri presenti che la Silvercorp avrebbe potuto addestrare i volontari, facendo anche una stima di $1,5 milioni necessari per un’operazione rapida, cifra che suona alquanto inadeguata per un’offensiva contro un apparato come quello venezuelano. Goudreau affermò poi di essere in contatto con esponenti di alto livello dell’amministrazione Trump, disposti a fornire supporto, senza però dare ulteriori dettagli.

Anche in questo caso però, l’iniziativa non riscosse successo, non soltanto perchè ritenuta rischiosissima se non suicida, ma anche per la presenza dello stesso Alcalà, visto ancora con sospetto da molti dissidenti a causa dei suoi solidi passati legami con il regime (incluso un fratello ambasciatore di Maduro in Iran).

Un disastro annunciato

Nonostante le premesse per un’eventuale offensiva fossero tutt’altro che favorevoli, Goudreau decise di intraprendere l’iniziativa e puntando tutto su Alcalà, prevalentemente per tre motivi: l’ex militare bolivariano conosceva bene il territorio, le strutture militari e governative venezuelane e aveva influenza all’interno delle forze armate (almeno a suo dire).

Alcalà commise però una serie di curiose ingenuità: in un meeting del giugno 2019 non solò raccontò i suoi piani all’intelligence colombiana, chiedendo supporto, ma arrivò a vantare la collaborazione con Goudreau, indicandolo come ex agente della Cia, cosa risultata poi non vera in seguito a un controllo effettuato dalle autorità colombiane con Washington. A quel punto il governo di Bogotà intimò all’ex ufficiale venezuelano di smettere di parlare dell’invasione, altrimenti sarebbe stato espulso.

Intanto la reale situazione nei campi di addestramento risultava disastrosa, con volontari male armati (al punto che per le esercitazioni venivano utilizzati dei bastoni al posto dei fucili), senza sufficiente cibo e acqua, privi di uniformi (che sarebbero arrivate soltanto in un secondo momento), come descritto da un ex Navy Seal che nel mese di settembre istruì i volontari in pronto soccorso medico su campo di battaglia.

A marzo 2020 la polizia colombiana sequestrava un carico di armi ed equipaggiamento militare per il valore di 15mila dollari che includeva fucili d’assalto, visori notturni, radio ed elmetti fabbricati dalla High-End Defense Solutions, azienda di esuli venezuelani con sede a Miami e già visitata da Goudreau tra novembre e dicembre 2019. Nel contempo uno dei volontari veniva arrestato dai militari venezuelani mentre si infiltrava oltre confine. Il 28 marzo voci su strani personaggi con uniformi statunitensi presenti in territorio colombiano a ridosso del confine col Venezuela arrivavano persino alla diaspora colombiana e venezuelana in Spagna. Insomma, l’effetto sorpresa era bello che andato.

Come se non bastasse, il 27 marzo Cliver Alcalà, dopo aver dichiarato che le armi erano dirette a lui e “di proprietà del popolo venezuelano”, decideva improvvisamente di consegnarsi alle autorità colombiane e poi alla Dea per farsi estradare negli Stati Uniti e ciò nonostante che non vi fosse alcuna richiesta di estradizione da parte degli Usa nei suoi confronti. L’ex ufficiale bolivariano non risparmiava poi accuse a Guaidò, colpevole a suo dire di non aver rispettato i patti.

Alcune considerazioni

E’ difficile dire se e quali accordi vi siano realmente stati all’interno di un’opposizione certamente divisa e con gruppi in competizione tra loro, dinamiche che plausibilmente non si sapranno mai. Una cosa è però evidente, il piano orchestrato da Goudreau e Nieto Quintero ha mostrato fin da subito tutte le premesse per un disastro totale e ciò che sorprende è la caparbietà con la quale individui certamente non privi di esperienza sul campo di battaglia abbiano deciso di andare fino in fondo, causando un disastro tale da fare in qualche modo rivalutare il fiasco della Baia dei Porci del 1961.

In primis vi è un’inspiegabile sottovalutazione degli apparati militari e d’intelligence venezuelani e del resto pare sia stato lo stesso Goudreau a dire ai volontari che i militari di Maduro “affamati e demoralizzati, sarebbero caduti come i tasselli del domino”.

Pensare di poter abbattere un regime come quello di Maduro con 300 uomini senza adeguato addestramento e male armati è fuori da ogni logica e buon senso. Va inoltre evidenziato come gli errori strategici siano stati commessi da ex ufficiali delle Forze Armate del Venezuela che avrebbero invece dovuto avere ben chiara la situazione. Errori elementari, al punto che il primo motoscafo è sbarcato sul lungo mare di un centro abitato densamente popolato e affianco a un porto, certamente non il punto migliore per un’infiltrazione clandestina in territorio nemico. A Chuao, i due contractors statunitensi si sono addirittura inseriti in campo di battaglia con il proprio passaporto.

Goutreau e Nieto Quintero dal canto loro, ben lontani dal territorio venezuelano, hanno rilasciato un video che desta altrettante perplessità, con il primo che parla di un assalto anfibio in corso e cita unità attivate nel sud, est e ovest del Venezuela mentre il secondo incita l’esercito venezuelano alla rivolta e illustra gli obiettivi dell’offensiva, ovvero “la cattura dell’organizzazione criminale che dirige il Paese” e “la libertà del popolo e dei prigionieri politici”, fini certamente ammirevoli, ma utopici vista la situazione sul campo. Difficile poi che le Forze Armate del Venezuela, ampiamente in mano a Maduro, possano decidere di seguire i rivoltosi, aspetto già emerso più volte negli anni durante i vari tentativi di rovesciare il regime e a quanto pare nessuno degli ex ufficiali bolivariani coinvolti nel piano ne hanno tenuto conto.

Viste le dinamiche è veramente difficile credere in un coinvolgimento di Washington anche se a Maduro fa certamente comodo diffondere tale versione per fini propagandistici volti a rafforzare il regime.

Sul piano politico nulla cambia, gli Stati Uniti parleranno di ribelli disperati che vogliono rovesciare il regime, rafforzando così la posizione di Guaidò; Maduro accuserà gli Stati Uniti di utilizzare proxy e contractors per rovesciare il governo rivoluzionario e mostrerà i muscoli; la Russia accuserà gli Usa di interferire negli affari interni del Venezuela e viceversa, Washington accuserà Mosca di sostenere un narco-regime mentre il popolo è ridotto in miseria. La Colombia dal canto suo adesso dovrà fornire spiegazioni sulla presenza di campi di addestramento anti-Maduro sul proprio territorio, cosa certamente nota da tempo, ma divenuta un problema nel momento in cui la faccenda emerge alla luce del sole a causa di un assalto male organizzato partito dal proprio lato del confine.

Un’ultima considerazione è doverosa in relazione all’attività di certe compagnie private di contractors che dovrebbero fornire servizi relativi alla sicurezza e alla protezione, ma che in alcuni casi si spingono ben oltre certi limiti (spesso soltanto teorici) per arrivare a intraprendere azioni improbabili che rischiano di creare ulteriori danni a situazioni già molto complicate.

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