Somalia, Yemen, Siria, Iran, Mar dei Caraibi, Nigeria e ora anche Venezuela: dal 20 gennaio 2025 Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha ordinato attacchi americani in ben sette teatri di operazione diversi. E se a giugno l’attacco contro l’Iran e i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan apparve più una manovra volta a spronare una fine rapida della guerra dei dodici giorni con Israele e a dicembre i raid contro l’Isis in Nigeria hanno avuto contorni tuttora poco chiari in termini di risultati, l’operazione lanciata contro il Venezuela appare su larga scala e ben più intensa.
Trump sceglie di iniziare una nuova avventura bellica, l’ennesima della sua presidenza che si era presentata come “pacificatrice”. Come successo con gli attacchi in Yemen condotti da marzo a maggio 2025 e come con l’Iran, parliamo di un conflitto in cui l’amministrazione porta gli Usa senza aver richiesto i poteri di guerra al Congresso, che furono accordati in tante avventure militari Usa, comprese le più disastrose (come l’Iraq e l’Afghanistan), in continuità con quanto successo con la campagna contro il narcotraffico nel Mar dei Caraibi.
La narrazione Usa è chiara: il bersaglio, il regime venezuelano di Nicolas Maduro, è ritenuto non il governo del Venezuela ma il capo di un’organizzazione criminale internazionale, il Cartello del Sole, identificato come organizzazione terroristica straniera dal Dipartimento di Stato e contro cui sono espletabili i poteri di guerra. Un conflitto che è sentito con forza dal capo del Dipartimento di Stato, Marco Rubio, ma che incontra la netta contrarietà dell’opinione pubblica. Secondo i sondaggi, infatti, i favorevoli all’intervento contro il Venezuela non superano il 33% della popolazione Usa, e alcune rilevazioni, con l’opzione secca, vedono tre quarti degli americani contrari.
Del resto, per quanto impresentabile, incancrenito e repressivo, il regime di Maduro tutto rappresenta fuorché una credibile minaccia securitaria per gli Usa. Inoltre, il rapporto costo-opportunità di un’operazione in Venezuela è tutto da definire e, inoltre, tanto dal Partito Repubblicano quanto dal Partito Democratico sono partite manovre volte a contenere l’interventismo in America Latina dell’amministrazione. Le indagini sulla legittimità degli attacchi ai narcos, l’apertura di audizioni sul segretario alla Difesa Pete Hegseth sui possibili crimini di guerra condotti nel Mar dei Caraibi e il dibattito politico anche nel campo del movimento Maga lasciano presagire un processo decisionale contrastato.
Il New York Times ha ricostruito la paternità della pressione su Trump per decretare l’attacco americano al Venezuela in un “triumvirato” costituito da Hegseth, dal segretario di Stato Marco Rubio e da Stephen Miller, architetto delle politiche anti-immigrazione. Per Hegseth l’obiettivo era mostrarsi capace di guidare una campagna militare, più articolati invece i fini degli altri due:
Per Rubio, figlio di immigrati cubani e consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha giocato un ruolo l’opportunità di rovesciare o paralizzare i governi del Venezuela e del suo alleato, Cuba; e per Miller, architetto delle politiche anti-immigrazione di Trump, l’opportunità di perseguire il suo obiettivo di deportazioni di massa e di colpire i gruppi criminali in America Latina.
Insomma, una guerra costruita nel cerchio di potere di Washington, tra volontà di potenza e sfide strategiche interne all’amministrazione e che peraltro avviene quando Maduro sembrava più propenso a trattare. Trump stesso aveva aperto a trattative. Il Nyt ricorda che la pressione di Rubio per far scadere la concessione Chevron nel petrolio venezuelano a maggio ha segnato l’inizio della rottura definitiva e della marcia verso lo scontro. C’è un partito della guerra dentro l’amministrazione ed è chiaro che quel partito oggi ha vinto. Per quali obiettivi, però, resta ancora poco chiaro.

