Dietro le formule prudenti dei funzionari di Washington, il quadro è chiaro: l’amministrazione Trump sta valutando seriamente un’azione militare contro il Venezuela. Sul tavolo ci sono attacchi mirati alle unità che proteggono Nicolás Maduro, operazioni per colpire la catena del narcotraffico e, soprattutto, piani per mettere le mani sui giacimenti petroliferi del Paese.
Ufficialmente, si tratta di fermare un governo dipinto come narcostato e fonte di instabilità regionale. In realtà, la Casa Bianca chiede al Dipartimento di Giustizia un vestito giuridico su misura: un modo per colpire Maduro senza passare dal Congresso, aggirando il divieto storico di assassinare capi di Stato stranieri. La designazione del Cartel de los Soles come gruppo narcoterroristico diventa così la chiave per trasformare un conflitto politico in “operazione di polizia” globale.
La guerra alla droga come copertura energetica
Sul piano economico, il dossier Venezuela non è mai solo sicurezza. È l’insieme più grande al mondo di riserve petrolifere, in un Paese strozzato dalla crisi ma ancora strategico per chi saprà controllarne flussi e contratti. Trump oscilla: raddoppia la taglia su Maduro e allo stesso tempo concede e ritira licenze a Chevron, unica grande compagnia statunitense rimasta in piedi a Caracas. La sua produzione sostiene, di fatto, l’economia del governo che Washington dice di voler rovesciare. Dietro il linguaggio sulla lotta alla droga, la domanda vera è un’altra: chi gestirà il petrolio venezuelano se Maduro cadrà? Per la Casa Bianca, lo scenario ideale è un cambio di regime che apra la stagione dei grandi investimenti statunitensi, con Chevron in prima fila e la marginalizzazione di Cina, Russia e Iran.
Una dottrina giuridica pensata per colpire i deboli
Sul versante legale, l’amministrazione cerca di spingersi oltre i limiti fissati dopo Vietnam e Iraq. Si sostiene che gli attacchi navali contro le imbarcazioni “coinvolte nel traffico di droga” non siano ostilità vere e proprie ai sensi della War Powers Resolution, e quindi non richiedano il voto del Congresso. Lo schema è lo stesso usato per giustificare l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani: un avversario definito come minaccia permanente, un parere interno che amplia i poteri del presidente e un’operazione letale presentata come azione difensiva. Portare questa logica al livello di un capo di Stato come Maduro significherebbe fare un salto ulteriore: normalizzare l’idea che il presidente degli Stati Uniti possa decidere, in base a sue valutazioni, chi è ancora un leader politico e chi è un “boss criminale” da eliminare.
Le tre opzioni militari e i loro rischi
I piani militari riflettono questa ambiguità. La prima opzione prevede attacchi aerei contro strutture militari e nodi della catena del narcotraffico, con l’obiettivo di intimidire le forze armate venezuelane e incrinare il cerchio di protezione attorno a Maduro. È la soluzione “a distanza”, quella che riduce il rischio di perdite americane ma può compattare la popolazione attorno al governo, come insegnano i precedenti iraniani.
La seconda opzione è la più audace: inviare forze speciali, come Delta Force o Navy SEAL, per catturare o uccidere Maduro. Una missione ad altissimo rischio, soprattutto in un contesto urbano come Caracas, dove l’errore operativo può trasformarsi in disastro politico.
La terza è la più pesante: prendere il controllo di aeroporti e infrastrutture petrolifere con unità antiterrorismo, creando di fatto una testa di ponte militare sul territorio venezuelano. Qui i rischi crescono per tutti: per i soldati statunitensi, per i civili, per la stabilità regionale. Non a caso, molti piani si appoggiano su droni e armi a lungo raggio, sfruttando la presenza della portaerei “Gerald R. Ford”, dei bombardieri B-52 e B-1 e del 160° Reggimento per Operazioni Speciali come leva di pressione psicologica.
Geopolitica di un “giardino di casa” che non esiste più
Dal punto di vista geopolitico, il Venezuela è il simbolo di un’America Latina che Washington continua a considerare “cortile di casa”, mentre sul terreno la presenza di Mosca, Pechino e Teheran è ormai strutturale. Un attacco statunitense non sarebbe solo un regolamento di conti con Maduro, ma un messaggio alle potenze esterne: il continente resta zona d’influenza americana. Ma il prezzo potrebbe essere alto. Un conflitto in Venezuela accelererebbe la frammentazione regionale, rafforzerebbe le narrative antiamericane, spingerebbe altri governi a cercare protezione presso Russia e Cina. E moltiplicherebbe, inevitabilmente, flussi migratori, instabilità economica, tensioni lungo le frontiere con Colombia e Caraibi.
La geoeconomia del dopo-Maduro
Anche nello scenario in cui Maduro venisse rovesciato, nulla garantisce a Washington un “dopoguerra” ordinato. Un Paese devastato dalla crisi, attraversato da reti criminali e da una società polarizzata non si trasforma automaticamente in paradiso degli investitori. La tentazione di legare ogni aiuto alla gestione delle risorse energetiche rischia di trasformare il Venezuela in un protettorato energetico, con tutte le reazioni che ciò provocherebbe nella regione.
Se invece l’operazione fallisse o si impantanasse, il risultato sarebbe opposto: Maduro rafforzato come simbolo di resistenza, presenza russa e cinese consolidata, credibilità statunitense ulteriormente erosa.
Tra promesse di fine guerra e voglia di colpo di scena
Nel mezzo c’è un presidente eletto con la promessa di chiudere le “guerre eterne”, ora stretto tra i falchi che spingono per un’azione dimostrativa e una base elettorale stanca di avventure all’estero. Trump temporeggia, chiede “cosa ci guadagniamo” in termini di petrolio e influenza, annuncia operazioni segrete della CIA che di solito restano coperte. Qualunque scelta farà, una cosa è già evidente: per Washington è sempre più difficile pensare l’America Latina come spazio politico autonomo. Ogni crisi viene letta come occasione per ridefinire sfere d’influenza, rotte energetiche, mercati. È la vecchia dottrina secondo cui il “giardino di casa” va difeso a qualsiasi costo. Solo che, nel mondo multipolare di oggi, i vicini non accettano più di essere trattati come arredo.
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