Torna in vigore il cessate il fuoco a Gaza dopo la fiammata israeliana, innescata dalla morte violenta di un soldato dell’IDF. Le bombe di Tel Aviv hanno provocato 100 morti, 35 bambini. Risposta più che sproporzionata, anche fosse vera la versione israeliana su un’asserita responsabilità di Hamas. Ma diritto e proporzionalità non appartengono al genocidio in corso.
Abbiamo messo in dubbio la versione israeliana non tanto perché Hamas ha dichiarato di non aver nulla a che fare con l’accaduto, quanto per altri motivi. Il primo è che Israele nel corso del genocidio ha distorto la realtà in un modo così parossistico che è diventata del tutto inaffidabile.
Il secondo è che, poche ore prima della morte del soldato, Netanyahu aveva già provato a lanciare un attacco contro Gaza, venendo fermato dagli Stati Uniti, come rivela il Timesofisrael.

Tutto è iniziato con la querelle del corpo dell’ostaggio restituito ieri da Hamas, che Tel Aviv ha stigmatizzato: sia perché alcuni miliziani di Hamas hanno messo in scena un finto ritrovamento, seppellendo alcuni resti di un ostaggio e facendo poi finta di rinvenirli (un video li inchioda); sia perché quei miseri resti erano parte del cadavere di un ostaggio già parzialmente rinvenuto dall’IDF, al di fuori quindi dell’accordo.
Forse la messinscena del ritrovamento è stata dettata dalla necessità di placare la pressione israeliana, che continua a minacciare nuovi massacri se i corpi degli ostaggi non saranno restituiti in tutta fretta, ma resta che comunque si trattava pur sempre di un ostaggio israeliano.
Oppure, forse è stata opera di qualche infiltrato – non è fantascienza, basta guardare la realistica serie Fauda per capire quanto sia infiltrata Hamas – dal momento che non è possibile che i miliziani ignorino che Israele monitora ogni centimetro quadrato di Gaza. Se proprio dovevano fare una messinscena, perché farla alla luce del sole e non sottoterra o al riparo di una rovina?
Al di là delle inevase domande, Netanyahu ha preso la palla al balzo accusando Hamas di una “grave violazione” dell’intesa e convocato il Consiglio di Sicurezza per una ritorsione.
Così il Timesofisrael: “Ore prima dell’attacco di Rafah, Netanyahu aveva chiesto il via libera al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per una risposta militare ad Hamas, ma non l’aveva ricevuto prima che si verificasse l’incidente“.
Insomma, tutto era pronto per un attacco che facesse collassare la tregua, ma era stato fermato. Dopo, però, è arrivato l’incidente e tutto è cambiato. Netanyahu ha informato gli Stati Uniti che avrebbe bombardato e l’ha fatto.
Da considerare che il freno Usa aveva funzionato in precedenza, quando, una decina di giorni fa, Hamas aveva negato di aver ucciso due soldati dell’IDF, crimine accreditatogli da Netanyahu già pronto alla ritorsione. Ma Trump l’aveva bloccato dichiarando che i dirigenti di Hamas non avevano colpe e che l’asserito attacco era opera di “ribelli“.

Una mezza verità se si sta a quanto riferiva Ryan Grim, cronista di Dropsite, che spiegava come dei funzionari statunitensi gli avessero riferito che era stato un incidente: un bulldozer intento a demolire case di palestinesi era incappato in un ordigno inesploso. Una dinamica, aggiungeva Grim, peraltro nota alla Casa Bianca (probabilmente Trump ha voluto evitare di smentire drasticamente il premier israeliano).
Se ricordiamo quanto avvenuto è anche perché è possibile che tale dinamica si sia ripetuta ieri, senza però suscitare le smentite dell’alleato, forse perché troppo pressato. Netanyahu, infatti, stavolta era molto più determinato a far saltare la tregua.
Ciò non solo per i motivi usuali, che lo vedono saldo al potere solo nelle more di una guerra infinita, ma anche perché deve liberarsi dalla narrazione che lo vede sotto tutela americana perché lo fa apparire debole. Domenica, infatti, cioè due giorni prima dell’incidente, in una riunione di governo, ha “insistito sul fatto che Israele è uno Stato sovrano che prende autonomamente le proprie decisioni in materia di sicurezza nazionale” (Timesofisrael).
L’altro aspetto singolare dell’incidente costato la vita al soldato dell’IDF è che è avvenuto a Jenina, quartiere sito nella zona orientale di Rafah. Va ricordato che Israele ha armato delle bande anti-Hamas, la più importante delle quali è quella di Yasser Abu Shabab, prima legato all’Isis. Il gruppo “per adesso opera nella parte orientale di Rafah”, annotava lo scorso 6 ottobre l’Huffington Post… con tanti posti della Striscia, perché scegliere per attaccare l’area controllata da questi figuri?

En passant si può ricordare che Abu Shabab è stato “il principale e più influente attore dietro i saccheggi sistematici e massicci” dei convogli di aiuti di Gaza (Washington Post), crimini che Israele ha attribuito ad Hamas.
Così veniamo alle dichiarazioni rese dal vicepresidente Usa J. D. Vance durante il raid israeliano, che di fatto hanno impedito a Netanyahu di far crollare la tregua: “Il cessate il fuoco sta tenendo. Questo non significa che non ci saranno piccole scaramucce qua e là”. Arriverà poi la conferma di Trump, infarcita delle usuali minacce contro Hamas.
Il cenno sulle scaramucce è un messaggio a Netanyahu: nonostante sporadici incidenti di percorso, gli Usa non consentiranno una ripresa del genocidio. Almeno questa è l’intenzione, poi ci sono le incognite.
Ma la parte della dichiarazione di Vance più interessante è quando aggiunge: “Sappiamo che Hamas o qualcun altro a Gaza ha attaccato un soldato dell’IDF”. Dove quel “qualcun altro” dice tanto, forse tutto.
L’America potrebbe e dovrebbe far di più per costringere Netanyahu a desistere dai suoi disegni. Ma così non è. Da parte nostra, ci limitiamo a registrare quanto avviene.
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