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Le guerre franco-francesi non finiscono mai. Lo conferma, una volta di più, l’infuocato (e assai daltonico) dibattito che sta accompagnando l’uscita nelle sale di “Vaincre ou mourir”, un film imperniato sulle gesta di François Athanase Charette de la Contrie, figura centrale dell’insurrezione nel 1793 della Vandea cattolica e monarchica contro il governo giacobino di Parigi. Fu una guerra civile atroce, costata oltre centomila morti, che ha lasciato una ferita profonda che ancor oggi divide gli storici e alimenta da due secoli le contrapposte tifoserie dell’Esagono: da una parte i fans della ghigliottina e del Gran Terrore, dall’altra i nostalgici del re e dell’altare. O almeno così sembrava.

Imprevedibilmente la pellicola, nei cinema dallo scorso 25 gennaio, sta scatenando una discussione e una polemica che va ben oltre i ristretti recinti degli specialisti e travalica il pubblico degli appassionati di storia patria. “Vaincre ou mourir” è diventato un lacerante caso mediatico e, di conseguenza, politico. Cerchiamo di capirne le ragioni.

Il film è il coronamento di un percorso iniziato nel 1978 a Puy du Fou, nel cuore stesso della Vandea. Quell’anno il giovane (e molto tradizionalista) visconte Philippe de Villiers presentò tra le rovine di un vecchio castello uno suggestivo spettacolo notturno che ripercorreva la storia della regione dal Medioevo alla Seconda guerra mondiale. Significativamente il cuore della “cinéscénie” era tutto dedicato a Charette e alle sue gesta. Un successo pieno.

Da allora Puy du Fou non ha cessato d’ingrandirsi e abbellirsi diventando uno dei principali parchi tematici prima di Francia e poi dell’Europa ma sempre mantenendo integro e saldo il suo messaggio iniziale. I quattro villaggi in cui è suddiviso il complesso sono ispirati ognuno ad un ben preciso momento della storia vandeana e francese (il tempo dei vichinghi, i cavalieri della Tavola Rotonda, il Settecento, gli inizi del Novecento) con accurate ricostruzioni e spettacoli in tema — dai gallo-romani a Giovanna d’Arco sino ai moschettieri — ma il clou dell’intero percorso rimane tutt’oggi, nello spazio del Théâtre des géants, la “cinéscénie” dedicata all’epopea contro rivoluzionaria di Charette.

Nel frattempo, accanto al formidabile sviluppo della sua “creatura”, de Villiers ha intrapreso un lungo percorso politico all’interno delle destre francesi, trimpellando negli anni tra Chirac, Pasqua, Sarkozy per approdare infine al partito di Eric Zemmour. Tra il geniale visconte e il polemista, già candidato alle ultime presidenziali, si è creato un legame forte intriso da un patriottismo moderno, attraversato da visioni e pensieri lunghi e irrorato da investimenti coraggiosi (anche grazie ai denari degli amici del gruppo Bolloré). Da qui “Vaincre ou mourir”, il film che fa impazzire di rabbia la gauche parigina, Le Monde e Liberation.

Ma cosa racconta di così scandaloso questo lavoro interpretato, con molta professionalità, da Hugo Becker e realizzato da Vincent Montez e Paul Mignon? In origine la produzione pensava a un documentario che, strada facendo, è diventato un film d’azione che ripercorre i tre tragici anni (1793-96) della guerra di Vandea. Apriti cielo. Nonostante la solidità storica del racconto, gli zelanti custodi della memoria di Robespierre hanno subito accusato la pellicola di oltraggio ai “sacri valori” del 1798, fondamento eterno, a loro dire, della République Française.   

Per i tartufi della gauche la storia dei contadini vandeani — colpevoli di opporsi a un governo che aveva ghigliottinato il loro re, chiuso le chiese e sequestrato i raccolti — non andava raccontata come non andavano narrate le gesta di Charette. Il personaggio è infatti interessante quanto ingombrante. Come Montez e Mignon illustrano, il giovane comandante, seppur fedele alla dinastia detronizzata, agli inizi era assai riluttante ad unirsi agli insorti. Fu la cieca violenza dei rivoluzionari — in primis il feroce commissario Turreau, responsabile di massacri, saccheggi, orrori — a convincerlo e a motivarlo. Per tre lunghi anni Charette guidò l’insurrezione, con tanto coraggio e alcuni errori che gli sceneggiatori non negano, impegnando pesantemente le armate di Parigi sino alla sua cattura e l’immediata fucilazione avvenuta a Nantes, il 29 marzo 1796.

Dunque una storia tragica con ombre e baluginii di gloria ma anche una storia importante che consente di comprendere meglio una delle fasi più contradditorie della vicenda francese. Eppure la pellicola è risulta del tutto insopportabile per la sinistra transalpina che si è subito mobilitata contro “l’offensiva culturale dell’estrema destra”, accusando de Villiers e i suoi amici di voler “falsificare la storia” paragonandoli (incredibile a dirsi e a scriversi…) ai folli esegeti della cancel culture d’oltre Oceano.

Su Le Monde Alexis Corbiére e Matthias Tavel, due deputati del partito ultrasinistroso France Insoumise, hanno lanciato lo scorso 3 febbraio un allarmato appello per boicottare il film — per loro un frutto avvelenato del lavorio intellettuale di Alain de Benoist e delle manovre dei Le Pen e di Zemmour — spingendosi poi a chiedere la chiusura del Puy du Fou, considerato un santuario reazionario, e la cancellazione dei programmi su France 2 e France 3 dedicati ai re di Francia.

Una stramba crociata che non risparmia nemmeno la macroniana presidente della regione della Loira, colpevole d’aver dato un contributo di 200.000 euro per la pellicola. Insomma, l’intolleranza dei cosiddetti tolleranti non ha limiti, non ha vergogna. Nella speranza di una versione italiana (magari sulla RAI), auguriamo a tutti una buona visione di “Vancre ou mourir”.  

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