Da quando è iniziata, nel 2011, la guerra in Siria è stata la spina nel fianco delle amministrazioni americane. Prima di Barack Obama e poi di Donald Trump. Che fare con quel conflitto incoraggiato, finanziato e infine combattuto? Le truppe Usa sono sul campo, per aiutare i curdi – almeno questa è la versione ufficiale – nella lotta contro le bandiere nere dello Stato islamico. Ma non solo.

In più di un’occasione, Trump ha detto di voler abbandonare questo Stato mediorientale. Troppi i costi, compresi quelli umani. La partita siriana ha infatti visto un unico vincitore, Vladimir Putin, che con l’intervento militare del settembre del 2015 è riuscito a tenere in piedi l’alleato Bashar al Assad (l’unico leader rimasto al potere dopo lo scoppio delle primavere arabe. Ora però l’amministrazione americana è pronta a una vera e propria inversione a U.

Secondo quanto riferisce il Washington Post, infatti, Trump sarebbe pronto a tenere le truppe in Siria fino al termine della guerra in modo da bilanciare la presenza iraniana. Le parole di James Jeffrey, rappresentante del Dipartimento di Stato per la Siria, non lasciano spazio a dubbi e, anzi, parlano di “un’estesa missione militare” fino a quando le potenze internazionali non troveranno un accordo sul futuro del Paese.

Val la pena sottolineare quanto successo a fine giugno, quando i servizi segreti americani hanno visitato Damasco per proporre le loro condizioni per il ritiro delle truppe americane dalla Siria. L’accordo si basava essenzialmente su tre punti:

Il ritiro dell’Iran dal sud della SiriaLa possibilità per le aziende statunitensi di ricevere una quota nel settore petrolifero nella Siria orientaleLa lista dei membri combattenti stranieri, sia quelli vivi che quelli deceduti, che in questi anni hanno raggiunto i movimenti terroristici nel Paese, considerando che “la minaccia terroristica è intercontinentale e possiamo mettere queste informazioni al servizio della sicurezza internazionale”

Damasco avrebbe risposto picche a tutte e tre le condizioni. Almeno per il momento. Teheran, infatti, è stato fondamentale per Bashar al Assad. Senza i pasdaran e gli alleati di Hezbollah, i siriani non sarebbero riusciti a riconquistare la gran parte del Paese. Ed è anche ovvio che gli ayatollah non hanno partecipato a questa guerra “gratis”. Ora che lo Stato islamico non c’è più, la mezzaluna sciita è più forte e, di fatto, Teheran può contare su una sfera di influenza ampia, che comprende l’Iraq, la Siria e il Libano. Un corridoio incredibile dal quale possono passare anche uomini e armi per organizzare quella che nel mondo arabo viene chiamata la “resistenza” contro Israele.

Il bombardamento iraniano in Siria

Oggi, le forze di Teheran hanno bombardato alcune postazioni terroristiche in Siria, come rappresaglia per l’attentato alla parata militare del 22 settembre scorso. L’attacco è stato sferrato nel distretto di Abu Kamal, nei territori ancora controllati dallo Stato islamico. Nella loro rivendicazione, i pasdaran hanno spiegato il perché di questa scelta: “L’attacco missilistico di oggi in Siria è un messaggio prima ai terroristi e poi alle potenze che li sostengono”. E ancora: “Quando Donald Trump dice che gli Usa hanno speso 7 trilioni di dollari in Medio Oriente, a noi è chiaro che hanno speso pure nella formazione di gruppi terroristici. Sulla base di rapporti preliminari, molti terroristi takfiri e i leader responsabili del crimine terrorista ad Ahvaz sono stati uccisi o feriti in questo attacco missilistico”.

Fin dai primi momenti, infatti, Teheran ha accusato Stati Uniti e Israele di essere i mandanti di quell’attacco. Una accusa tipica per i pasdaran, che però non è ancora stata suffragata da alcuna prova.

Ma la Siria, così come lo Yemen, è diventata un terreno di scontro tra le diverse potenze. E la presenza di militari in Siria, secondo Jeffrey, ha un unico obiettivo: “la pressione politica.  Ci aspettiamo che il governo siriano, qualunque sarà alla fine del processo politico o a uno stadio del processo politico, non senta più il bisogno di avere forze iraniane sul campo. Non costringeremo gli iraniani a lasciare la Siria, non pensiamo neanche che i russi possano farlo”.